Nel convegno “Come cambia il mondo nell’era dell’IA”, ospitato il 12 settembre a Roma nell’ambito di Figlie della stessa rabbia 2026, economisti, studiosi, sindacalisti e un sacerdote francescano hanno interrogato l’intelligenza artificiale non come semplice innovazione tecnologica, ma come questione di potere, lavoro, guerra, libertà e futuro dell’uomo. Dario Guarascio ha parlato di imperialismo digitale, Luciano Vasapollo delle nuove forze produttive, Vladimir Giacché del modello cinese, Claudio Argentini delle conseguenze sul lavoro. Padre Alfonso Bruno ha portato nel confronto la prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas, mostrando che la Chiesa può entrare in un dibattito anche molto lontano dai suoi ambienti abituali senza perdere nulla della propria identità: non per arruolare qualcuno, ma perché tutto ciò che riguarda l’uomo riguarda il Vangelo.
L’intelligenza artificiale è già una questione sociale
L’intelligenza artificiale ha ormai smesso di essere una faccenda per ingegneri. È entrata nelle fabbriche, negli ospedali, nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, negli eserciti, nella comunicazione e perfino nella maniera in cui costruiamo il consenso politico. Ed è proprio questa consapevolezza ad aver dato unità a interventi nati da culture molto diverse durante il confronto svoltosi al Parco del Circolo ARCI Concetto Marchesi, a Tiburtino III. La domanda che attraversava quasi tutte le relazioni non era se l’IA sia buona o cattiva, ma chi la controlli, a chi appartengano i dati, chi incassi i guadagni dell’aumento di produttività e soprattutto quale spazio rimanga alla persona dentro una nuova architettura economica nella quale il sapere stesso diventa capitale.
Dario Guarascio ha insistito sul concetto di imperialismo digitale. Le grandi imprese tecnologiche non producono soltanto merci: possiedono infrastrutture, reti, piattaforme e una capacità di accumulare informazioni che conferisce loro un potere fino a pochi decenni fa prerogativa quasi esclusiva degli Stati. Elon Musk diventa allora qualcosa di più di un imprenditore; Jeff Bezos non è soltanto il proprietario di Amazon quando possiede anche il Washington Post. Il problema emerge soprattutto quando i grandi gruppi tecnologici diventano contemporaneamente fornitori degli Stati, interlocutori della difesa, protagonisti della comunicazione pubblica e proprietari delle infrastrutture sulle quali una parte della società ormai vive. Internet, nato con la promessa di disseminare il potere e democratizzare la conoscenza, rischia così la propria nemesi: trasformarsi nello strumento attraverso il quale si realizza una concentrazione economica e informativa senza precedenti.
Ed è qui che il vecchio complesso militare-industriale incontra la Silicon Valley. La guerra stessa tende a privatizzarsi, mentre capacità di calcolo, satelliti, piattaforme, intelligenza geospaziale e sistemi automatici entrano nella catena del comando. Lo Stato dovrebbe controllare le grandi corporation, ma spesso ne è anche cliente e dipende da competenze che esso stesso non possiede più. È un intreccio nel quale le porte girevoli tra impresa e istituzioni rendono sempre meno nitido il confine fra interesse pubblico e potere privato.
Vasapollo: chi possiede la nuova forza produttiva?
Luciano Vasapollo ha ricondotto l’intero problema alla storia delle forze produttive. Ogni grande rivoluzione tecnologica ha promesso di amplificare le capacità dell’uomo e di liberarlo dalla fatica. Eppure il progresso tecnico non coincide automaticamente con il progresso sociale. Se una macchina consente di compiere in un’ora il lavoro che prima ne richiedeva dieci, la questione politica non è soltanto quanto quella macchina sia efficiente: bisogna chiedersi che cosa accada alle nove ore liberate. Diventeranno tempo di vita per il lavoratore? Si ridurrà l’orario? Cresceranno i salari? Oppure aumenterà soltanto la produttività mentre qualcuno verrà espulso dal processo produttivo?
Da qui il richiamo al general intellect marxiano: la scienza e il sapere incorporati nelle macchine non appartengono in realtà a un singolo individuo. Sono il prodotto storico dell’intelligenza sociale, delle università, della ricerca, del lavoro accumulato di generazioni. L’IA rende questa contraddizione ancora più evidente, perché gli strumenti sono posseduti da pochi mentre la materia sulla quale vengono addestrati — dati, linguaggi, conoscenze, comportamenti — è prodotta dall’intera società. Non scomparirà necessariamente il lavoro, ma cambierà il rapporto tra lavoro vivo e lavoro incorporato nelle macchine; e proprio lì si giocherà una parte decisiva del conflitto sociale dei prossimi decenni.
Vladimir Giacché ha mostrato come la Cina stia affrontando questa stessa trasformazione attraverso una struttura molto differente da quella statunitense. DeepSeek, Baidu, TikTok, i semiconduttori, gli investimenti nel settore digitale e l’inserimento dell’intelligenza artificiale nella programmazione economica indicano un modello nel quale lo Stato continua a stabilire obiettivi strategici. Il mercato esiste, le imprese private esistono, il capitale esiste, ma la direzione politica dello sviluppo conserva un peso assai più forte. Interessante anche la differenza culturale evocata da Giacché: nel mondo cinese la distinzione tra intelligenza e saggezza impedisce almeno concettualmente di identificare la capacità di calcolo con la pienezza dell’umano. E mentre l’Occidente guarda spesso alla macchina intelligente attraverso le proprie distopie, la società cinese manifesta generalmente un atteggiamento più fiducioso verso la tecnologia.
Il lavoro non sparisce: ma chi pagherà la transizione?
Il contributo di Claudio Argentini ha riportato la discussione sul terreno sindacale. Non è affatto scontato che siano i mestieri manuali a pagare per primi l’impatto dell’IA. La generazione automatica di testi, immagini, codici e analisi entra direttamente nelle professioni intellettuali e amministrative, nei cosiddetti colletti bianchi, e può colpire soprattutto i giovani che devono ancora entrare nel mercato del lavoro. Di conseguenza, la questione non è resistere alla tecnologia come i luddisti di due secoli fa, ma contrattarne l’introduzione. La riduzione dell’orario, la tutela contro il demansionamento, la formazione, la trasparenza dei sistemi automatici e la possibilità dei lavoratori di intervenire sull’utilizzo degli algoritmi diventano materia sindacale a tutti gli effetti.
E la domanda più elementare rimane forse la più efficace: se l’intelligenza artificiale produce davvero questa straordinaria crescita di efficienza, migliorerà almeno la vita quotidiana? Diminuiranno i tempi d’attesa negli ospedali? Un infermiere potrà occuparsi maggiormente del malato invece che della burocrazia? Un lavoratore avrà più tempo per la propria famiglia? Aumenteranno i salari? Perché se il risultato dell’innovazione fosse soltanto la sostituzione di personale e l’incremento dei margini, avremmo realizzato un magnifico progresso delle macchine e un modesto progresso dell’umanità.

Padre Alfonso Bruno: un sacerdote che guarda la persona, non la bandiera di partito
È all’interno di questo confronto che va collocato correttamente l’intervento di padre Alfonso Bruno. Sarebbe un errore leggerne la presenza come quella di un sacerdote che si sposta sul terreno della politica per assumere il linguaggio di una parte. Il suo punto di partenza è esattamente opposto: è un uomo di fede che considera impossibile annunciare il Vangelo ignorando ciò che sta accadendo all’uomo.
Lo aveva chiarito fin dalle prime battute del suo intervento, con una frase volutamente spiazzante: «un frate francescano che viene a parlare di intelligenza artificiale a un pubblico che, per storia e sensibilità, guarda a sinistra: detta così, sembra l’inizio di una barzelletta». Ma subito aveva precisato il significato della sua presenza: proporre «un cantiere comune».
È una differenza decisiva. Bruno non cerca una patente progressista, non annacqua la propria identità francescana e cattolica e non trasforma Leone XIV in un autore da utilizzare strumentalmente dentro una contesa politica. Porta invece la propria fede in uno spazio nel quale sa che incontrerà persone che non la condividono, perché il cristiano non dovrebbe avere paura del dialogo. Può avere interlocutori lontanissimi, marxisti, sindacalisti, atei, credenti di altre tradizioni; ciò che deve temere non è la diversità, ma l’ipocrisia e la menzogna, a cominciare da quella con cui ciascuno può costruire un’immagine falsa di se stesso.
È precisamente questo il senso dell’alleanza proposta nel titolo della relazione: La torre e le mura. Scienza, intelligenza artificiale e potere nella Magnifica humanitas di Leone XIV. Per un’alleanza tra credenti e non credenti a custodia dell’umano. La Chiesa, nel ragionamento di Bruno, non entra nel dibattito sull’IA per rivendicare competenze tecniche che non possiede. Entra perché quando il valore della persona, il lavoro, la guerra, la verità, la giustizia e la libertà sono messi in discussione, essa non può tacere.
Babele o Gerusalemme: il bivio indicato da Leone XIV
Il cuore teologico dell’intervento è costruito sulle due immagini attraverso le quali Magnifica humanitas interpreta la rivoluzione tecnologica: Babele e le mura di Gerusalemme. Babele rappresenta una potenza che sale verso il cielo, un solo linguaggio, un unico progetto imposto dall’alto, l’efficienza che progressivamente prende il posto della comunione. Le mura di Neemia sono invece ricostruite pezzo dopo pezzo da sacerdoti, artigiani, mercanti, famiglie: ciascuno lavora sul tratto che gli sta davanti. Il vero bivio, nell’interpretazione di Bruno, non passa perciò fra chi è favorevole e chi è contrario alla tecnologia, ma «tra la torre di Babele e le mura di Gerusalemme, tra un potere che pretende di scalare il cielo e un popolo che si rimette insieme al lavoro».
Non è un’immagine ornamentale. Diventa la chiave con la quale leggere le stesse preoccupazioni sollevate dagli altri relatori. Chi sta costruendo oggi la torre? Chi possiede i server, i dati, i brevetti e la potenza di calcolo? Chi decide quali informazioni vediamo, quali vengono oscurate e quali comportamenti vengono premiati? L’enciclica, nella lettura proposta al convegno, riconosce che l’innovazione un tempo era largamente sostenuta dagli Stati, mentre oggi la frontiera della ricerca appartiene sempre più a gruppi privati sovranazionali capaci di disporre di mezzi superiori a quelli di molti governi.
È significativo che proprio qui il sacerdote francescano abbia potuto trovare un punto di contatto con una cultura proveniente dal movimento operaio. Bruno richiama Raniero Panzieri, il marxista dei Quaderni rossi, per il quale la macchina non è mai innocente, perché incorpora i rapporti di potere nei quali viene progettata. Leone XIV, con un linguaggio naturalmente differente, afferma che la tecnologia non è neutrale quando entra nella storia concreta: porta i lineamenti di chi la finanzia, la programma, la regola e la utilizza. Un marxista eterodosso e un Papa agostiniano, osserva Bruno, finiscono così per convergere almeno su una domanda: non soltanto che cosa sappia fare la macchina, ma a chi obbedisca.
Dati e algoritmi non possono diventare il patrimonio di pochi
Qui l’intervento assume una delle sue tonalità socialmente più forti, senza bisogno di trasformare il Vangelo in un manifesto politico. La dottrina sociale cattolica ha sempre riconosciuto la proprietà privata, ma non l’ha mai considerata assoluta. Esiste la destinazione universale dei beni. E Magnifica humanitas, secondo la lettura offerta da Bruno, estende il principio alle nuove proprietà del nostro tempo: dati, algoritmi, piattaforme, brevetti e infrastrutture tecnologiche.
È una conseguenza enorme. Se il patrimonio digitale viene costruito anche attraverso dati e conoscenze prodotti socialmente, non può essere considerato esclusivamente il bottino del primo che riesce a brevettarlo o a concentrarlo. Bruno lo sintetizza con una delle formule più forti della relazione: «non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi». Non bastano cioè codici etici scritti dalle stesse aziende che dovrebbero essere controllate; occorrono istituzioni, autorità indipendenti, cittadini formati e un potere democratico capace di non abdicare.
E qui l’uomo di fede non ha bisogno di trasformarsi in ideologo. Gli basta ricordare un principio cristiano essenziale: il mondo non è proprietà definitiva dei potenti. I beni sono affidati all’uomo affinché servano tutti. Persino una tecnologia sofisticatissima resta sottoposta a quella domanda evangelica antichissima: che cosa ne hai fatto di tuo fratello?
Quando l’efficienza decide chi merita di vivere
La parte forse più propriamente antropologica dell’intervento riguarda il rischio che l’efficienza tecnologica si trasformi in criterio di valore dell’essere umano. Leone XIV, secondo Bruno, mette in guardia contro il transumanesimo e contro l’idea che l’uomo sia soltanto un prototipo ancora difettoso che la tecnica dovrà progressivamente migliorare. Quando una società comincia a misurare le persone in base alla prestazione, all’utilità e alla capacità produttiva, inevitabilmente finisce per distinguere tra vite più e meno desiderabili.
Qui Bruno torna al cuore della fede cristiana: nessun essere umano deve guadagnarsi il diritto di essere considerato persona. La dignità viene prima del rendimento. Il bambino, l’anziano, il disabile, il migrante e anche il lavoratore reso apparentemente «inutile» dalla macchina non rappresentano errori di un sistema da ottimizzare. Sono persone. L’umanità, scrive nel testo, è «splendida e ferita» e non domanda di essere rimpiazzata ma accompagnata.
È qui che compare anche Massimiliano Kolbe, insieme a Óscar Romero ed Enrique Angelelli: uomini diversi che hanno testimoniato con la propria vita che nessuna persona può diventare materiale sacrificabile sull’altare della potenza. Bruno ricorda Kolbe non soltanto perché francescano, ma perché fu anche un pioniere della comunicazione moderna, capace di utilizzare stampa e radio su scala enorme senza trasformare mai il mezzo nel fine. Ad Auschwitz, nel punto più estremo di una civiltà che aveva costruito una gerarchia biologica delle vite, scelse di morire al posto di un padre di famiglia.
Per un sacerdote, parlare di intelligenza artificiale significa allora arrivare esattamente qui: non al processore, ma alla domanda su quale vita consideriamo degna.
Il lato nascosto dell’IA: miniere, lavoratori invisibili e colonialismo dei dati
Bruno insiste anche sulla materialità di una tecnologia che troppo facilmente immaginiamo immateriale. L’intelligenza artificiale consuma acqua ed energia; i data center non sono nuvole, sono fabbriche. Dietro i dispositivi esistono inoltre le miniere dalle quali vengono estratti cobalto e altri minerali, spesso in condizioni incompatibili con la dignità umana, e dietro l’addestramento dei modelli esistono lavoratori del clic, soprattutto nei Paesi poveri, pagati per classificare immagini e filtrare contenuti che altri preferiscono non vedere.
È un passaggio particolarmente personale nel testo. Bruno ricorda la propria esperienza missionaria in Benin, dove per quasi dieci anni ha fondato e diretto una radio cattolica nazionale. Non parla dunque dell’Africa come un oggetto sociologico distante: sa che cosa significhi per un popolo essere considerato deposito di materie prime invece che soggetto della propria storia.
Anche i dati possono allora diventare nuove terre rare. Si estraggono dalle nostre vite, vengono elaborati e trasformati in ricchezza. Il colonialismo non ha più necessariamente una bandiera piantata sul terreno: può esistere una colonizzazione delle informazioni, delle preferenze e delle abitudini.
L’ultima frontiera è la guerra
Su un punto il confronto tra sensibilità diverse è diventato quasi inevitabilmente morale: l’uso dell’intelligenza artificiale nella guerra. L’automazione militare, i sistemi di identificazione dei bersagli, il dual use della ricerca universitaria e la possibilità di delegare progressivamente alla macchina decisioni nelle quali è in gioco la vita umana rendono insufficiente ogni entusiasmo tecnologico.
Bruno riprende Francesco, che al G7 del 2024 aveva chiesto che nessuna macchina decidesse mai di togliere una vita umana, ma sottolinea come Magnifica humanitas di Leone XIV vada ancora oltre, chiedendo di «disarmare l’intelligenza artificiale», sottraendola alla corsa per la supremazia militare, economica e persino mentale.
Per un francescano non potrebbe essere altrimenti. Non perché ignori il male o pretenda di risolvere i conflitti con ingenui appelli sentimentali, ma perché sa che la distanza tecnologica dalla vittima può diminuire anche la percezione morale dell’atto compiuto. Quando si uccide guardando un punto su uno schermo invece di un volto, la guerra rischia di diventare ancora più facile.
Un cantiere comune, non una conversione politica
Ed è proprio qui che si comprende forse meglio la presenza di padre Alfonso Bruno in quel contesto. Non è andato a Tiburtino III per dimostrare che la Chiesa è «di sinistra». Sarebbe una banalizzazione tanto quanto volerla collocare a destra. È andato perché un sacerdote non può interessarsi soltanto dell’anima dell’uomo dimenticando il corpo dell’uomo, il suo salario, il suo lavoro, il suo futuro, la guerra che può ucciderlo, l’algoritmo che può discriminarlo o la tecnologia che può ridurlo a dato.
La fede cristiana non sottrae dal mondo. Costringe ad entrarci più profondamente.
Per questo il confronto con interlocutori lontani non lo indebolisce. Al contrario, gli consente di portare fino in fondo ciò che crede. Non deve diventare marxista per interrogare il dominio del capitale digitale. Non deve benedire il modello cinese per riconoscere che l’Occidente non possiede il monopolio della razionalità. E non deve chiedere permesso alla Silicon Valley per affermare che una macchina, per quanto potente, non possiede la dignità di una persona.
Nel finale dell’intervento ritorna così l’immagine di Neemia: ognuno ripari il tratto di mura che ha davanti alla propria casa. Bruno indica cinque terreni concreti — controllo pubblico, beni comuni digitali, lavoro, disarmo ed educazione — ma soprattutto chiarisce che l’accordo non richiede di pensarla allo stesso modo su tutto. «Io non vi domando di condividere la mia fede; vi domando di condividere il cantiere».
È probabilmente la frase che meglio racconta l’intero incontro.
A Tiburtino III non si è cercato un compromesso ideologico tra cristianesimo e marxismo, né una benedizione religiosa della protesta sociale. Si è fatto qualcosa di più semplice e forse più difficile: persone che non condividono la stessa fede hanno guardato insieme una trasformazione capace di modificare il destino dell’uomo. Padre Alfonso Bruno vi è entrato da sacerdote, non da politico: con la libertà di chi può dialogare con tutti perché non deve fingere di essere ciò che non è. La vera paura, per un uomo di fede, non viene dall’interlocutore che pensa diversamente, ma dall’ipocrisia e dalla menzogna che deformano l’uomo davanti agli altri e davanti a se stesso. È su questo terreno che l’intelligenza artificiale rivela la sua domanda più radicale: non quanto potenti riusciremo a rendere le nostre macchine, ma quale umanità avremo ancora il coraggio di difendere mentre le costruiamo.

