Karbalā a Isfahan

Il Tribunale rivoluzionario di Isfahan ha emesso dieci condanne a morte nel «caso di piazza Shohadā». Fra i condannati, una liceale di diciannove anni prelevata di notte insieme alla sorella gemella. Mentre il Paese è sotto attacco esterno, il patibolo distrugge l’unica difesa che gli resta: la coesione del suo popolo. E disarma chi, in Occidente, difende il diritto degli iraniani a decidere di sé.

Avevano diciannove anni, frequentavano il liceo a Isfahan e non avevano mai fatto politica. Oggi Taraneh Rahimi è condannata a morte e sua sorella gemella Romina a venticinque anni di carcere. Ho accolto per anni gli inviti della cultura persiana e ho dialogato con teologi sciiti: proprio per questo dico che quella corda non annoda soltanto un collo, ma il futuro di una nazione.

Ho amato la Persia, ne ho accettato gli inviti, ho dialogato con uomini di cultura e di fede sciita. Proprio per questo non posso tacere.

C’è un’ora, nelle sere d’inverno romane, in cui gli inviti dell’istituto culturale iraniano avevano il sapore di una cortesia antica. Il tè servito con una lentezza che è già un argomento, i dolci alle mandorle, la conversazione che non aggredisce mai e che pure non concede nulla. Ho accettato quegli inviti da sacerdote, da giornalista, da docente, e non me ne sono mai pentito. Nel nostro Studentato internazionale, a Roma, abbiamo ospitato un teologo sciita e abbiamo parlato per ore di Fāṭima e di Maria, scoprendo che sulle madri le due tradizioni si dicono più cose di quante ne dicano i trattati. Ho letto Ferdowsi con la meraviglia di chi scopre che un popolo può difendere la propria lingua per mille anni affidandola a un poema. Ho amato Hafez prima ancora di saperne pronunciare il nome.

Dico tutto questo perché quel che segue non nasce da ostilità, ma dal suo esatto contrario.

Taraneh e Romina Rahimi hanno vent’anni e sono gemelle. A gennaio ne avevano diciannove ed erano due liceali di Isfahan senza alcun passato politico. Nella notte, uomini incappucciati — poi identificati come appartenenti ai Guardiani della rivoluzione — le hanno prelevate dalle loro camere con un sacco in testa. Per quattro mesi la madre, Marzieh, le ha cercate negli ospedali e negli uffici dello Stato; quando finalmente le ha viste, in carcere, aveva davanti volti gonfi e corpi coperti di lividi. All’inizio di settembre il «Guardian» ha raccolto la testimonianza di un cugino emigrato negli Stati Uniti: per ottenere la confessione, alle guardie sarebbe bastato minacciare Taraneh di stuprarle la sorella davanti agli occhi. Il 31 agosto la prima sezione del Tribunale rivoluzionario di Isfahan ha emesso le sentenze sui sedici imputati del cosiddetto «caso di piazza Shohadā»: dieci condanne a morte, e fra queste quella di Taraneh. A Romina venticinque anni. È primo grado, ed è appellabile; ma la legge iraniana concede diciotto giorni per il ricorso, e in Iran, di recente, quei diciotto giorni non sempre sono stati attesi.

Non è un caso isolato: è un metodo. Iran Human Rights ha contato almeno 1.639 esecuzioni nel 2025, la cifra più alta dal 1989; Amnesty International ne ha documentate oltre ottocento nei soli primi sei mesi del 2026, con le autorità che invocano le «condizioni di guerra» per accelerare processi già in partenza iniqui. Le proteste cominciate il 28 dicembre 2025 per l’inflazione e per il prezzo del pane sono state soffocate con il fuoco diretto sulla folla; il conto dei morti oscilla, secondo le fonti, fra le migliaia e le decine di migliaia, e l’oscuramento della rete è servito esattamente a impedire che quel conto si potesse fare.

E qui vorrei porre, con il rispetto che devo a chi mi ha ospitato, la sola domanda che davvero mi interessa. L’islam sciita ha costruito la propria coscienza religiosa attorno a una scena: Ḥusayn a Karbalā, il giusto disarmato che cade sotto il potere ingiusto. Ogni anno, in Muharram, milioni di persone piangono quella morte come se fosse accaduta ieri, e fanno bene: è una delle più alte pedagogie del dolore che l’umanità abbia elaborato. Ma allora occorre il coraggio di guardare il patibolo di Isfahan e domandarsi da che parte si trovi oggi, in quella scena, lo Stato. Una civiltà che ha posto il martire innocente al centro della propria memoria non può, senza rinnegare se stessa, collocarsi dalla parte di chi impicca dei ragazzi di diciannove anni.

Il patibolo lavora per astrazioni: il «rivoltoso», l’«agente del nemico», il fascicolo numero sedici. La fede lavora nella direzione opposta. Giovanni Duns Scoto ha dato un nome tecnico a questa verità elementare: haecceitas, l’essere-questo, ciò che rende ciascuno irripetibile e insostituibile. Taraneh non è un caso giudiziario: è quella ragazza lì, quella che in una fotografia accarezza il muso di un cavallo e che sognava di avere una scuderia. Romina è quella che tiene un mazzo di fiori bianchi accostato al viso. Ogni potere che uccide deve prima riuscire a cancellare questo dettaglio, perché finché il dettaglio resiste la corda non si lascia annodare.

Ma c’è di più, e non riguarda soltanto la coscienza: riguarda il calcolo politico. Si continua a leggere la repressione come un esercizio di forza. È vero l’esatto contrario. Uno Stato costretto a impiccare le proprie liceali sta dichiarando, davanti al mondo e soprattutto davanti ai propri cittadini, di aver perduto l’argomento. La forca è ciò che resta quando non si ha più nulla da dire. Il cugino delle gemelle lo ha compreso meglio di molti analisti: quella sentenza non serve a fare giustizia, serve a fare paura.

E la paura, in questo momento, l’Iran non se la può permettere. Dal 28 febbraio il Paese è in guerra; Ali Khamenei è stato ucciso in un raid israelo-statunitense e la successione del figlio Mojtaba è avvenuta sotto le bombe. Il fronte esterno si è intanto allargato: Israele, gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo, la crisi dello Stretto di Hormuz, e appena ieri l’oleodotto saudita East-West fermato dopo un attacco con droni. In una condizione simile, l’unica difesa profonda che un Paese possieda non sono i missili: è la lealtà della propria gente, è la coesione sociale. Ed è precisamente ciò che ogni impiccagione manda in frantumi. Ogni corda annodata a Isfahan produce una famiglia che non difenderà più quello Stato, un quartiere che non lo riconoscerà più come proprio e — questo è il punto — consegna all’avversario esterno l’unico argomento che conti davvero, quello morale. Chi vuole bombardare Teheran non ha bisogno di propaganda, finché è Teheran a fornirgli le prove.

E qui devo aggiungere una nota che mi costa, perché mi tocca da vicino. In questi mesi ho sostenuto, e continuo a sostenere, che nessuna potenza straniera possiede il titolo di riscrivere dall’alto — e dall’alto dei bombardieri — l’ordinamento di una nazione sovrana; che il diritto di un popolo a decidere di sé non si sospende perché il suo governo ci è sgradito. È una posizione che ho difeso in pubblico, in aula e per iscritto, e che continuo a ritenere giusta. Ma ogni sentenza come quella di Isfahan mi toglie le parole di bocca. Mi mette in imbarazzo davanti a chi mi obietta che sto difendendo la sovranità di uno Stato che tortura le proprie liceali, e soprattutto vulnera l’argomento dall’interno, là dove nessun avversario riuscirebbe a scalfirlo. Non c’è difensore che regga un assistito il quale, mentre lui parla, continui a fabbricare prove contro di sé. Chi in Occidente ha il coraggio di dire che l’Iran non si bombarda si ritrova disarmato: non dagli avversari, ma da Teheran.

E gli iraniani non lo meritano. Non meritano che il loro diritto a decidere del proprio destino venga screditato da chi pretende di incarnarlo. Quel diritto appartiene a loro — alle madri che cercano le figlie negli ospedali, ai bazari che hanno alzato le saracinesche, agli studenti, ai poeti, ai teologi seri di Qom che sull’innocente ucciso hanno scritto pagine che meriterebbero di essere lette a Isfahan —, non all’apparato che li impicca. Ed è precisamente l’apparato che lo sta dilapidando, patibolo dopo patibolo, consegnando al nemico esterno la sola arma che il nemico esterno non sarebbe mai riuscito a costruirsi da solo.

Sarebbe però disonesto fermarsi qui e fare di questa constatazione un lasciapassare per chi le bombe le sgancia. Papa Leone XIV, tornando dall’Africa lo scorso aprile, ha tenuto insieme due affermazioni che vanno lette una accanto all’altra. La prima è netta: «Condanno la pena di morte». La seconda è ancora più scomoda per le cancellerie occidentali: «La questione non è se cambia il regime», ma come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti. Le bombe su Teheran non hanno salvato Taraneh: hanno regalato all’apparato di sicurezza l’alibi perfetto, quello stato d’eccezione permanente sotto il quale i processi si abbreviano e le garanzie evaporano. Amnesty lo ha documentato con precisione. La guerra esterna e la forca interna non sono avversarie: si alimentano a vicenda. Sono due modi diversi di dire la stessa cosa, e cioè che la vita singolare conta meno del disegno generale.

Non ho alcun titolo per dare consigli alla Repubblica Islamica, e non è questo che sto facendo. Dico soltanto, da uomo prima ancora che da sacerdote, che non posso condividere. Ho ricevuto ospitalità e ne resto grato; ho ammirato una cultura e continuo ad ammirarla; ho dialogato e continuerò a dialogare. Ma l’amicizia che tace davanti al patibolo non è amicizia: è complicità con le buone maniere.

A Isfahan, in questo momento, una donna aspetta. Si chiama Marzieh e ha cresciuto da sola due figlie. Non le è stato concesso di assistere al processo. Nella tradizione che condanna sua figlia si piange ogni anno Fāṭima, la madre che vide il proprio sangue versato dal potere; nella mia, si contempla una Madre in piedi sotto il patibolo più celebre della storia, montato anch’esso da un’autorità legittima al termine di un processo regolare. Le madri, su questo, non hanno mai avuto dubbi. Sono gli uomini che continuano a cercare ragioni.

Taraneh Rahimi, vent’anni, è stata condannata all’impiccagione; sua sorella gemella Romina a venticinque anni di carcere. Non è forza: è paura diventata sentenza.