La conquista di Mocha e dell’isola strategica di Perim porta gli Houthi nel cuore della “Porta delle lacrime”, uno dei passaggi marittimi decisivi del pianeta. Riyad chiede aiuto agli Stati Uniti mentre Hormuz è già in crisi e anche l’oleodotto saudita Est-Ovest è stato colpito. Il rischio non è soltanto un’altra guerra nello Yemen: è che due rubinetti dell’economia mondiale finiscano contemporaneamente sotto la minaccia dello stesso sistema di alleanze regionali.
Il suo nome sembra già una profezia: Bab el-Mandeb significa “Porta delle lacrime”. È lo stretto che separa lo Yemen dal Corno d’Africa e collega il Golfo di Aden al Mar Rosso, dunque al Canale di Suez e al Mediterraneo. Oggi quelle lacrime rischiano di diventare molto concrete. Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno compiuto negli ultimi giorni una rapidissima avanzata lungo la costa occidentale dello Yemen, conquistando Mocha, raggiungendo Dhubab e soprattutto arrivando sull’isola di Mayyun-Perim, piantata nel mezzo dello stretto. L’Arabia Saudita vede così avvicinarsi al proprio fianco meridionale un avversario che non possiede soltanto missili e droni, ma ora anche una posizione geografica capace di trasformarsi in una pistola puntata contro una delle arterie dell’economia mondiale.
Quando la geografia diventa un’arma
Per capire quello che sta accadendo bisogna dimenticare per un momento le mappe politiche e guardare una carta nautica. Bab el-Mandeb è la porta meridionale del Mar Rosso. Chi passa da Suez per raggiungere l’Oceano Indiano deve attraversarlo; chi sale dal Golfo di Aden verso l’Europa fa altrettanto. Non è necessario “chiudere” materialmente lo stretto con una catena. È sufficiente renderlo abbastanza pericoloso da convincere assicuratori, armatori e comandanti a non attraversarlo.
Ed è proprio questo il punto che spesso sfugge quando si parla di libertà di navigazione. Una petroliera non deve necessariamente essere affondata perché una rotta venga neutralizzata: basta che il premio assicurativo diventi proibitivo, che una compagnia consideri troppo elevato il rischio per l’equipaggio o che decida di circumnavigare l’Africa attraverso il Capo di Buona Speranza. Significa settimane in più di navigazione, più carburante, noli maggiori e quindi prezzi più alti alla fine della catena: dalla benzina alle materie plastiche, dalle merci asiatiche ai prodotti industriali europei.
Secondo Reuters, una chiusura effettiva del Bab el-Mandeb potrebbe mettere in difficoltà una rotta che interessa circa il 12 per cento del commercio mondiale e una quota nell’ordine del 7 per cento dei flussi petroliferi globali. Numeri sufficienti a spiegare perché quello che succede in una piccola isola dello Yemen possa arrivare poche settimane dopo sullo scontrino di una famiglia italiana.
La vera trappola saudita: Hormuz da una parte, Bab el-Mandeb dall’altra
Il problema per Riyad è ancora più grave perché Bab el-Mandeb non è una crisi isolata. L’Arabia Saudita aveva costruito buona parte della propria sicurezza energetica sull’idea di possedere un’alternativa allo Stretto di Hormuz: attraverso l’oleodotto East-West, il petrolio estratto nella parte orientale del Regno può raggiungere la costa del Mar Rosso e il terminale di Yanbu senza attraversare Hormuz.
Ma il 12 settembre anche questa valvola di sicurezza è entrata in crisi. L’oleodotto, capace di trasportare nell’ordine di quattro-cinque milioni di barili al giorno, è stato temporaneamente fermato dopo un attacco con droni proveniente, secondo le autorità irachene, dal territorio dell’Iraq. Washington ha indicato responsabilità riconducibili alla rete iraniana; Baghdad sta investigando. Contemporaneamente gli Houthi hanno raggiunto Perim. In altre parole, mentre Hormuz è gravemente compromesso, anche la strada saudita verso il Mar Rosso diventa vulnerabile.
Ecco perché questa volta la questione va molto oltre lo Yemen.
Teheran non ha bisogno di possedere formalmente gli stretti. Gli basta poter condizionare il comportamento di coloro che li attraversano. L’Iran esercita direttamente una fortissima pressione su Hormuz e dispone, attraverso il rapporto con gli Houthi, di un alleato capace di fare altrettanto dall’altra parte della Penisola Arabica. È una forma di geopolitica dei colli di bottiglia: invece di controllare tutti i mari, si condizionano i pochi punti attraverso cui devono inevitabilmente passare le merci.
L’Arabia Saudita tornerà in guerra nello Yemen?
È qui che bisogna essere molto precisi. Al momento non risulta annunciato da Riyad un nuovo intervento terrestre saudita su vasta scala nello Yemen. Sarebbe quindi prematuro scrivere che l’Arabia Saudita “ha deciso di invadere”. Quello che sappiamo è però già molto significativo: il principe ereditario Mohammed bin Salman ha chiesto agli Stati Uniti assistenza militare, mentre Washington, secondo Reuters, appare riluttante ad aprire un nuovo fronte e per ora sarebbe maggiormente orientata verso un sostegno di intelligence. Sono inoltre circolate notizie di attacchi sauditi nell’area di Mocha, ma non tutte hanno ricevuto conferme indipendenti.
La tentazione dell’intervento esiste perché Riyad non può facilmente accettare che gli Houthi consolidino una posizione dominante sulla costa e sulle isole dello stretto. Ma qui comincia il dramma della memoria.
L’Arabia Saudita conosce già lo Yemen. Ci è entrata militarmente nel 2015 immaginando un conflitto relativamente rapido e ne è uscita dopo anni di guerra, bombardamenti, missili lanciati contro il territorio saudita, distruzioni immense e una delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo. La tregua del 2022 aveva almeno congelato quella spirale. Tornare alla guerra significherebbe rischiare di riaprire una ferita che non si è mai realmente rimarginata.
E soprattutto gli Houthi di oggi non sono quelli del 2015. Hanno accumulato esperienza militare, missili, droni, capacità di guerra asimmetrica e una maggiore familiarità con gli attacchi contro la navigazione. La loro conquista della costa dimostra inoltre quanto frammentato sia rimasto il fronte yemenita che li combatte.
Gli Houthi dicono: le navi internazionali sono al sicuro. Ma chi decide domani?
Gli Houthi sostengono che la libertà di navigazione internazionale non sia in pericolo e che le loro misure siano dirette soprattutto contro gli interessi sauditi. È un’affermazione che va registrata, ma non basta a tranquillizzare il mercato. Perché il problema geopolitico nasce esattamente qui: nessun gruppo armato dovrebbe poter decidere unilateralmente quali bandiere abbiano diritto di attraversare una delle grandi arterie commerciali del pianeta.
Oggi il bersaglio può essere una nave saudita. Domani una nave collegata a Israele. Dopodomani una compagnia accusata di collaborare con Washington. La libertà dei mari non può dipendere dall’elenco degli amici e dei nemici redatto da una forza militare che domina una costa.
Ed è altrettanto vero che una risposta fatta esclusivamente di bombardamenti rischierebbe di replicare il fallimento opposto: credere che un problema politico, sociale e regionale come quello yemenita possa essere risolto soltanto mediante superiorità tecnologica e potenza di fuoco.
Il Mediterraneo dovrebbe preoccuparsi molto più di quanto faccia
L’Europa non è spettatrice. Bab el-Mandeb è anche una porta del Mediterraneo. Se le navi provenienti dall’Asia smettono di attraversare il Mar Rosso, diminuisce il traffico attraverso Suez. Se diminuisce il traffico attraverso Suez, vengono colpiti porti, logistica, industrie e catene di approvvigionamento europee.
Per l’Italia questo significa Genova, Trieste, Gioia Tauro, Augusta e l’intero sistema commerciale mediterraneo. Significa container che arrivano più tardi e costano di più. Significa energia. Significa inflazione.
Ma significa anche qualcosa di più profondo: la progressiva trasformazione degli stretti marittimi in strumenti di pressione politica mostra quanto fragile sia diventata quella globalizzazione che avevamo immaginato quasi automatica. Le merci possono viaggiare liberamente soltanto finché esiste un minimo di ordine internazionale condiviso.
Quando quell’ordine viene meno, torna una verità molto antica: la geografia riprende il comando della storia.
E come sempre, sotto le mappe ci sono gli uomini
C’è infine qualcosa che rischia di scomparire sotto i diagrammi del prezzo del petrolio: lo Yemen.
Ogni volta che parliamo di “intervento”, “deterrenza”, “risposta”, “asse della resistenza”, “sicurezza delle rotte”, dovremmo ricordare che dietro queste espressioni vivono milioni di persone che hanno già attraversato fame, epidemie, sfollamenti e bombardamenti. La nuova offensiva ha già costretto decine di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case.
Una lettura cristiana della geopolitica non significa ignorare il diritto degli Stati alla difesa né rassegnarsi alla legge del più forte. Significa però rifiutare l’illusione secondo cui ogni nuova escalation prepari automaticamente la pace. La pace è anche libertà dei mari, sicurezza delle popolazioni, diritto dei popoli a non diventare pedine e capacità della diplomazia di intervenire prima che l’unico linguaggio rimasto sia quello dei missili.
L’Arabia Saudita ha ragioni concrete per sentirsi minacciata. Gli Houthi hanno costruito una leva geopolitica formidabile. L’Iran vede crescere la propria capacità negoziale. Washington non sembra desiderosa di caricarsi sulle spalle un’altra guerra. E lunedì in Oman è previsto un nuovo tentativo di dialogo regionale su Hormuz, senza però aspettative di un accordo immediato.
È questo il vero “casino”, molto più serio della parola con cui possiamo sintetizzarlo: Hormuz da una parte, Bab el-Mandeb dall’altra, l’oleodotto saudita colpito in mezzo e una grande potenza energetica che rischia di scoprire che tutte le sue vie d’uscita sono vulnerabili contemporaneamente.
Bab el-Mandeb non è un remoto stretto dello Yemen: è la porta meridionale di Suez e quindi una delle porte di casa nostra. Se gli Houthi riuscissero a trasformarlo da rotta internazionale in strumento di pressione politica, mentre Hormuz resta sotto tensione, la crisi non avrebbe più soltanto un nome mediorientale. Avrebbe il prezzo della benzina, dei trasporti e delle merci europee. Ma soprattutto avrebbe ancora una volta il volto dei civili yemeniti, condannati a pagare il conto delle strategie altrui.
