Dalle Torri Gemelle alla guerra globale al terrorismo, dall’Afghanistan all’Iraq, da al-Qaeda all’ISIS, fino a Gaza, all’Iran e al paradosso di una New York guidata da un sindaco musulmano. Dopo venticinque anni possiamo ancora dividere il mondo tra buoni e cattivi?
Il giorno in cui cambiò il secolo
Ci sono date che appartengono alla storia e altre che dividono la storia. L’11 settembre 2001 appartiene certamente alle seconde. Quella mattina non crollarono soltanto le Torri Gemelle di New York: crollò una certa idea dell’Occidente, della sua invulnerabilità e soprattutto del mondo che sarebbe dovuto nascere dalla fine della Guerra fredda. Francis Fukuyama aveva parlato, con una formula poi molto più banalizzata di quanto meritasse il suo pensiero, di “fine della storia”: il liberalismo democratico sembrava essere rimasto senza veri concorrenti universali dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Sembrava possibile immaginare un pianeta progressivamente integrato dal mercato, dalla tecnologia e dalla democrazia. Poi arrivarono quei due aerei contro Manhattan, il Pentagono colpito, il volo United 93 precipitato in Pennsylvania, quasi tremila morti e una gigantesca nube di polvere che non oscurò soltanto il cielo di New York, ma l’intero orizzonte politico del nuovo secolo.
Da Fukuyama a Huntington
In poche ore tornò attuale un altro autore americano, Samuel Huntington, che pochi anni prima aveva prospettato lo “scontro delle civiltà”. Non più capitalismo contro comunismo, non più Washington contro Mosca, ma mondi culturali e religiosi destinati a confrontarsi e talvolta a combattersi. Dopo l’11 settembre quella formula sembrò quasi profetica: Occidente contro Islam, democrazia contro fondamentalismo, libertà contro terrorismo. Una rappresentazione tremendamente efficace perché tremendamente semplice. Ed è proprio lì che cominciò il problema. Il terrorismo jihadista era reale, feroce e assassino; al-Qaeda aveva deliberatamente trasformato aerei civili in armi per massacrare innocenti. Ma da questa verità si passò troppo facilmente alla costruzione di un immaginario nel quale un miliardo e mezzo di musulmani rischiavano di diventare, almeno culturalmente, parte del problema. La necessaria lotta al terrorismo finì così per mescolarsi con l’islamofobia, mentre l’Occidente, ferito e impaurito, cercava disperatamente un volto riconoscibile al quale attribuire la propria paura.
Padre Mychal Judge e l’altra faccia dell’11 settembre
Eppure, proprio dentro l’orrore di quella mattina, esiste un’altra immagine che meriterebbe di diventare l’icona più autentica dell’11 settembre. Mentre migliaia di persone scendevano disperatamente le scale delle Torri, centinaia di vigili del fuoco le salivano. Tra loro c’era padre Mychal Judge, frate francescano, cappellano dei pompieri di New York. Non correva lontano dalla morte, ma verso coloro che rischiavano di incontrarla. Morì nell’esercizio del suo ministero e venne registrato come “Victim 0001”, la prima vittima ufficialmente identificata della strage. Quel giorno morirono 343 membri dell’FDNY; molti altri sarebbero morti negli anni successivi per le malattie provocate dall’esposizione alle sostanze tossiche di Ground Zero. L’11 settembre, per loro, non è mai veramente finito.
Dovremmo ripartire da quell’immagine per comprendere che cosa sia accaduto dopo. Perché il terrorismo diceva: io muoio affinché muoia anche tu. Quei pompieri dicevano esattamente il contrario: rischio di morire io perché tu possa vivere. In questa differenza c’è forse più teologia, più antropologia e perfino più geopolitica di quanto immaginiamo.
Bush e la nascita del gendarme globale
L’America di George W. Bush reagì come reagiscono le grandi potenze quando vengono colpite nel cuore. Il presidente pronunciò la frase destinata a diventare il manifesto politico di un’epoca: “O siete con noi o siete con i terroristi”. La rabbia degli Stati Uniti era comprensibile, così come era legittimo perseguire gli organizzatori degli attentati e impedire che l’Afghanistan dei talebani continuasse a offrire protezione a Osama bin Laden e alla sua rete. Il problema fu ciò che avvenne dopo: una guerra contro un’organizzazione terroristica si trasformò progressivamente in una guerra globale al terrorismo, una categoria potenzialmente infinita, senza confini geografici precisi e senza una chiara condizione politica che ne determinasse la fine. Washington assunse più che mai il ruolo di gendarme del pianeta, convinta non soltanto di poter colpire i propri nemici, ma di poter ridisegnare intere società.
Afghanistan: vent’anni per tornare al punto di partenza
L’Afghanistan è stato il laboratorio e insieme la più evidente smentita di questa illusione. L’intervento occidentale abbatté rapidamente il regime talebano e privò al-Qaeda del santuario nel quale aveva potuto prosperare. Ma alla missione antiterroristica si sovrappose progressivamente un progetto molto più ambizioso: costruire uno Stato, formare un esercito, creare istituzioni democratiche, cambiare rapporti sociali e culturali sedimentati da secoli. Dopo vent’anni, nell’agosto del 2021, le immagini degli elicotteri, degli aeroporti assediati e del ritorno dei talebani a Kabul diventarono il simbolo di un fallimento strategico enorme. Non tutto era stato inutile: milioni di afghani avevano conosciuto spazi di libertà prima impensabili, soprattutto le donne e le ragazze. Ma proprio per questo la conclusione fu ancora più dolorosa. Vent’anni di guerra, migliaia di morti, somme astronomiche spese, e alla fine gli stessi talebani nuovamente al potere.
Bin Laden morì, il jihadismo no
Osama bin Laden venne ucciso il 2 maggio 2011 ad Abbottabad, in Pakistan, da un reparto speciale americano. Fu una vittoria militare e simbolica immensa per gli Stati Uniti: l’uomo che aveva progettato il più devastante attentato della loro storia era stato raggiunto. Ma la sua morte dimostrò contemporaneamente che si può uccidere un terrorista senza uccidere ciò che rende possibile il terrorismo. Al-Qaeda sopravvisse, si frammentò, mutò forma; altri gruppi ne raccolsero il linguaggio e lo radicalizzarono ulteriormente. Il jihadismo diventò una rete diffusa, una propaganda capace di viaggiare attraverso internet, una forma di nichilismo religioso capace di reclutare giovani persino nelle periferie delle città europee.
Chi ha creato davvero al-Qaeda?
Qui nasce una delle domande più controverse che ancora oggi circolano: chi ha creato al-Qaeda? Dire che “la CIA ha creato al-Qaeda” è una semplificazione storicamente insostenibile. Durante l’occupazione sovietica dell’Afghanistan, gli Stati Uniti sostennero certamente i mujaheddin, soprattutto attraverso il Pakistan, nel quadro della logica della Guerra fredda. L’Arabia Saudita partecipò anch’essa a quel sostegno. In quello stesso universo nacquero reti internazionali jihadiste e si formarono uomini che successivamente avrebbero combattuto contro l’Occidente. Ma al-Qaeda fu costituita da Osama bin Laden e dai suoi collaboratori e non fu una creatura diretta dell’intelligence americana.
La lezione è più complessa e, proprio per questo, più inquietante: le grandi potenze possono alimentare, per obiettivi contingenti, ecosistemi politici e militari le cui conseguenze sfuggono successivamente a ogni controllo. Gli americani non inventarono al-Qaeda, ma la guerra antisovietica contribuì a creare l’ambiente storico nel quale il jihadismo transnazionale poté organizzarsi e acquisire esperienza, risorse, relazioni e una propria mitologia.
Dall’Iraq all’ISIS
Ancora più evidente è il rapporto tra le scelte occidentali e la nascita dell’ISIS. Saddam Hussein non aveva organizzato l’11 settembre e l’Iraq non era la centrale operativa di al-Qaeda. Eppure, nel clima politico e psicologico successivo agli attentati, l’amministrazione Bush riuscì a trascinare gli Stati Uniti e una coalizione di alleati nella guerra del 2003. La caduta della dittatura baathista eliminò certamente un regime brutale, ma la distruzione dell’apparato statale, lo scioglimento dell’esercito, la marginalizzazione di ampie componenti sunnite e l’esplosione del conflitto confessionale trasformarono l’Iraq in un laboratorio del caos. Fu in quel vuoto che l’organizzazione di Abu Musab al-Zarqawi poté diventare al-Qaeda in Iraq e poi evolvere, attraverso successive trasformazioni e grazie anche alla guerra civile siriana, nello Stato Islamico.
L’ISIS, dunque, non fu “creato dagli Stati Uniti” nel senso caricaturale con cui talvolta lo si sostiene. Ma è altrettanto difficile negare che l’invasione dell’Iraq abbia contribuito in maniera decisiva a produrre le condizioni politiche, militari e settarie nelle quali il sedicente Califfato avrebbe poi prosperato. È la vecchia eterogenesi dei fini: si entra in guerra per costruire un nuovo ordine e si finisce per generare un disordine peggiore di quello che si voleva eliminare.
L’Iran, grande vincitore involontario
Anche l’Iran racconta questa ironia della storia. Saddam Hussein rappresentava uno dei principali contrappesi regionali alla Repubblica islamica. Eliminandolo, Washington consegnò involontariamente a Teheran un’enorme opportunità strategica. L’influenza iraniana sull’Iraq crebbe considerevolmente e l’intero equilibrio del Medio Oriente venne alterato. Gli Stati Uniti avevano combattuto per ridisegnare la regione secondo i propri interessi e finirono paradossalmente per rafforzare uno dei loro più irriducibili avversari.
Oggi, un quarto di secolo dopo l’11 settembre, basta osservare il confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti per comprendere quanto poco lineare sia stata la storia. I nemici di ieri possono ritrovarsi temporaneamente dalla stessa parte contro l’ISIS; gli alleati possono divergere; le guerre che sembrano risolvere un problema ne generano altri tre.
Il problema dei “buoni” e dei “cattivi”
Ed è precisamente qui che la categoria dei “buoni” e dei “cattivi”, tanto utile nella propaganda, diventa insufficiente per comprendere la politica internazionale. Questo non significa cadere nel relativismo morale. Il terrorismo rimane terrorismo. Diciannove uomini salirono su quattro aerei l’11 settembre del 2001 con il progetto deliberato di uccidere persone innocenti. Non esiste frustrazione politica, occupazione, ingiustizia sociale o interpretazione religiosa che possa trasformare quel massacro in un gesto legittimo. Le vittime delle Torri non erano responsabili delle scelte geopolitiche degli Stati Uniti. Erano impiegati, cuochi, addetti alla sicurezza, pompieri, poliziotti, lavoratori, padri, madri, figli, persone provenienti da decine di Paesi. Tra loro c’erano anche musulmani. Il male compiuto quel giorno deve essere chiamato con il suo nome.
Ma riconoscere questo male non significa concedere all’Occidente un’indulgenza plenaria sulle guerre che sono seguite. Guantánamo, Abu Ghraib, le torture, le extraordinary renditions, le vittime civili, gli errori dell’intelligence, l’invasione dell’Iraq sulla base di armi di distruzione di massa mai trovate rimangono ferite nella credibilità morale delle democrazie occidentali. Una civiltà non dimostra la propria superiorità morale perché dispone delle armi più sofisticate, ma perché riesce a rispettare l’uomo anche quando combatte chi considera suo nemico. È facile proclamare i diritti umani in tempo di pace; molto più difficile è riconoscerli quando abbiamo paura.
L’islamofobia, l’altra vittoria di bin Laden
Da questa paura nacque anche l’islamofobia post-11 settembre. Milioni di persone furono improvvisamente osservate attraverso la lente del sospetto. Il musulmano poteva diventare, nell’immaginario collettivo, il potenziale terrorista; la moschea un luogo da controllare; il velo un simbolo di alterità irriducibile. Il terrorismo aveva colpito l’America, ma ottenne anche una vittoria culturale quando riuscì a convincere una parte degli occidentali che l’Islam, nella sua totalità, rappresentasse il nemico. Bin Laden aveva bisogno precisamente di questo: persuadere il mondo musulmano che una convivenza con l’Occidente fosse impossibile e persuadere l’Occidente che ogni musulmano fosse un potenziale avversario.
Il paradosso di New York: un sindaco musulmano 25 anni dopo
Per questo una delle immagini più sorprendenti del venticinquesimo anniversario è quella del sindaco di New York, Zohran Kwame Mamdani, musulmano, alla guida della città ferita l’11 settembre. Venticinque anni fa sarebbe sembrato a molti impossibile immaginare un musulmano sindaco della città delle Torri Gemelle. Oggi quella presenza non cancella al-Qaeda, non diminuisce di un grammo la responsabilità dei terroristi e non pretende di riscrivere la storia. Dice qualcosa di più importante: una democrazia può essere colpita da criminali che pretendono di agire in nome di una religione senza trasformare tutti i fedeli di quella religione in nemici.
In questo senso, ogni musulmano che partecipa liberamente alla vita di una società pluralistica è anche una piccola sconfitta postuma per il progetto di Osama bin Laden. Il terrorista voleva costruire due mondi incapaci di parlarsi; la convivenza civile dimostra che quella profezia può essere respinta.
Da Ground Zero a Gaza
Ma arriviamo al presente, ed è qui che il quadro si fa ancora più doloroso. La grammatica politica nata dopo l’11 settembre — sicurezza, terrorismo, guerra preventiva, nemico assoluto — è sopravvissuta alla morte di bin Laden. La ritroviamo, con contesti e responsabilità differenti, anche nel modo in cui oggi leggiamo il conflitto israelo-palestinese. Il terrorismo di Hamas contro civili israeliani rimane moralmente inaccettabile e nessuna solidarietà con il popolo palestinese può trasformare l’assassinio deliberato degli innocenti in resistenza legittima. Ma la stessa chiarezza morale deve valere quando a morire sono i palestinesi.
Il diritto alla sicurezza di Israele non può significare che la vita di un bambino di Gaza valga meno di quella di un bambino israeliano. La lotta contro un’organizzazione terroristica non può trasformarsi nella cancellazione morale di una popolazione intera, nella normalizzazione delle sofferenze dei civili, della fame, degli sfollamenti e delle distruzioni.
La geopolitica vista con occhi cristiani
È qui che l’11 settembre dovrebbe ancora interrogarci. Dopo venticinque anni continuiamo a domandarci: chi sono i buoni e chi sono i cattivi? Ma forse è la domanda stessa ad essere sbagliata. La morale cristiana non ci consegna una geopolitica infantile popolata da popoli integralmente buoni e popoli integralmente cattivi. Ci consegna invece criteri. È male massacrare civili a Manhattan ed è male massacrarli altrove. È male l’antisemitismo ed è male l’islamofobia. È male trasformare una religione in giustificazione dell’omicidio ed è male trasformare la sicurezza nazionale in giustificazione per considerare sacrificabili gli innocenti. È male il terrorismo, ma è male anche la tortura. È male prendere ostaggi ed è male pensare che la sofferenza di migliaia di bambini possa essere liquidata con l’espressione impersonale “danni collaterali”.
Giovanni Paolo II, all’indomani dell’11 settembre, comprese forse più lucidamente di molti strateghi ciò che sarebbe stato necessario per evitare che il mondo entrasse in una spirale senza fine. Per la Giornata mondiale della pace del 2002 scelse una formula diventata memorabile: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Non era buonismo. Wojtyła aveva vissuto nazismo e comunismo e sapeva perfettamente che il male esiste e che talvolta deve essere fermato con decisione. Ma sapeva anche che la vendetta non coincide con la giustizia e che la pace non può essere semplicemente la vittoria militare del più forte. Il perdono cristiano non elimina i tribunali, non scioglie gli eserciti, non impedisce a uno Stato di proteggere i propri cittadini. Impedisce però che il nemico perda ai nostri occhi la sua natura umana.
L’Occidente ha vinto davvero?
Questa è forse la domanda più inquietante che l’11 settembre continua a porre all’Occidente: nel tentativo di sconfiggere il terrorismo, che cosa siamo diventati? Abbiamo difeso la nostra civiltà oppure, qualche volta, abbiamo tradito proprio i principi che pretendevamo di difendere? Abbiamo davvero esportato democrazia o abbiamo talvolta esportato instabilità? Abbiamo combattuto il jihadismo o alcune delle nostre guerre hanno creato nuovo terreno per il jihadismo? Abbiamo reso il Medio Oriente più sicuro oppure abbiamo contribuito alla frammentazione di Stati che, pur governati da regimi autoritari e talvolta feroci, contenevano equilibri che non siamo stati capaci di sostituire?
Le risposte non sono comode. L’America non è la causa di tutti i mali del Medio Oriente, come vorrebbe una certa propaganda antioccidentale. Al-Qaeda è responsabile dell’11 settembre, non Washington. ISIS è responsabile delle proprie atrocità, non l’amministrazione Bush. L’Iran ha proprie ambizioni regionali e proprie responsabilità. Israele ha diritto a esistere e a vivere in sicurezza. I palestinesi hanno diritto a una patria, alla dignità e a non essere condannati a una sofferenza permanente. La realtà non entra nei nostri slogan. Ed è proprio questo il compito di chi si occupa di geopolitica: sottrarre il mondo alla comodità delle tifoserie.
Venticinque anni dopo, che cosa rimane?
A venticinque anni di distanza, l’11 settembre sembra incredibilmente vicino e allo stesso tempo appartenere a un’epoca remota. Un ragazzo nato quel giorno oggi ha venticinque anni. Non ha memoria delle Torri in piedi, non ricorda la voce di Bush, non ricorda Bin Laden nascosto nelle montagne afghane, non ricorda il terrore dell’antrace o l’ossessione per gli attentati nelle metropolitane. Per lui Guantánamo, Afghanistan e Iraq sono già storia. Eppure vive dentro il mondo prodotto anche da quelle decisioni: un mondo di guerre asimmetriche, droni, sorveglianza digitale, confini militarizzati, terrorismo diffuso, populismi, paure identitarie e Medio Oriente ancora incendiato.
Che cosa resta allora dell’11 settembre? Restano i nomi incisi a Ground Zero. Restano le famiglie che hanno perso qualcuno. Restano i pompieri che salirono mentre gli altri scendevano. Resta padre Mychal Judge con il suo saio francescano in mezzo all’inferno. Restano le guerre combattute in nome di quella giornata, alcune necessarie, altre profondamente discutibili. Restano Afghanistan e Iraq, al-Qaeda e ISIS, Guantánamo e le sue ombre, l’Iran diventato più potente dopo la caduta del suo nemico Saddam, Israele e Palestina prigionieri di una spirale nella quale ogni nuova vittima sembra preparare la vendetta successiva. Resta l’islamofobia, ma resta anche il paradosso magnifico di una New York che, un quarto di secolo dopo essere stata colpita da terroristi jihadisti, può avere democraticamente scelto un sindaco musulmano.
Non diventare ciò che combattiamo
E resta soprattutto una lezione che un cristiano non dovrebbe permettere alla geopolitica di cancellare. L’11 settembre ci ha insegnato che il male esiste e che deve essere contrastato. I venticinque anni successivi avrebbero dovuto insegnarci qualcosa di ancora più difficile: non tutto ciò che facciamo contro il male diventa automaticamente bene.
Forse per questo, tra tutte le fotografie di quel giorno, torno ancora a quei pompieri sulle scale. Gli uomini di bin Laden avevano trasformato la propria morte in uno strumento per uccidere altri uomini. Padre Mychal Judge e i vigili del fuoco trasformarono invece il rischio della propria morte nella possibilità di salvare altri uomini. Da una parte l’essere umano ridotto a bersaglio; dall’altra l’essere umano riconosciuto come fratello, anche senza conoscerne il nome, la fede, la nazionalità o le idee.
Non è soltanto la differenza tra terrorismo ed eroismo. È la differenza tra due idee della civiltà. Ed è probabilmente questo il vero scontro che continua venticinque anni dopo l’11 settembre: non quello tra Islam e Occidente immaginato troppo semplicisticamente dopo Huntington, ma quello tra chi considera l’altro sacrificabile e chi continua a riconoscerlo come persona. È uno scontro che attraversa Washington come Teheran, Gerusalemme come Gaza, Mosca come Kiev, l’Europa come il mondo islamico. Attraversa perfino ciascuno di noi.
Perché le Torri Gemelle sono cadute in poche ore. Molto più difficile è impedire che, insieme a loro, cada anche la nostra umanità.
Venticinque anni dopo Ground Zero sappiamo che non basta sapere chi sia il nemico. Occorre sapere che cosa non siamo disposti a diventare per sconfiggerlo. Padre Mychal Judge e i vigili del fuoco di New York ce lo mostrarono salendo quelle scale: la civiltà comincia quando la vita dell’altro vale abbastanza da rischiare la propria.
