La Mostra premia storie di donne invisibili, disuguaglianze, guerre e coscienze inquietate. Ma i venticinque minuti di applausi al documentario israeliano su Gaza provocano la reazione furiosa del governo Netanyahu. E nella serata conclusiva un frate ricorda che perfino il Vangelo può diventare sovversivo quando viene annunciato senza paura.
Il Leone d’oro alla donna che nessuno vede
Venezia 83 si è chiusa il 12 settembre con un verdetto che dice qualcosa sul cinema, ma forse ancora di più sul tempo nel quale viviamo. Il Leone d’oro è andato a Woman Unknown di May el-Toukhy, regista danese di origini egiziane, mentre Mathilde Arcel ha conquistato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Il film conduce nella Danimarca del dopoguerra e mette al centro una donna e un segreto che il ritorno alla normalità non riesce a seppellire. El-Toukhy è appena l’ottava donna nella storia della Mostra a vincere il Leone d’oro ed era, significativamente, l’unica regista donna in solitaria tra i ventuno film del concorso principale.
Non è soltanto un riconoscimento “alle donne”, formula che rischierebbe di diventare persino paternalistica. È piuttosto un premio allo sguardo sull’invisibile. Ed è forse questa la parola che attraversa sotterraneamente l’intera Venezia di quest’anno: vedere. Vedere chi normalmente resta fuori dall’inquadratura, chi paga il prezzo delle decisioni dei potenti, chi viene trasformato in statistica dalla Storia. Il grande cinema, quando è veramente tale, non consegna allo spettatore un catechismo ideologico già confezionato: gli impedisce semplicemente di continuare a non vedere.
Lee Chang-dong e il comandamento dimenticato
Il Leone d’argento – Gran premio della Giuria a Possible Love di Lee Chang-dong rafforza questa impressione. Due coppie appartenenti a mondi sociali differenti diventano il laboratorio attraverso il quale il regista coreano interroga desiderio, ricchezza, invidia e diseguaglianza. Non casualmente è stato individuato nel decimo comandamento — non desiderare la roba d’altri — uno dei riferimenti morali della storia.
È un cinema che non ha bisogno di gridare per diventare politico. Il denaro cambia le relazioni prima ancora dei governi; il desiderio di possedere ciò che appartiene all’altro finisce per trasformarsi nel desiderio di essere l’altro. In una società globale che misura continuamente uomini e donne attraverso reddito, consumo, successo e visibilità, Lee Chang-dong torna alla persona. Ed è curioso che proprio il cinema contemporaneo debba ricordarci una verità antichissima: la povertà più pericolosa comincia quando non riusciamo più a riconoscere sufficiente ciò che siamo.
Accanto a questi riconoscimenti, Venezia ha premiato Ilya Khrzhanovsky per la regia di DAU, John Malkovich con la Coppa Volpi per Wild Horse Nine, Malou Khebizi come giovane interprete di 15/18 – A Place to Heal, mentre il premio per la sceneggiatura è andato a Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per Un bon petit soldat. È un palmarès nel quale ritornano potere, violenza, fragilità, apparati, diseguaglianze e responsabilità individuale.
NAZA, quando venticinque minuti di applausi fanno paura
Ma il momento destinato probabilmente a sopravvivere al rituale dei premi porta un nome breve: NAZA. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, cineasti israeliani già coinvolti nell’esperienza di No Other Land, ha ottenuto il Premio speciale della Giuria. Racconta Gaza attraverso testimonianze provenienti anche dall’interno dell’apparato militare e dell’intelligence israeliana. Alla sua proiezione il pubblico della Sala Grande ha reagito con una standing ovation durata venticinque minuti.
Naturalmente un applauso non costituisce una sentenza giudiziaria e un documentario non sostituisce un tribunale internazionale. Questa distinzione è indispensabile soprattutto quando si parla di una guerra nella quale propaganda, dolore e informazione si combattono quasi quanto gli eserciti. Le Forze di difesa israeliane hanno contestato aspetti del racconto, mettendo in discussione l’attendibilità di fonti anonime e negando che sia l’intelligenza artificiale a decidere autonomamente gli obiettivi. Anche queste obiezioni devono essere ascoltate.
Ma ascoltare non significa intimidire. Contestare un film è democrazia; chiedere idealmente ai suoi autori di lasciare il Paese perché lo hanno realizzato è qualcosa di molto diverso.
Ben-Gvir e quella parola terribile: «Andatevene»
È qui che la vicenda cinematografica diventa una questione civile e morale. Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha definito Abraham e Szor «una vergogna e un disonore» per Israele, invitandoli ad andarsene e aggiungendo sarcasticamente che Hamas sarebbe stato lieto di accoglierli. Il ministro della Cultura Miki Zohar è andato ancora oltre, annunciando di voler chiedere la revoca della loro cittadinanza per quello che considera un tradimento dello Stato.
Ed è precisamente qui che bisogna essere molto chiari. Un israeliano che denuncia ciò che ritiene un crimine commesso dal proprio governo non per questo cessa di essere israeliano. Un ebreo che critica la politica dello Stato d’Israele non per questo diventa antisemita. Un cittadino che interroga moralmente il proprio esercito non diventa automaticamente amico del nemico.
Al contrario, esiste una forma altissima di appartenenza che consiste proprio nel rifiutare di identificare la patria con chi temporaneamente la governa. È la differenza fra patriottismo e nazionalismo, fra amore per il proprio popolo e idolatria dello Stato. Per un cristiano questa distinzione dovrebbe risultare particolarmente familiare: nessuna nazione, nessun esercito, nessun governo può reclamare per sé l’assolutezza che appartiene soltanto a Dio.
E la frase «andatevene» è forse la più inquietante. Perché una democrazia comincia ad ammalarsi quando chi dissente viene considerato estraneo al corpo nazionale. Prima viene chiamato traditore, poi nemico, infine qualcuno che non merita più di appartenere alla comunità. È un meccanismo antico. Ed è proprio la storia del Novecento — anche e soprattutto la tragedia vissuta dal popolo ebraico — ad averci insegnato quanto sia pericoloso stabilire che un cittadino debba dimostrare la propria fedeltà rinunciando alla propria coscienza.
Il frate che fa ridere Dio
Poi, quasi per uno di quegli strani appuntamenti che soltanto il cinema sa organizzare, Venezia si è chiusa fuori concorso con Dio ride di Giovanni Veronesi. E sullo schermo è apparso fra Leopoldo da Casamacchia, interpretato da Pierfrancesco Favino: un cappuccino del Seicento che porta il Vangelo tra contadini e povera gente raccontando parabole, miracoli e Scrittura con una lingua comprensibile, popolare, perfino allegra. Le piazze si riempiono, le chiese si svuotano, il popolo ascolta e il potere comincia a preoccuparsi.
Da francescano, è forse questo il personaggio che mi incuriosisce maggiormente. Non perché ogni rappresentazione cinematografica del frate debba essere automaticamente celebrata: anche Dio ride indulge qua e là nella caricatura e in qualche semplificazione storica. Ma coglie qualcosa di profondamente francescano: la letizia può essere una forma di evangelizzazione e, proprio per questo, una forma di libertà.
Francesco d’Assisi non conquistò le piazze con gli apparati. Non aveva eserciti, giornali, televisioni, algoritmi. Aveva una parola disarmata e una vita che rendeva quella parola credibile. Fra Leopoldo, nella lettura di Veronesi e Favino, possiede qualcosa di questa provocazione: rende Dio vicino. Toglie il Vangelo dalle mani di chi vorrebbe trasformarlo in linguaggio per iniziati e lo restituisce ai poveri. E ogni volta che la parola torna al popolo, il potere — civile o religioso che sia — sente diminuire il proprio monopolio.
Qui Dio ride diventa involontariamente il commento più interessante a tutta Venezia 83.
Il cinema come luogo della coscienza
Che cosa hanno infatti in comune la donna dimenticata di Woman Unknown, le differenze sociali di Possible Love, le testimonianze israeliane di NAZA e il frate irregolare di Dio ride? Apparentemente nulla. In realtà raccontano la stessa battaglia: quella tra la coscienza personale e le strutture che pretendono di definirla.
Non significa che ogni ribelle abbia ragione. Nemmeno che ogni film politicamente scomodo sia necessariamente un buon film. Sarebbe un’altra forma di conformismo. Significa però riconoscere al cinema il diritto di porre domande alle quali il potere preferirebbe non rispondere.
Per questo i venticinque minuti di applausi a NAZA non dovrebbero essere letti come venticinque minuti contro Israele. Possono essere letti anche in modo esattamente opposto: come un applauso a due israeliani che rivendicano il diritto di interrogare Israele dall’interno. Il loro film potrà essere contestato, discusso, verificato, persino confutato punto per punto. È così che funziona una società libera. Ciò che non dovrebbe accadere è trasformare la critica in tradimento e il dissidente in un cittadino da espellere.
Perché se una pellicola è falsa, si risponde con i fatti. Se è manipolatoria, la si smonta con le prove. Se è ingiusta, la si critica. Ma quando a un film si risponde minacciando la cittadinanza dei suoi autori, il rischio è che il potere finisca per confermare proprio la domanda che avrebbe voluto mettere a tacere.
E allora, alla fine di questa Venezia, rimane curiosamente l’immagine del frate di Favino. Un uomo disarmato che racconta storie e per questo inquieta i potenti. Forse il cinema continua ad avere senso precisamente quando riesce ancora a fare questo: raccontare una storia davanti alla quale il re, il ministro, il generale, il cardinale, il ricco e il povero sono costretti per qualche ora a sedersi nella stessa sala.
Al buio.
E ad ascoltare.
Venezia 83 ha ricordato che l’arte non deve diventare né propaganda dei governi né tribunale sommario contro i popoli. Deve conservare qualcosa di più prezioso: la libertà della coscienza. Dal Leone d’oro di Woman Unknownai venticinque minuti di applausi per NAZA, fino alla letizia francescana di Dio ride, il cinema migliore resta quello che rende visibile chi il potere preferirebbe lasciare fuori campo.
