A un anno dall’assassinio del giovane leader conservatore, Turning Point USA cresce e guarda già a JD Vance per il 2028. Ma ricordare Kirk non significa canonizzarne il metodo. La violenza che lo ha ucciso va condannata senza esitazioni; allo stesso tempo occorre interrogarsi sulla comunicazione politica che lui stesso ha contribuito a costruire, fondata sulla polarizzazione, sulla spettacolarizzazione dello scontro e su una pericolosa sovrapposizione fra identità cristiana e appartenenza politica.
Un anno fa Charlie Kirk viene ucciso a trentun anni mentre fa ciò che lo ha reso famoso: discute pubblicamente davanti agli studenti, in un campus universitario dello Utah. Alle parole qualcuno risponde con un proiettile, oltrepassando il confine che una democrazia non può mai permettersi di oltrepassare. Ma proprio perché la sua morte è ingiustificabile, non siamo obbligati a trasformare la sua figura in un’icona intoccabile. Si può condannare senza riserve il suo assassinio e, nello stesso tempo, discutere criticamente il modo in cui Kirk ha fatto comunicazione politica, ha costruito consenso e ha contribuito a trasformare il conflitto culturale americano in una macchina identitaria. È questo il nodo che ho cercato di affrontare nel mio libro La fabbrica dell’odio. Caso Kirk: Media, identità e la deriva teologica del populismo cristiano.
Charlie Kirk vive dentro la polarizzazione americana e, tragicamente, ne diventa vittima. Ma prima di esserne vittima ne è anche uno dei protagonisti più efficaci. Il suo talento comunicativo è indiscutibile. Comprende prima di molti altri che la politica contemporanea non si gioca soltanto nei partiti o nei programmi, ma nel formato, nel video breve, nella battuta che circola, nello scontro che può essere ritagliato, rilanciato e trasformato in contenuto virale. Nei campus costruisce un modello di confronto che non mira sempre a comprendere l’interlocutore, quanto piuttosto a batterlo davanti a un pubblico. La stessa ricostruzione proposta nel materiale giornalistico ricorda come quei dibattiti vengano spesso montati per esaltare la sua capacità di mettere in difficoltà e umiliare gli avversari.
Qui sta il problema che non possiamo rimuovere soltanto perché Kirk viene assassinato. La violenza subita non santifica automaticamente il metodo praticato. Il suo modo di fare politica intercetta e amplifica uno dei meccanismi più potenti dei nuovi media: l’avversario non deve semplicemente essere confutato, deve essere esposto, sconfitto, ridicolizzato. Il confronto cessa così di essere ricerca di verità e diventa performance. Non conta soltanto avere un argomento migliore; conta produrre il frammento che farà milioni di visualizzazioni e mostrerà ai propri sostenitori che “noi” abbiamo schiacciato “loro”.
È qui che nasce quella che chiamo la fabbrica dell’odio. Non una centrale segreta che ordina a qualcuno di odiare, ma un ecosistema nel quale algoritmi, identità politiche, media militanti e linguaggi religiosi imparano a vivere della contrapposizione. L’indignazione genera attenzione, l’attenzione genera consenso, il consenso produce denaro, potere e appartenenza. Più l’avversario appare mostruoso, più il gruppo si compatta. Più la società viene descritta come una battaglia finale tra bene e male, più diventa difficile riconoscere una legittimità morale a chi sta dall’altra parte.
Questo meccanismo non riguarda soltanto la destra americana. Sarebbe troppo comodo attribuirlo a una sola parte. Anche il progressismo identitario conosce le proprie scomuniche, le proprie liste dei cattivi, la propria incapacità di distinguere l’errore dall’errante. Ma nel caso Kirk esiste un elemento ulteriore che merita una riflessione specificamente cristiana: l’uso della fede come marcatore politico.
Turning Point si presenta negli anni sempre più come custode di un’identità culturale cristiana dell’America, dentro un progetto politico fortemente segnato dalla contrapposizione. La fonte che ricostruisce l’anniversario parla esplicitamente di un’organizzazione radicalizzatasi negli anni e impegnata a difendere quello che definisce il “DNA culturale cristiano” degli Stati Uniti. È precisamente qui che il discorso diventa teologico prima ancora che politico.
Il cristianesimo può certamente incidere sulla vita pubblica. Un cristiano ha il diritto e, in alcuni casi, il dovere di portare nella politica una concezione della persona, della vita, della famiglia, della libertà religiosa, della giustizia sociale. Ma un conto è la presenza dei cristiani nella politica, altro è trasformare il cristianesimo in identità di partito. Quando la fede smette di giudicare la politica e comincia invece a essere utilizzata dalla politica per legittimare se stessa, nasce una deformazione.
Il rischio del populismo cristiano è esattamente questo: Cristo non è più il criterio con cui giudico anche il mio schieramento, ma diventa il sigillo con cui dichiaro buono il mio schieramento. A quel punto la nazione rischia di prendere il posto del Regno di Dio, il leader politico assume tratti quasi provvidenziali, l’avversario diventa non semplicemente colui che propone politiche sbagliate ma il nemico della civiltà, della fede, della famiglia, persino di Dio.
È una deriva teologica prima ancora che elettorale.
Ed è per questo che la vicenda Kirk merita di essere letta senza semplificazioni. Non è necessario scegliere tra due caricature: il martire cristiano assassinato dai nemici della verità o il propagandista estremista la cui morte diventa quasi una conseguenza inevitabile del clima che lui stesso avrebbe contribuito a creare. Entrambe sono moralmente sbagliate.
Kirk non “merita” ciò che gli accade perché usa un linguaggio divisivo. Nessun comunicatore merita una pallottola per la propria retorica. Ma il fatto che venga assassinato non rende improvvisamente evangelica tutta la retorica che lo precede.
È questa distinzione che una coscienza cristiana dovrebbe riuscire a sostenere.
Giorgia Meloni lo ricorda affermando che le idee devono essere affrontate con altre idee e che il dissenso non può trasformarsi nell’eliminazione del nemico. È vero. Ma forse bisogna fare un passo ulteriore: le idee devono essere affrontate con altre idee senza trasformare l’interlocutore in un nemico assoluto già prima che qualcuno impugni un’arma.
L’odio non nasce soltanto nel momento in cui parte un colpo.
L’odio viene preparato culturalmente quando per anni insegniamo alle persone che dall’altra parte non ci sono avversari ma traditori, invasori, fascisti, comunisti, nemici della patria, nemici dei bambini, nemici della fede, nemici dell’umanità. Le parole non sono proiettili, e sarebbe sbagliato confonderle. Ma possono costruire l’ambiente morale nel quale l’altro cessa lentamente di essere percepito come persona.
Questo è il punto centrale della fabbrica dell’odio.
La politica digitale funziona sempre più per tribù. Ogni tribù possiede i propri eroi, i propri martiri, i propri demoni e il proprio linguaggio. Le piattaforme premiano ciò che divide più di ciò che riconcilia. Un confronto pacato raramente diventa virale; l’umiliazione pubblica sì. Il dubbio non mobilita, la certezza assoluta mobilita. La complessità non costruisce eserciti digitali, il nemico sì.
Charlie Kirk comprende perfettamente questo ambiente e lo utilizza con enorme abilità. Turning Point cresce soprattutto perché offre ai giovani conservatori non soltanto delle idee, ma un’identità. Il conservatorismo diventa ribellione, appartenenza, comunità e linguaggio comune. Dopo la sua morte l’organizzazione non scompare: crescono le donazioni, aumentano le sezioni nei licei e nelle università e si prepara già la prossima stagione, guardando a JD Vance come possibile erede politico per il 2028.
Anche questo dovrebbe farci riflettere. Il lutto diventa facilmente memoria politica, la memoria diventa identità e l’identità può diventare consenso. È sempre successo nella storia, a destra come a sinistra. Ma proprio un cristiano dovrebbe esercitare una particolare prudenza davanti alla trasformazione del sangue di un uomo in capitale politico.
Il martire cristiano non coincide automaticamente con una persona assassinata per ragioni politiche. La parola “martirio” ha un significato preciso: testimonianza resa a Cristo. Utilizzarla con disinvoltura per costruire genealogie politiche significa rischiare di trasformare il Vangelo in una bandiera di partito.
E il cristianesimo, quando diventa bandiera contro qualcuno, comincia a tradire la Croce sulla quale pretende di fondarsi.
Sulla Croce Cristo non costruisce una tribù contro un’altra. Non chiede ai discepoli di vendicarlo. Non umilia coloro che lo stanno uccidendo. Pronuncia invece parole che la politica, anche quella che si definisce cristiana, trova terribilmente difficili da accettare: «Padre, perdona loro».
Qui si misura la distanza tra cristianesimo e populismo religioso.
La fede cristiana non impedisce di combattere politicamente. Impedisce però di dimenticare che l’uomo che combatto conserva la stessa dignità che rivendico per me. Non vieta la polemica. Vieta la disumanizzazione. Non chiede di rinunciare alla verità. Chiede di non usare la verità come una pietra da scagliare sulla persona.
C’è infine un’ultima contraddizione che non possiamo ignorare. Tyler Robinson, accusato dell’omicidio, affronta un processo nel quale è stata ammessa la richiesta della pena di morte. Se vogliamo davvero sostenere che l’odio che ha ucciso Kirk non deve prevalere, dobbiamo avere il coraggio cristiano di applicare questo principio anche all’uomo accusato di averlo assassinato.
È facile difendere la vita dell’amico. È più difficile difendere la dignità del nemico. Eppure il cristianesimo comincia a diventare davvero scandaloso proprio qui.
Robinson, se riconosciuto colpevole, deve rispondere pienamente del suo delitto. Ma la giustizia non è vendetta e uno Stato non ha bisogno di uccidere per dimostrare che uccidere è sbagliato.
Un anno dopo, quindi, Charlie Kirk ci lascia due lezioni che non possiamo separare. La prima è che nessuna idea politica giustifica la violenza contro chi la sostiene. La seconda è che nessuna morte violenta può impedirci di interrogare criticamente il linguaggio, il metodo e la teologia politica della vittima.
Condannare il suo assassinio e criticare il suo modo di fare comunicazione non sono due atteggiamenti contraddittori.
Sono, forse, l’unico modo adulto di ricordarlo.
Perché l’alternativa è continuare a costruire quella fabbrica dell’odio nella quale ogni parte produce il proprio nemico, ogni algoritmo lo amplifica, ogni tribù lo disumanizza e, prima o poi, qualcuno decide che dalle parole si può passare alle armi.
La vera risposta cristiana non consiste allora nel cambiare nemico.
Consiste nello spezzare la macchina.
Charlie Kirk non meritava di morire per le proprie idee, ma la sua morte non ci obbliga a considerare evangelico il metodo con cui quelle idee venivano spesso comunicate. La fabbrica dell’odio nasce proprio da questa contraddizione: quando media, identità politica e religione si saldano nella logica della tribù, la fede rischia di diventare ideologia e l’avversario un nemico da annientare simbolicamente. Un cristiano deve rifiutare entrambe le violenze: quella del proiettile che uccide e quella culturale che smette di riconoscere nell’avversario un fratello.

