Per ore il ritorno alle retribuzioni precedenti ai tagli straordinari del Covid ha conquistato le home page dell’informazione italiana. Ma qual è davvero la notizia? Che anche cardinali, vescovi, sacerdoti e religiosi impiegati nella Curia percepiscono una retribuzione? O che Leone XIV avrebbe cominciato a smontare l’eredità di Francesco? Dietro un provvedimento amministrativo piuttosto lineare sembra affiorare ancora una volta la tentazione di raccontare la Chiesa attraverso il conflitto tra Pontefici, dimenticando una questione assai più seria: anche in Vaticano esiste una giustizia del lavoro.
Quelle prime pagine che cercavano lo «strappo»
Bisogna partire non dal Vaticano, ma dai giornali.
Per diverse ore del 14 settembre la notizia dell’abrogazione dei tagli salariali introdotti durante il Covid è rimasta in posizione di grande evidenza nell’informazione italiana. Ed è interessante osservare soprattutto come sia stata titolata.
Rai Televideo: «Il Papa cancella i tagli di Francesco». Sky TG24: «Papa Leone cancella i tagli agli stipendi dei dipendenti del Vaticano voluti da Francesco». La7 ha sottolineato il ripristino degli stipendi dei cardinali e il «taglio del 10% voluto da Bergoglio». TgCom ha parlato di Leone che «revoca i tagli di Bergoglio». Il Fatto Quotidiano ha scelto addirittura una chiave interpretativa più esplicita: «I “sacrifici” di Papa Francesco, i passi indietro di Leone XIV».
Sono titoli legittimi. Ma messi uno accanto all’altro rivelano un frame.
La notizia diventa interessante non perché una misura straordinaria introdotta nel 2021, nel pieno della più grave emergenza sanitaria ed economica degli ultimi decenni, abbia cessato di avere effetto nel 2026. Diventa interessante perché Leone cancella ciò che Francesco aveva fatto.
Il soggetto sottinteso non è più lo stipendio.
È il confronto tra i due Papi.
E qui l’informazione rischia di costruire un caso dove, almeno per ora, il caso non c’è.
Leone XIV non ha «sconfessato» Francesco
Basta leggere il Motu proprio invece di fermarsi ai titoli.
Leone XIV riconosce espressamente che le misure adottate dal predecessore «furono necessarie» anche per affrontare l’eccezionalità della pandemia. Non le definisce sbagliate, ingiuste o ideologiche. Dice semplicemente che oggi «possono essere superate» e aggiunge che la Santa Sede e lo Stato della Città del Vaticano continueranno a perseguire con strumenti differenti la sostenibilità economica.
È difficile ricavare da queste parole una rottura.
Francesco governò il 2021. Leone XIV governa il 2026.
Nel 2021 i Musei Vaticani erano stati chiusi per lunghi periodi, il turismo internazionale era crollato, le entrate erano diminuite e il disavanzo della Santa Sede rischiava di produrre conseguenze assai più dolorose. Francesco scelse allora una spending review progressiva, facendo gravare il sacrificio soprattutto sulle fasce più elevate e cercando esplicitamente di evitare licenziamenti, in particolare dei lavoratori laici e delle famiglie.
Cinque anni dopo Leone constata che quell’eccezione non può trasformarsi in normalità.
Dove sarebbe lo scandalo?
Anzi, sarebbe curioso il contrario: mantenere per sempre una decurtazione introdotta espressamente a causa di un’emergenza che non esiste più, soltanto perché abolirla potrebbe essere interpretato come una mancanza di fedeltà al predecessore.
La continuità ecclesiale non è la fossilizzazione delle decisioni amministrative.
Lo scoop: anche i cardinali ricevono uno stipendio
C’è poi un’altra componente, forse meno nobile, della straordinaria fortuna mediatica della notizia: la parola «stipendio» accanto alla parola «cardinale».
Funziona. Produce curiosità, qualche indignazione e inevitabilmente il riflesso: «Ma come, vengono pagati anche loro?». Certo che vengono retribuiti.
Bisogna però utilizzare le parole con precisione. Non «tutti i cardinali del mondo» ricevono uno stipendio dal Vaticano per il semplice fatto di essere cardinali, né ogni vescovo diventa automaticamente dipendente della Santa Sede. Il provvedimento riguarda specifiche categorie che prestano servizio nelle istituzioni vaticane e della Santa Sede: cardinali di Curia, capi e segretari dei Dicasteri, altri ecclesiastici e religiosi inseriti nei relativi livelli funzionali.
Il taglio introdotto da Francesco era stato del 10 per cento per i cardinali di Curia, dell’8 per cento per i livelli C e C1 — essenzialmente figure apicali — e del 3 per cento per i dipendenti chierici e religiosi interessati. Era stato inoltre congelato il meccanismo degli scatti biennali secondo le categorie indicate dalla normativa.
Leone XIV non ha distribuito premi, non ha inventato nuovi stipendi, non ha ordinato un aumento generalizzato.
Ha fatto cessare una decurtazione.
E neppure ha disposto arretrati per recuperare quanto non percepito negli anni trascorsi: gli effetti già prodotti dalla precedente normativa rimangono definitivamente acquisiti.
Questa precisazione cambia parecchio il racconto.
Ma perché un vescovo o un cardinale dovrebbe lavorare gratis?
La questione più interessante, tuttavia, è culturale.
Per quale ragione ci sorprende che un ecclesiastico possa ricevere una retribuzione per un incarico di governo, amministrazione, insegnamento o responsabilità istituzionale?
Essere sacerdote non significa essere economicamente inesistente. Essere vescovo non significa smettere di mangiare, vestirsi, spostarsi, sostenere spese personali, contribuire alle necessità della propria famiglia d’origine quando occorra o affrontare quelle esigenze ordinarie che appartengono alla condizione umana.
E soprattutto: la gratuità evangelica non coincide con il lavoro gratuito.
Se così fosse, la Chiesa dovrebbe essere la prima istituzione a pretendere dai propri dipendenti prestazioni senza corrispettivo. Sarebbe una concezione non evangelica, ma precisamente contraria alla dottrina sociale che essa predica.
La tradizione normativa della Santa Sede afferma esplicitamente che la retribuzione del lavoro prestato dai dipendenti, «sia ecclesiastici che laici», deve essere regolata dai principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa. La stessa giurisprudenza dell’Ufficio del Lavoro ha richiamato la giustizia commutativa, distributiva e sociale quale criterio del trattamento retributivo, assistenziale e previdenziale di chi lavora per le amministrazioni della Santa Sede.
Non potrebbe essere diversamente. La Rerum novarum non termina davanti al Portone di Bronzo.
Il Papa è un monarca assoluto. E allora?
Qui veniamo a un paradosso soltanto apparente.
Lo Stato della Città del Vaticano è formalmente una monarchia assoluta. Non è una formula polemica inventata dai critici della Chiesa: è così che lo definisce lo stesso sito istituzionale vaticano. La nuova Legge fondamentale promulgata da Leone XIV il 31 luglio 2026 ribadisce che il Sommo Pontefice è il Sovrano dello Stato e possiede la pienezza della potestà legislativa, esecutiva e giudiziaria.
Ma «monarchia assoluta» non significa arbitrio e soprattutto non significa assenza di ordinamento giuridico.
Lo Stato possiede leggi, tribunali, amministrazioni, organismi previdenziali, regolamenti e procedure. Inoltre bisogna evitare un’altra confusione frequente: Stato della Città del Vaticano e Santa Sede non sono la stessa cosa. La stessa Legge fondamentale precisa espressamente che lo Stato e il suo ordinamento sono distinti dalla Curia Romana e dalle altre istituzioni della Santa Sede.
Il Papa è Sovrano, certamente.
Ma intorno a quel Sovrano lavorano migliaia di persone e funzionano amministrazioni complesse. Ci sono laici, sacerdoti, religiosi, dirigenti, impiegati, tecnici, addetti alla sicurezza, restauratori, medici, giornalisti, archivisti, bibliotecari.
Non sono cortigiani di Versailles. Sono una comunità di lavoro.
La giustizia sociale vale anche dentro le mura leonine
E questa è forse la parte della storia che meritava più spazio rispetto alla facile contrapposizione Leone-Francesco.
Nel 2025 Leone XIV ha approvato il nuovo Statuto dell’ULSA, l’Ufficio del Lavoro della Sede Apostolica, organismo competente sul lavoro prestato alle dipendenze della Curia Romana, del Governatorato e di altri enti amministrati direttamente dalla Santa Sede. La sua funzione comprende anche la tutela e la promozione dei diritti dei collaboratori secondo i principi della dottrina sociale della Chiesa.
Esistono controversie di lavoro, esiste la conciliazione, esistono ricorsi, esistono livelli retributivi, esistono pensioni e assistenza sanitaria.
E in questi mesi gli stessi dipendenti laici vaticani hanno sollevato pubblicamente questioni relative al potere d’acquisto dei salari e alla necessità di una più forte cultura della rappresentanza. Nell’aprile scorso l’Associazione Dipendenti Laici Vaticani ricordava che «i salari hanno perso potere d’acquisto» e chiedeva maggiore dialogo con la dirigenza.
Dunque la questione non è affatto frivola, è una questione di lavoro.
Il Vangelo del giorno prima
Ed è qui che l’Angelus pronunciato da Leone XIV domenica 13 settembre acquista, senza forzature, una particolare risonanza.
Commentando la domanda di Pietro — «quante volte dovrò perdonare?» — Leone aveva posto al centro due parole: dono e perdono. «Tutto ci è dato da Dio per puro amore», aveva detto, e proprio per questo la gratuità diventa «la regola migliore per il nostro stare insieme». Aveva poi pronunciato una frase ancora più forte: «Il perdono è indispensabile e se manca non si può vivere in pace».
Naturalmente sarebbe artificioso trasformare la parabola evangelica in una teoria delle buste paga.
Ma c’è un punto di contatto: la persona non può essere ridotta al debito, al costo, alla cifra.
Questo vale per la geopolitica come per una famiglia; vale per una comunità religiosa e, mutatis mutandis, anche per un’amministrazione.
Un’istituzione cristiana deve certamente amministrare responsabilmente. Non sarebbe moralmente accettabile dissipare risorse offerte dai fedeli o accumulare disavanzi confidando genericamente nella Provvidenza.
Ma il rigore economico non è un sacramento, l’austerità non è una virtù teologale e soprattutto una misura straordinaria non acquista valore morale soltanto perché comporta sacrifici.
Francesco non va santificato trasformando ogni sua scelta in dogma
Qui, infine, emerge un problema più ampio nel modo in cui continuiamo a raccontare i pontificati.
Papa Francesco è morto. Questo non trasforma ogni sua deliberazione amministrativa in un frammento di Magistero irreformabile.
Leone XIV può modificare una sua norma senza «rompere con Francesco», esattamente come Francesco modificò provvedimenti di Benedetto XVI e Benedetto intervenne su decisioni precedenti.
Un Papa governa, il successore continua, corregge, aggiorna, completa, talvolta cambia.
È sempre accaduto.
Il rischio è invece costruire due caricature: da una parte Francesco, il Papa povero che toglierebbe denaro ai cardinali; dall’altra Leone, il Papa americano che restituirebbe privilegi alla Curia.
È una narrazione perfetta per i social. Peccato che non corrisponda ai fatti.
Francesco nel 2021 cercava di evitare che una crisi finanziaria generata anche dal Covid producesse licenziamenti. Leone nel 2026 ritiene che la fase eccezionale sia terminata e che la sostenibilità debba essere perseguita «con strumenti diversi».
Non sono necessariamente due teologie, sono due momenti amministrativi diversi.
Forse la vera notizia era un’altra
La domanda, allora, rimane: perché una vicenda di questa natura è diventata per ore una delle notizie più visibili dell’informazione italiana?
Perché contiene tre ingredienti irresistibili: soldi, cardinali e un presunto conflitto tra Papi.
«Leone XIV ripristina una disciplina retributiva dopo la cessazione delle condizioni straordinarie che ne avevano determinato la modifica» sarebbe probabilmente un titolo corretto.
Ma non farebbe molti clic.
«Leone cancella i tagli di Francesco» racconta invece immediatamente una storia. C’è un protagonista, un antagonista, un’eredità da demolire.
È il problema di molta informazione ecclesiale contemporanea: la complessità istituzionale interessa meno della rappresentazione della Chiesa come un conclave permanente nel quale conservatori e progressisti, bergogliani e anti-bergogliani, si contendono ogni centimetro.
Persino una busta paga diventa così un referendum su Francesco.
Eppure proprio il provvedimento di Leone XIV suggerisce un’altra lettura: esiste un’amministrazione che deve far quadrare i conti, esiste una comunità di persone che lavora e deve essere remunerata, esiste un’emergenza che ha imposto sacrifici e arriva il momento nel quale quei sacrifici non possono diventare eterni.
Non è una restaurazione. È ordinaria giustizia amministrativa.
Lo scoop non è che i cardinali abbiano uno stipendio. Lo scandalo sarebbe pensare che chi lavora per la Chiesa debba rinunciare per definizione ai principi di giustizia sociale che la Chiesa stessa insegna al mondo. Francesco impose sacrifici in un’emergenza per difendere anche i posti di lavoro; Leone XIV, cessata quell’emergenza, li supera. Chiamarla “rottura” può produrre un buon titolo. Chiamarla governo, probabilmente, descrive meglio la realtà. E se persino una decisione salariale diventa il pretesto per organizzare l’ennesimo derby tra un Papa vivo e un Papa morto, forse il problema non è negli stipendi del Vaticano, ma nel modo in cui abbiamo scelto di raccontare la Chiesa.
