A due mesi dalle presidenziali, Washington alza la posta su tariffe e integrità elettorale. Lula non arretra e punta su Cina, Ue e nuovi mercati

Il rifiuto di un visto a due funzionari statunitensi accusati di voler seminare dubbi sul sistema elettorale brasiliano è l’ultimo episodio di una escalation che intreccia dazi, retorica dei diritti umani e la vecchia ambizione di ridisegnare gli equilibri di potere in America Latina. Dietro le cifre del commercio, una domanda più antica: chi ha il diritto di dire a un popolo come contare i propri voti.

C’è una geometria, nell’ultima crisi diplomatica tra Brasilia e Washington, che non deve nulla al caso. Il Brasile si avvia alle urne del 4 ottobre nello stesso momento in cui l’amministrazione Trump, dopo aver già ridisegnato a proprio vantaggio gli esiti elettorali in Argentina, Honduras, Perù e Colombia, e dopo aver trasformato il Venezuela in un protettorato di fatto, punta lo sguardo sul pesce più grosso del continente: un paese che ha petrolio, minerali critici, e una tradizione, ormai trentennale, di urne elettroniche che nessuna commissione internazionale ha mai messo seriamente in discussione.

Il diniego del visto a Riley M. Barnes e Samuel Samson, funzionari accusati da fonti citate dal Washington Post di voler entrare in Brasile per contestare l’integrità del voto, arriva a ridosso di un’altra coincidenza che coincidenza non è: l’incontro convocato a Brasilia da Flávio Bolsonaro con decine di diplomatici stranieri, copione già visto nel 2022, questa volta arricchito da un’accusa tanto suggestiva quanto smentita dal Tribunale superiore elettorale, quella di un presunto legame tra le urne brasiliane e la venezuelana Smartmatic. Non è la prima volta che la lingua della “trasparenza elettorale” viene usata come grimaldello per aprire crepe dove non ce ne sono.

Lula, da parte sua, ha scelto il registro della misura: «A volte Trump vuole litigare con me. Io non voglio problemi con lui, non sono scemo». Ma la misura del presidente non cancella la sostanza dei fatti. Dal 22 luglio il Brasile sconta dazi aggiuntivi del 25% su una serie di prodotti, ufficialmente per pratiche commerciali ritenute discriminatorie sul sistema di pagamenti Pix e sull’etanolo; a questo si è aggiunta l’aliquota massima del 12,5% imposta a sessanta partner commerciali per presunte inadempienze nella lotta al lavoro forzato. È qui che la vicenda smette di essere solo una disputa tariffaria e diventa un caso di scuola su come si possa piegare il linguaggio dei diritti umani a fini di pressione geopolitica: il governo brasiliano lo ha chiamato, senza troppi giri di parole, un tentativo di «manipolare un tema caro ai diritti umani e alla lotta dei lavoratori in tutto il mondo» per colpire cinquantanove paesi e l’Unione Europea con l’accusa di pratiche sleali.

Chi ha seguito per anni le dinamiche dello sfruttamento nelle filiere globali sa quanto sia amara, in questo caso, l’ironia: la retorica del lavoro forzato, nata per proteggere gli ultimi, riconvertita in strumento di ricatto commerciale contro paesi del Sud del mondo che provano a costruirsi un proprio spazio di manovra. Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che il vocabolario dei diritti viene requisito da chi detiene la forza per usarlo contro chi non ce l’ha.

Il Brasile, tuttavia, non sembra disposto a piegarsi come vent’anni fa. Il piano “Brasil Soberano”, nella sua terza fase, e le parole di Lula – «Ci sono altre monete, altri mercati», «non tutti i mali vengono per nuocere» – raccontano una strategia di diversificazione che i numeri già confermano: nel primo semestre 2026 l’interscambio con gli Stati Uniti è caduto al livello più basso in cinque anni, meno 12,8%, mentre le esportazioni verso il resto del mondo sono cresciute dell’11,5%, trainate dall’Unione Europea e, soprattutto, dalla Cina, in progresso del 21,9%. Il protezionismo pensato per riportare Brasilia sotto tutela rischia così di produrre l’effetto opposto: spingere il gigante sudamericano ancora più vicino a Pechino, proprio nel terreno – l’America Latina – che Washington considera decisivo nella sua rivalità con la Cina.

Resta, sullo sfondo, la domanda che conta davvero, e che nessun dazio può comprare: se un popolo di oltre duecento milioni di persone abbia il diritto di scegliere i propri governanti senza che una potenza straniera, in nome della “trasparenza”, si presenti a insegnargli come farlo.

Tra dazi punitivi mascherati da tutela dei diritti umani e delegazioni diplomatiche che vanno a “verificare” urne mai risultate manomesse, il Brasile pre-elettorale diventa il banco di prova di una domanda che riguarda tutto il Sud globale: la sovranità popolare resiste, o si compra a rate, un dazio alla volta?