La morte di tredici persone nello schianto di un Cessna durante un sorvolo delle Linee di Nazca non è soltanto una tragedia dell’aria. È il racconto di famiglie sospese tra l’attesa dell’identificazione dei corpi e la necessità di dare un nome, un volto e una sepoltura ai propri cari. Mentre si indaga sulle cause dell’incidente, riaffiora la domanda sul viaggio contemporaneo, sull’illusione della sicurezza e sul confine tra prudenza e destino.

Prima di diventare una notizia, una vittima è un nome. È una voce che qualcuno riconosce al telefono, un posto lasciato vuoto a tavola, una porta di casa che non si aprirà più. Poi accade la tragedia e quel nome, improvvisamente, scompare sotto una sigla, un numero, una formula burocratica: salma da identificare, reperto biologico, corpo non ancora riconosciuto.

È forse questa la crudeltà più profonda dello schianto avvenuto durante il sorvolo delle Linee di Nazca, in Perù. Non soltanto la morte di tredici persone, tra le quali due famiglie italiane, ma la sospensione del lutto. L’impossibilità perfino di piangere davanti a una bara. Il dolore costretto ad attendere un’analisi genetica, una radiografia dentale, il confronto di un’impronta, il riconoscimento di un indumento bruciato.

«Non ci è rimasto niente, vogliamo delle bare da piangere». Sono parole che non hanno bisogno di commento. Contengono l’intera grammatica del lutto: il bisogno di sapere dove sia chi non c’è più, di ricomporre ciò che la violenza dell’impatto ha disperso, di restituire a un corpo il proprio nome e a una famiglia il diritto di congedarsi.

Il nostro tempo crede di aver sconfitto le distanze. Un volo si acquista con pochi tocchi sullo schermo, un itinerario si costruisce tra recensioni, mappe digitali, fotografie e consigli di sconosciuti. Prima di partire possiamo osservare dall’alto l’albergo, calcolare i minuti di percorrenza, tradurre istantaneamente una lingua, controllare il meteo e leggere il giudizio di chi è passato prima di noi.

Eppure nessuna applicazione può abolire l’imprevisto. Nessun algoritmo può promettere che il viaggio finirà come lo abbiamo immaginato.

Le due famiglie salite su quel piccolo aereo non avevano intrapreso un’avventura sconsiderata. Avevano scelto una delle escursioni più conosciute del Perù, affidandosi a un operatore locale noto e facendo ciò che ogni giorno fanno centinaia di turisti: guardare dal cielo i grandi geoglifi tracciati nel deserto. Non cercavano il pericolo. Cercavano la meraviglia.

Per questo sarebbe ingiusto trasformare la tragedia in una lezione impartita ai morti. Sarebbe troppo facile opporre il turista organizzato al viaggiatore indipendente, l’agenzia al “fai da te”, la prudenza all’incoscienza. La sicurezza non coincide automaticamente con il viaggio acquistato in un pacchetto, così come l’autonomia non equivale necessariamente all’imprudenza.

Esistono certamente cautele necessarie. Consultare le indicazioni della Farnesina, registrare la propria presenza all’estero, scegliere operatori affidabili, stipulare un’assicurazione, conoscere i recapiti consolari: non sono gesti da viaggiatori paurosi, ma forme elementari di responsabilità. La prudenza non toglie poesia al viaggio. Gli restituisce misura.

Ma anche la migliore preparazione incontra un limite. Ed è proprio quel limite che la nostra cultura fatica ad accettare.

Ci siamo abituati a pensare che ogni rischio possa essere calcolato, assicurato, prevenuto. Se qualcosa accade, cerchiamo immediatamente una negligenza, una colpa, un avvertimento ignorato. Abbiamo bisogno di credere che la disgrazia sia sempre conseguenza di un errore, perché ammettere l’esistenza dell’imprevedibile significa riconoscere la fragilità sulla quale poggiano le nostre giornate.

Le indagini dovranno stabilire se il Cessna sia precipitato per un guasto strutturale, per un errore umano, per le condizioni atmosferiche o per una concatenazione di cause. Si esamineranno i resti dell’aeromobile, le tracce lasciate al suolo, le comunicazioni dell’equipaggio, i registri di manutenzione, la preparazione dei piloti. È necessario farlo. La verità tecnica non restituisce i morti, ma può impedire che altri muoiano nello stesso modo.

Tuttavia, mentre gli investigatori ricostruiscono gli ultimi minuti del volo, in due case della Brianza il tempo si è fermato.

Là non contano ancora le ipotesi, le responsabilità o le procedure. Conta soltanto l’attesa. Una madre guarda le fotografie dei nipoti. Una sorella torna dall’altra parte del mondo. Una donna cerca la presenza del marito perché non riesce a rimanere sola. Un’azienda continua ad aprire perché chi è morto aveva lasciato disposizioni prima di partire. La vita obbedisce ancora per qualche giorno agli ordini dei vivi che non sanno di essere già morti.

È questo l’aspetto più straziante: la normalità che sopravvive per inerzia alla persona. La tazza rimasta nella credenza, i vestiti nell’armadio, i messaggi non letti, gli appuntamenti fissati. Tutto continua a pronunciare il nome di chi non tornerà.

Il viaggio, per sua natura, è un atto di fiducia. Ci si affida a un pilota, a un conducente, a una strada, a una macchina, a una persona incontrata in un luogo sconosciuto. Anche il viaggiatore più autonomo dipende sempre da qualcuno. L’indipendenza assoluta è un mito: perfino chi cammina da solo utilizza sentieri tracciati da altri, mappe disegnate da altri, ponti costruiti da altri.

Partire significa accettare una quota di vulnerabilità. Ma questa vulnerabilità non è necessariamente imprudenza. È la condizione stessa dell’esistenza.

Si può perdere un treno e scoprire un villaggio inatteso. Si può sbagliare strada e trovare un paesaggio che nessuna guida aveva segnalato. L’imprevisto, quando è benigno, diventa racconto, avventura, memoria. Ma esiste anche un imprevisto che non apre nuove strade. Le chiude tutte.

La retorica del viaggio ama ripetere che bisogna perdersi per ritrovarsi. È una frase consolatoria, adatta alle fotografie dei tramonti e ai taccuini delle vacanze. Ma ci sono persone che si perdono e non tornano. E ci sono famiglie alle quali non rimane nemmeno un corpo su cui chinarsi.

Le antiche Linee di Nazca sono figure immense che possono essere comprese soltanto guardandole dall’alto. Anche il dolore, forse, sembra avere un disegno soltanto a chi lo osserva da lontano. Da vicino è invece una distesa di frammenti, un deserto senza orientamento, una domanda che non trova risposta.

Nei prossimi giorni la scienza forense restituirà probabilmente un nome ai resti custoditi nell’obitorio di Ica. I documenti verranno compilati, le salme rimpatriate, i funerali celebrati. La lunga attesa finirà davanti ad alcune bare.

Non sarà la fine del dolore. Sarà almeno la fine del limbo.

Perché gli esseri umani hanno bisogno di un luogo nel quale piangere. Hanno bisogno di una tomba, di una fotografia, di un nome inciso sulla pietra. Non per trattenere chi è morto, ma per impedire che la morte lo trasformi definitivamente in un numero.

Alla fine, di tutti i nostri viaggi, non resta la distanza percorsa. Restano le persone alle quali torniamo. E quando il ritorno diventa impossibile, resta almeno il dovere di restituire ai morti il loro nome e ai vivi una bara sulla quale posare la mano.


La prudenza può ridurre i rischi, ma non eliminare la fragilità. Davanti alla tragedia di Nazca, prima delle polemiche sul turismo organizzato o indipendente, viene il silenzio dovuto a chi attende ancora che un corpo senza nome torni a essere un padre, una madre, un figlio.

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