La segretaria del Pd occupa il campo e si prepara alla sfida per Palazzo Chigi. Ma tra Conte, AVS, riformisti, cattolici democratici e centro moderato resta la domanda decisiva: può una leadership fortemente caratterizzata diventare una candidatura nazionale? Il pericolo maggiore per il centrosinistra è trasformare la competizione interna in un vantaggio per gli avversari.

Elly contro Giorgia: la tentazione della sfida perfetta

«Donna e di sinistra». Elly Schlein ha scelto di non nascondersi più dietro le formule prudenti della costruzione dell’alleanza. Alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia ha praticamente lanciato la propria candidatura alla guida del Paese: prima il programma comune, poi l’accordo sulla leadership oppure le primarie. E, se saranno primarie, il Pd è convinto di vincerle.

La segretaria ha detto che c’è chi non vuole «una persona di sinistra a Palazzo Chigi» e ha rivendicato le proprie «aggravanti personali»: donna, quarant’anni, libera, non conforme agli standard. Il messaggio è chiaro: la campagna elettorale è già cominciata.

Sarebbe però sbagliato sottovalutarla. Chi continua a considerarla una parentesi destinata a chiudersi rischia di commettere lo stesso errore di chi, anni fa, riteneva Giorgia Meloni incapace di uscire dal recinto di Fratelli d’Italia. Schlein ha resistito, ha ricompattato una parte significativa del partito, ha riportato il Pd dentro battaglie sociali che aveva progressivamente abbandonato e possiede una qualità preziosa nella politica contemporanea: è riconoscibile.

Il problema comincia esattamente qui.

Un leader di partito deve diventare leader di coalizione

Schlein non concorre alla Presidenza della Repubblica. La sua partita è quella delle prossime elezioni politiche e della Presidenza del Consiglio. Non le si può quindi chiedere la funzione super partes propria del Capo dello Stato.

Ma chi aspira a governare l’Italia deve compiere un passaggio decisivo: da leader della propria parte a possibile leader del Paese.

Giorgia Meloni lo ha affrontato, almeno elettoralmente, nel 2022. Non ha smesso di essere una donna di destra, ma ha cercato di convincere anche elettori estranei alla storia della destra italiana che un governo da lei guidato non avrebbe costituito un salto nell’ignoto. La normalizzazione internazionale, il rapporto con le istituzioni europee e atlantiche e la costruzione di un’immagine istituzionale hanno fatto parte di questa operazione.

Schlein dovrà compiere un percorso analogo nella direzione opposta.

Perché un conto è vincere il congresso del Partito Democratico, un altro le primarie dell’alleanza e un altro ancora conquistare Palazzo Chigi.

«Donna e di sinistra»: identità o programma?

Il fatto che Schlein sia donna non costituisce né un titolo di merito né una ragione per non votarla. L’Italia ha già una donna Presidente del Consiglio. Sarebbe quindi più utile giudicare entrambe per le loro idee, non per il sesso.

Più significativa è la definizione «di sinistra».

È una rivendicazione legittima dopo anni nei quali una parte della sinistra europea sembrava quasi vergognarsi del proprio nome. Se significa salari dignitosi, sanità pubblica, scuola, lotta alla precarietà, tutela dei lavoratori, attenzione agli ultimi, contrasto alle diseguaglianze e difesa dell’ambiente, può parlare a un elettorato molto più vasto delle sezioni del Pd.

Ma un progetto di governo non può limitarsi a sommare appartenenze.

L’elettore cattolico democratico, il moderato che non si riconosce più nel centrodestra, l’imprenditore preoccupato della stagnazione, il lavoratore autonomo, il piccolo commerciante, il pensionato, il giovane precario, l’operaio delle periferie che negli ultimi anni ha votato a destra: si sentiranno compresi?

È questa la domanda che Schlein deve porsi. Non se la sinistra la riconosca, ma se una parte dell’Italia che non si definisce di sinistra possa riconoscere in lei una possibile Presidente del Consiglio.

Il rischio: vincere le primarie e perdere le politiche

Il centrosinistra italiano ha spesso trasformato la ricerca dell’accordo in una discussione interminabile sulla leadership.

Giuseppe Conte non considera scontato che il candidato premier debba essere il segretario del partito maggiore. Il Movimento 5 Stelle rivendica la propria autonomia, mentre AVS mantiene sensibilità differenti. Anche sulla politica internazionale emergono distanze rilevanti: Ucraina, riarmo europeo, spese militari e modalità per perseguire una soluzione negoziale dividono forze che sulle politiche sociali appaiono più vicine.

Se queste differenze diventassero una guerra interna, Meloni potrebbe assistere allo spettacolo dalla tribuna.

Le elezioni non si vincono dimostrando chi sia più di sinistra, ma conquistando più voti dell’altro schieramento nel Paese reale.

Una primaria combattuta fra Schlein e Conte potrebbe mobilitare gli elettori, ma anche produrre ferite difficili da ricomporre. Tutto dipenderà dal patto politico: chi perde riconoscerà subito chi vince? Il programma sarà accettato da tutti? Gli elettori del candidato sconfitto seguiranno il vincitore?

Sono domande più importanti della fotografia del leader sul manifesto.

Parlare al centro senza diventare centristi

Cercare consensi oltre il proprio elettorato non significa rinunciare alle proprie convinzioni. In una democrazia coalizionale, le elezioni si decidono anche fra cittadini privi di un’appartenenza politica stabile.

È questo lo spazio che il centrosinistra rischia di lasciare alla destra.

Esiste un’Italia cattolica e sociale che non si riconosce nel sovranismo, rifiuta l’ossessione identitaria, vuole governare l’immigrazione senza disumanizzare le persone, desidera una politica di pace senza simpatizzare per Putin, chiede giustizia sociale senza considerare l’impresa un nemico e difende l’Europa, ma pretende un’Europa più sociale.

Dove va questo elettorato?

Se Schlein vuole sfidare davvero Meloni, dovrà parlare anche a questa Italia, senza annacquare le proprie idee ma rendendole comprensibili a chi non frequenta il suo mondo politico.

Il cattolicesimo democratico non può essere un soprammobile

I cattolici osservano la prossima tornata elettorale con attenzione. Il centrosinistra non può ricordarsi dei cattolici soltanto quando deve completare una lista elettorale o cercare qualche volto rassicurante.

La tradizione cattolico-democratica e cattolico-sociale non è un residuo della Prima Repubblica. Possiede categorie ancora attuali: dignità del lavoro, solidarietà, sussidiarietà, pace, tutela della fragilità, accoglienza accompagnata dalla responsabilità, centralità della famiglia, europeismo e attenzione ai corpi intermedi.

Non tutto coincide con il programma della sinistra contemporanea. Proprio per questo quella cultura può essere utile.

Un’alleanza non è una comunità nella quale tutti devono professare il medesimo credo. È un accordo fra culture diverse su alcune priorità di governo.

Meloni si batte nel Paese, non alla Festa dell’Unità

Schlein ha pieno diritto di dire: sono donna e sono di sinistra. Il problema nasce soltanto se quella frase, invece di essere il punto di partenza della candidatura, ne diventa il confine.

Per battere Giorgia Meloni non basta entusiasmare Campovolo. Bisogna convincere anche chi alla Festa dell’Unità non andrebbe mai.

Occorre tornare nelle periferie dove la sinistra ha perso operai e famiglie popolari; parlare agli imprenditori senza considerarli automaticamente privilegiati; recuperare gli astenuti; dialogare con il mondo cattolico; offrire sicurezza senza imitare il securitarismo; costruire la pace senza trasformarla in neutralità davanti all’aggressore; difendere i diritti civili senza dimenticare che per milioni di persone il primo diritto è arrivare alla fine del mese.

È qui che si misurerà la statura politica di Elly Schlein.

Non nella capacità di dimostrare di essere abbastanza di sinistra per battere Conte alle primarie, ma in quella, molto più difficile, di convincere milioni di italiani che non sono di sinistra ad affidarle comunque il governo del Paese.

Prima il progetto, poi il nome

Schlein ha ragione almeno su un punto: prima viene il programma e dopo il candidato. Ma questa affermazione deve diventare metodo, non tattica.

Il centrosinistra dovrebbe arrivare alle eventuali primarie avendo già stabilito cosa farà su lavoro, sanità, fisco, immigrazione, natalità, casa, energia, industria, Ucraina, difesa europea, Gaza e politica estera. A quel punto Schlein, Conte o chiunque altro potranno chiedere agli elettori di guidare quel progetto.

Se invece ciascun partito costruirà prima il proprio candidato e soltanto dopo cercherà di cucirgli intorno un programma comune, il rischio sarà enorme.

Giorgia Meloni possiede un vantaggio che l’opposizione non può ignorare: il centrodestra conosce già il proprio candidato, mentre il centrosinistra sta ancora discutendo su chi debba sfidarlo.

In politica la coerenza è necessaria, ma alla fine bisogna contare i voti.

 Elly Schlein può legittimamente rivendicare di essere «donna e di sinistra». La vera prova è trasformare questa caratterizzazione in una leadership capace di parlare a Pd, Cinque Stelle, AVS, cattolici democratici, riformisti e cittadini senza una tessera politica. Il pericolo maggiore non è che Schlein sia troppo di sinistra, ma che il centrosinistra non riesca a presentarsi unito e credibile davanti al Paese.