Oggi i giornali la canonizzano. Resta una domanda cattolica: si può rispettare la persona senza beatificare la battaglia che ha reso l’aborto un diritto normale?

Emma Bonino è morta a Roma a 78 anni. In poche ore è partita la liturgia laica prevista: coraggio, libertà, diritti, Europa, “segno impresso sulla vita della Repubblica”. È il rito italiano riservato ai progressisti coerenti. Un cattolico può inchinarsi alla morte di una persona e, nello stesso tempo, rifiutare la santificazione delle sue vittorie. Soprattutto di una.

C’è un modo italiano di seppellire i propri eroi civili. Si toglie il conflitto, si lascia la statua. Emma Bonino entra oggi in quel museo. Radicale, femminista, europeista, ministra, commissaria, malata pubblica, sopravvissuta al tumore, infine vinta dal respiro. I necrologi ripetono le stesse parole perché quelle parole sono il catechismo del Paese che lei ha contribuito a fare: libertà come espansione del lecito, Chiesa come ostacolo storico, corpo della donna come territorio sottratto a ogni legge più alta della volontà.

Non era una figurina. Lo si riconosca senza ipocrisia. Ha usato il referendum, la disobbedienza, il Parlamento, Bruxelles, il ministero degli Esteri. Ha tenuto una linea per cinquant’anni. Pochi politici italiani possono dirlo. Il punto non è la tenacia. Il punto è che cosa quella tenacia ha reso normale.

La ferita fondativa, lo raccontò lei stessa, fu l’aborto clandestino del 1974. Da lì nacque la militante. Poi arrivò la 194. Non “diritti riproduttivi”: aborto legale, organizzato, finanziato, difeso come conquista civile. Chi oggi parla solo di “fine dell’umiliazione” omette il resto. Omette i non nati. Omette il fatto che una società può togliere il dramma alla donna e, nello stesso gesto, togliere il volto al figlio. La Chiesa non ha mai detto che ogni gravidanza difficile sia semplice. Ha detto che una vita umana non diventa disponibile perché è piccola, nascosta o scomoda. Su questo Bonino è stata clarissima, e per questo non può essere santificata da un giornale cattolico.

Il Quirinale le è rimasto sempre un palmo più in là. Nel 1999 la campagna “Emma for President” fu già un prodotto mediatico: comitato, visibilità, 15 voti. Il nome tornò nel 2013 e nel 2015. Non fallì per mancanza di ambizione. Fallì per incompatibilità. Una Repubblica può nominare ministra degli Esteri una radicale abortista. Fatica di più a farne il capo dello Stato, cioè la figura che dovrebbe rappresentare anche chi quella legge la subisce come una sconfitta morale. È rimasta la presidentessa mancata. Il titolo, a modo suo, è più vero di molte cariche ottenute.

Poi c’è Papa Francesco. Nel novembre 2024 andò a casa sua. Rose, cioccolatini, “cerea”, due corpi fragili sulla terrazza. Non era un’assoluzione della 194. Non era un’adesione all’eutanasia. Lo dissero entrambi, in tempi diversi: su quei punti non andavano d’accordo. Era un gesto pastorale. Un vecchio pastore che visita una malata. I tradirotestanti — quelli per cui ogni incontro con il laico scomodo è già resa — non lo capirono. Confusero la misericordia con la legittimazione. È un errore antico. Il Vangelo non chiede di odiare l’avversario. Chiede di non chiamare bene il male. Francesco non ha mai fatto sua la legge 194. Bonino non è mai diventata cattolica. Si può tenere insieme queste due verità senza urlare.

Il resto del curriculum — divorzio, pena di morte, mutilazioni genitali, fame, migranti, Europa federale — non va cancellato. Alcune di quelle battaglie un cattolico le può persino condividere in parte. Ma la gerarchia dei beni esiste. Non tutte le cause pesano uguale. Una società che si commuove per i diritti e resta muta davanti a milioni di vite interrotte ha già scelto quale altare preferisce.

Oggi partiranno i funerali di Stato, le foto in bianco e nero, i servizi sui “diritti conquistati”. Tutto regolare. Resta il dato più onesto: Emma Bonino ha vinto la sua guerra culturale. L’Italia di oggi — pochi figli, aborto come prestazione, Chiesa ridotta a opinione privata, diritti civili come religione civile — è in larga parte il Paese che lei ha voluto. Chi la celebra come santa laica riconosce la vittoria. Chi la guarda da cattolico deve dire che quella vittoria ha un prezzo, e che il prezzo non è solo simbolico.


Si può pregare per Emma Bonino. Non si può battezzare la 194.