L’Affordable Housing Act non espropria i proprietari e non mette al bando Airbnb. Prova piuttosto a restituire ai Comuni il diritto di difendere i quartieri dallo svuotamento. Perché la proprietà privata è un diritto, ma anche la casa ha una funzione sociale.

Una città nella quale l’infermiere che lavora in ospedale, l’insegnante che entra ogni mattina in classe, il poliziotto che presidia le strade o il giovane che studia all’università non possono più permettersi di vivere è ancora una città oppure è diventata una scenografia?

È questa, prima ancora che economica, la domanda politica e umana che attraversa l’Affordable Housing Act presentato il 9 settembre dalla Commissione europea. La proposta introduce per la prima volta un quadro comune con cui individuare le aree sottoposte a forte pressione abitativa e offre alle amministrazioni locali una cornice giuridica entro la quale intervenire su affitti brevi, seconde case e immobili lasciati inutilizzati. Ma Bruxelles non impone un divieto generalizzato: saranno le autorità competenti a decidere se agire e ogni restrizione dovrà essere motivata, necessaria, proporzionata e circoscritta alle aree realmente in difficoltà.

Questa precisazione sarebbe sufficiente a ridimensionare una parte delle grida che immediatamente si sono levate in Italia contro il presunto «attacco alla proprietà privata». Da Forza Italia è arrivata perfino la richiesta di ritirare o ripensare radicalmente il provvedimento, sostenendo che la crisi si combatte aumentando l’offerta e gli investimenti anziché introducendo nuovi vincoli. È un’obiezione seria: nessuna regolamentazione degli Airbnb potrà sostituire nuove case popolari, studentati, rigenerazione urbana e recupero degli immobili abbandonati. Ed è la stessa Commissione ad ammetterlo, accompagnando il regolamento con misure per accelerare costruzioni, ristrutturazioni e riconversione degli edifici.

Ma da qui a presentare ogni limite come una specie di collettivizzazione europea ce ne corre.

La proprietà privata è certamente un diritto. La dottrina sociale cristiana non lo ha mai negato. Ma non lo ha neppure trasformato in un idolo. Il principio della destinazione universale dei beni ricorda che possedere non significa vivere in un universo morale nel quale tutto ciò che è economicamente possibile diventa automaticamente socialmente giusto. Una casa non è un’automobile di lusso, una criptovaluta o un titolo di Borsa. È il luogo nel quale una famiglia cresce, un bambino torna da scuola, un anziano conserva le proprie memorie, una persona può chiudere una porta alle proprie spalle e sentirsi finalmente al sicuro.

Ecco perché la frase scelta dalla Commissione contiene più politica di quanto sembri: la casa è un diritto fondamentale e una componente della dignità umana, non soltanto una merce.

Il problema non è dunque il proprietario che affitta per qualche settimana l’appartamento ereditato dai genitori, né la famiglia che integra il proprio reddito ospitando turisti. Il problema nasce quando intere porzioni dei centri storici cambiano funzione. Le serrande del ferramenta, del fornaio e della cartoleria si abbassano; al loro posto arrivano deposito bagagli, minimarket, souvenir e combinazioni numeriche sulle porte. Il vicino di casa diventa un turista diverso ogni tre giorni. Le scuole perdono bambini. Le parrocchie perdono famiglie. I quartieri rimangono pieni di persone e, paradossalmente, si svuotano di comunità.

Non è turismo. È quando il turismo, da incontro tra chi arriva e chi abita un luogo, comincia lentamente a divorare il luogo che dovrebbe visitare.

Barcellona, Parigi, Venezia, Firenze, Roma conoscono bene questa trasformazione. Ed è significativo che siano state proprio molte città a chiedere all’Europa maggiore certezza giuridica per poter intervenire senza trovarsi continuamente esposte a ricorsi. La proposta europea nasce anche da questa esigenza: definire criteri comuni e permettere restrizioni soltanto dove i dati dimostrino una pressione effettiva. Per gli affitti brevi, inoltre, l’autorità dovrà dimostrare un impatto negativo significativo sull’accessibilità o sulla disponibilità delle abitazioni protratto per almeno tre anni e verificare che strumenti meno restrittivi non siano sufficienti.

Altro, dunque, che licenza di proibire.

L’Europa tenta piuttosto di affermare un principio elementare: prima di essere destinazioni turistiche, le città sono luoghi nei quali qualcuno deve poter vivere.

Naturalmente anche gli operatori pongono questioni che sarebbe sbagliato liquidare. Aigab avverte che interventi troppo rigidi potrebbero danneggiare un settore che produce reddito, occupazione e milioni di presenze turistiche; Airbnb insiste invece sul fatto che la radice della crisi rimane soprattutto la scarsità complessiva di alloggi. Hanno ragione almeno su un punto: se un Comune blocca cento appartamenti turistici ma lascia migliaia di immobili pubblici inutilizzati, non costruisce case e rende impossibile ottenere un permesso edilizio, ha soltanto trovato un comodo capro espiatorio.

Per questo l’Affordable Housing Act sarà utile soltanto se non diventerà l’alibi per evitare politiche abitative vere.

Ma è altrettanto insufficiente continuare a ripetere che «il mercato si regola da solo». Il mercato, infatti, si regola benissimo secondo il proprio criterio: massimizzare il rendimento. Non ha però il compito di garantire che un maestro possa permettersi un bilocale vicino alla scuola nella quale insegna. Quel compito appartiene alla politica.

E qui l’Italia dovrebbe sottrarsi alla solita caricatura ideologica. Non si tratta di scegliere tra il proprietario cattivo e l’inquilino buono, tra capitalismo e statalismo, tra Airbnb e il Comune. Si tratta di ricostruire un equilibrio nel quale sia possibile guadagnare da un immobile senza trasformare il diritto di proprietà nel diritto di espellere lentamente gli abitanti dalle loro città.

La casa, nella visione cristiana dell’uomo, non può essere ridotta né a concessione dello Stato né a semplice asset finanziario. È proprietà, certo; ma è anche famiglia, stabilità, vicinato, comunità. È una delle condizioni materiali attraverso le quali la dignità smette di essere una parola scritta nei documenti e diventa vita quotidiana.

Forse Bruxelles, questa volta, ha posto almeno la domanda giusta.

Perché possiamo discutere per mesi sul numero massimo di notti, sulle licenze e sui parametri dello «stress abitativo». Ma prima o poi dovremo decidere che cosa vogliamo farne delle nostre città: luoghi da fotografare per un fine settimana o luoghi nei quali sia ancora possibile mettere radici.

La proprietà privata merita tutela, ma una città non può diventare un gigantesco residence senza residenti. L’Europa apre ai sindaci la possibilità di intervenire dove la crisi è dimostrata: la vera sfida sarà difendere insieme chi possiede una casa e chi una casa non riesce più a trovarla.