La vittoria dell’ultradestra in Sassonia-Anhalt scuote Berlino. Trump esulta, Merz rinvia la telefonata con la Casa Bianca, mentre la Chiesa tedesca richiama la dignità dell’uomo contro ogni deriva etno-nazionalista. La storia europea suggerisce prudenza: certe parole non nascono mai innocenti.

Non è più soltanto un voto di protesta. Quando in Sassonia-Anhalt l’Alternative für Deutschland raccoglie il 43,8 per cento dei consensi e diventa nettamente il primo partito del Land, la questione supera i confini della Germania orientale e arriva direttamente nel cuore politico e culturale dell’Europa. Non perché ogni elettore dell’AfD possa essere frettolosamente trasformato in un estremista – sarebbe una semplificazione tanto comoda quanto sbagliata – ma perché una democrazia matura deve interrogarsi quando un movimento nel quale affiorano concezioni etno-nazionaliste, la parola “remigrazione” e una radicale contestazione dell’ordine politico esistente raggiunge dimensioni che non consentono più di considerarlo un fenomeno marginale.

I vescovi tedeschi lo hanno compreso. E hanno scelto parole che ricordano quale debba essere il compito della Chiesa quando la politica comincia a dividere gli esseri umani tra chi appartiene e chi non appartiene, tra chi sarebbe più tedesco e chi meno tedesco. La Conferenza episcopale, insieme alla Chiesa evangelica e alle altre Chiese cristiane, ha chiesto ai vincitori di rispettare senza riserve la Costituzione, lo Stato di diritto e soprattutto la dignità di ogni persona, indipendentemente dall’origine, dalla religione, dalla condizione o dallo stile di vita. E ha aggiunto una frase che vale quasi come programma pastorale: «Non staremo a guardare e non resteremo in silenzio» quando saranno colpite la dignità umana e la democrazia.

Ancora più esplicito è stato il presidente della Conferenza episcopale tedesca, mons. Heiner Wilmer. Il risultato della Sassonia-Anhalt lo ha inizialmente lasciato «senza parole», ma non senza una risposta. Per Wilmer nell’AfD sono documentabili componenti nazionalistiche e völkisch: un pensiero etnico della nazione per il quale, ha detto, non può esserci posto né dentro né fuori una casa di Dio, nel cristianesimo come nell’ebraismo e nell’islam. Il vescovo di Magdeburgo Gerhard Feige, che conosce anche per esperienza personale cosa significhi vivere sotto un sistema autoritario, aveva già invitato a resistere allo «spirito nazionalistico» e alla xenofobia e aveva messo in guardia dalle conseguenze sociali del programma dell’AfD.

È qui che il fatto tedesco smette di essere cronaca elettorale e diventa una questione europea. La Chiesa non possiede un partito e non deve sostituire il Vangelo a una scheda elettorale. Deve però ricordare che non tutto ciò che ottiene consenso diventa per questo moralmente accettabile. La democrazia è certamente il governo della maggioranza, ma è anche il limite posto alla maggioranza quando questa rischia di calpestare la dignità della persona, i diritti delle minoranze e l’uguaglianza fondamentale degli esseri umani.

A rendere ancora più inquietante il quadro è arrivata l’esultanza di Donald Trump. Dopo la vittoria dell’AfD, il presidente americano ha salutato su Truth Social la «grande serata» del partito tedesco, collegandone il successo alla protesta contro le politiche migratorie e arrivando a coniare il suo personale MGGA, “Make Germany Great Again”. Non è un dettaglio folkloristico. Che il presidente degli Stati Uniti intervenga con entusiasmo nel dibattito interno di una delle principali democrazie europee assume inevitabilmente un significato politico.

Ed è significativo ciò che è accaduto subito dopo. La telefonata programmata tra Friedrich Merz e Trump è stata rinviata dalla parte tedesca. Berlino non ha ufficialmente confermato che la causa fosse il messaggio del presidente americano, ma il portavoce del governo Stefan Kornelius ha escluso semplici problemi di agenda e ha ricordato la contrarietà di Merz alle interferenze straniere nelle competizioni elettorali tedesche. È quindi più corretto parlare di una telefonata fatta saltare da Berlino nel clima creato dall’intervento di Trump, senza trasformare in certezza ciò che il governo tedesco non ha esplicitamente dichiarato.

Merz, del resto, ha scelto lo scontro frontale anche al Bundestag. Ha definito l’AfD una «forza distruttiva» e ha attaccato il concetto di “remigrazione”, sostenendo che nella sua applicazione etnica esso finirebbe per tradursi in una forma di «pulizia etnica». L’AfD respinge questa interpretazione e afferma che le proprie proposte riguardano politiche migratorie compatibili con la legge. Proprio per questo occorre evitare sia le demonizzazioni facili sia l’ingenuità opposta: le parole della politica vanno giudicate per ciò che significano e soprattutto per ciò che potrebbero diventare una volta trasformate in potere.

La Germania, più di altri Paesi, dovrebbe conoscere il peso delle parole. E qui la memoria cattolica offre una pagina che sarebbe pericoloso relegare negli archivi.

Nel 1931 Pio XI pubblicava Non abbiamo bisogno, denunciando le pretese totalizzanti del fascismo italiano e la persecuzione dell’Azione Cattolica. Ma quando la questione divenne direttamente la Germania nazionalsocialista, il documento decisivo fu un altro: l’enciclica Mit brennender Sorge, del 14 marzo 1937, indirizzata ai vescovi e ai fedeli tedeschi e fatta leggere nelle chiese del Reich. Al n. 1 Pio XI scriveva di seguire «con viva ansia e con stupore sempre crescente» il cammino doloroso della Chiesa in Germania. Non occorre sovrapporre epoche diverse né stabilire equivalenze storiche improprie per comprendere l’attualità di quel monito. Basta ricordare il principio che lo animava: quando nazione, razza, Stato o popolo vengono trasformati in assoluti, l’uomo finisce inevitabilmente per diventare relativo.

È questo, forse, il punto che i vescovi tedeschi stanno cercando di consegnare oggi alla Germania e all’Europa. Non basta domandarsi chi abbia vinto un’elezione. Bisogna chiedersi quale idea di uomo stia vincendo insieme a lui.

Perché la Chiesa può discutere sulle politiche migratorie, sui confini, sull’integrazione, sulla sicurezza e perfino sugli errori compiuti dai governi europei. Ma c’è una frontiera che non può arretrare: nessun uomo è straniero alla propria dignità. Nessun passaporto rende una persona più persona di un’altra.

Il 43,8 per cento dell’AfD in Sassonia-Anhalt non autorizza facili analogie con il passato, ma obbliga l’Europa a esercitare la memoria. Pio XI lo comprese quando i nazionalismi cominciarono a trasformarsi in religioni politiche: la prima vittima di ogni assolutizzazione della nazione è sempre la dignità dell’uomo.