Dalle miniere del Darfur alle raffinerie e ai mercati del Golfo, il metallo prezioso attraversa una rete di contrabbandieri, intermediari, gruppi armati e potenze regionali. Mentre l’esercito regolare e le Forze di supporto rapido si contendono giacimenti e rotte commerciali, oltre un milione di sudanesi sopravvive lavorando nell’estrazione artigianale, tra caldo estremo, sfruttamento e precarietà.

Ci sono ricchezze che rendono liberi e ricchezze che imprigionano. In Sudan, l’oro appartiene alla seconda categoria. Non illumina il futuro del Paese, ma riflette il bagliore degli incendi, delle esplosioni e delle armi. Non costruisce scuole, ospedali o strade. Compra munizioni, alimenta clientele, consolida alleanze e prolunga una guerra nella quale la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto.

Il paradosso è antico quanto la storia delle materie prime africane: un Paese ricco nel sottosuolo e povero in superficie. Ricco di oro, ma impoverito dalla sua estrazione. Ricco di risorse, ma privato della possibilità di trasformarle in bene comune. Ricco abbastanza da attirare eserciti, milizie, intermediari e potenze straniere; troppo debole per impedire che la propria ricchezza diventi la causa della propria rovina.

Sulle strade che da Port Sudan conducono verso il Nilo e la città di Atbara, camion carichi di uomini procedono quotidianamente in direzione delle miniere. Sono giovani, lavoratori occasionali, contadini rimasti senza terra, disoccupati e sfollati. Viaggiano ammassati sui mezzi merci, portando con sé poco più degli abiti che indossano e la speranza di trovare, nella polvere, qualche frammento del metallo capace di garantire la sopravvivenza delle loro famiglie.

Intorno ai siti estrattivi si è formata un’economia della disperazione. Migliaia di persone lavorano senza protezioni, esposte a temperature che possono raggiungere i 46 gradi, costrette spesso a dormire in tende improvvisate nel deserto. Chi riesce a tornare a casa la sera è considerato fortunato. Gli altri rimangono accanto alle miniere, sospesi tra il rischio di un incidente, lo sfruttamento degli intermediari e l’arbitrio degli uomini armati.

Secondo il rapporto pubblicato nel marzo 2025 da Chatham House, almeno un milione di sudanesi sarebbe coinvolto nell’estrazione artigianale dell’oro. Da questa attività proverrebbe circa l’83 per cento della produzione nazionale. È una quantità enorme, ma anche difficilmente controllabile: migliaia di piccoli siti, cave informali e miniere nascoste nelle zone montuose alimentano un circuito nel quale l’oro può sfuggire alla contabilità ufficiale, attraversare i confini e trasformarsi rapidamente in denaro.

In Sudan, infatti, una pepita non rimane mai soltanto una pepita. Diventa valuta, potere politico, capacità militare. Può pagare il carburante di un convoglio, lo stipendio di un combattente, l’acquisto di un’arma, la fedeltà di una comunità o la protezione di un comandante locale.

Chi controlla l’oro controlla la guerra.

È questa la chiave per comprendere lo scontro tra le Forze armate sudanesi del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Forze di supporto rapido guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti. Il conflitto iniziato nel 2023 non è soltanto la lotta personale tra due generali né esclusivamente una contesa per il controllo delle istituzioni statali. È anche una guerra economica combattuta per conquistare miniere, impianti di lavorazione, valichi di frontiera e rotte commerciali.

La mappa militare del Sudan coincide sempre più con la geografia delle sue risorse. Conquistare un territorio significa appropriarsi dei giacimenti, imporre tasse informali, sorvegliare il trasporto del metallo e negoziarne la vendita. La battaglia per le città si intreccia con quella per le miniere; la conquista delle strade vale quanto quella delle caserme.

L’oro, in altre parole, non è soltanto una conseguenza della guerra. È una delle sue cause e uno dei principali strumenti della sua prosecuzione.

Dopo la secessione del Sud Sudan, avvenuta nel 2011, Khartoum ha perso gran parte delle riserve petrolifere che costituivano una fonte decisiva di entrate. Il metallo giallo ha progressivamente occupato lo spazio lasciato dal petrolio, diventando una priorità strategica per lo Stato, per i militari e per le reti economiche legate al potere.

Ma questa trasformazione non ha prodotto una vera economia nazionale dell’oro. Ha consolidato un’economia militare e opaca, costruita su concessioni, società controllate dagli apparati di sicurezza, tassazioni parallele e traffici transfrontalieri.

Il Sudan non vende soltanto oro: vende la possibilità di continuare a combattere.

Dal Darfur e dalle altre regioni minerarie, il metallo attraversa una fitta rete che coinvolge commercianti, mediatori, contrabbandieri, milizie e governi. Le rotte indicate dagli analisti conducono verso l’Egitto, la Libia, il Ciad, il Sud Sudan, l’Etiopia e l’Arabia Saudita, fino ai grandi centri commerciali e finanziari degli Emirati Arabi Uniti.

Lungo questi percorsi, l’origine del metallo si confonde. L’oro può essere trasportato clandestinamente, registrato in un altro Paese, fuso, raffinato e reimmesso nel mercato internazionale. Una volta trasformato in lingotto, diventa quasi impossibile distinguere l’oro estratto legalmente da quello sottratto alle comunità, tassato dalle milizie o utilizzato per finanziare atrocità.

Il suo colore rimane lo stesso. La sua storia scompare.

È questo il vero miracolo perverso del traffico aurifero: trasformare la violenza in una merce rispettabile. Il metallo che lascia il Sudan attraversando piste desertiche e frontiere porose può arrivare nei mercati internazionali ripulito da ogni traccia di guerra. Entra nelle riserve finanziarie, nella gioielleria, nell’industria elettronica e negli investimenti privati. Diventa bene rifugio proprio mentre, nel Paese dal quale proviene, non offre rifugio a nessuno.

L’oro sudanese rivela così il lato oscuro della globalizzazione. Le guerre non sopravvivono soltanto grazie agli uomini che sparano, ma anche grazie a chi compra, trasporta, raffina, certifica o semplicemente sceglie di non fare domande.

Ogni conflitto possiede una retrovia economica. Dietro le colonne di fumo, le città assediate e i campi profughi esistono sempre conti bancari, società commerciali, depositi, intermediari e mercati. Il campo di battaglia è visibile; la filiera che lo alimenta molto meno.

Per questo la richiesta avanzata dai missionari comboniani e dalla Fondazione Nigrizia di contrastare il commercio illegale dell’oro non rappresenta un intervento marginale o puramente economico. Colpire le reti finanziarie e commerciali significa intervenire su uno dei principali meccanismi che permettono alla guerra di riprodursi.

Non basta però sorvegliare le miniere sudanesi. Sarebbe come tentare di fermare un fiume chiudendo una sola sorgente. Occorre agire sulle rotte, sui Paesi di transito, sulle raffinerie e sui centri finanziari nei quali il metallo viene trasformato in valuta spendibile. Servono controlli sulla provenienza, obblighi di tracciabilità, sanzioni mirate contro gli intermediari e responsabilità precise per le aziende che acquistano oro proveniente da aree di conflitto.

La comunità internazionale deve scegliere se continuare a considerare l’oro una merce neutrale o riconoscere che, in determinate condizioni, esso diventa un’arma.

Naturalmente, bloccare indiscriminatamente l’estrazione avrebbe conseguenze drammatiche per il milione di sudanesi che da essa ricava la propria sopravvivenza. Il minatore artigianale non è il responsabile della guerra. È, molto spesso, un’altra sua vittima. Lavora in condizioni estreme perché l’economia ordinaria è crollata, l’agricoltura è stata devastata, le imprese hanno chiuso e milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case.

Per questo la lotta alla filiera illegale deve accompagnarsi alla tutela dei lavoratori, alla creazione di canali commerciali trasparenti e alla restituzione alle comunità locali di una parte reale della ricchezza estratta dai loro territori.

Altrimenti, ancora una volta, saranno i poveri a pagare il costo delle sanzioni mentre i responsabili troveranno nuove vie per aggirarle.

La guerra sudanese mostra che le risorse naturali non sono mai una benedizione automatica. Senza istituzioni credibili, senza trasparenza e senza una distribuzione equa, la ricchezza del sottosuolo può diventare una maledizione. Attrae predatori, rafforza gli uomini armati e rende più conveniente continuare la guerra che costruire la pace.

La pace, infatti, richiede compromessi. L’oro consente invece di rimandarne continuamente il momento. Finché una fazione può finanziare i propri combattenti, acquistare armi e controllare una parte delle rotte commerciali, avrà meno ragioni per deporre le armi e sedersi a un tavolo negoziale.

La vera domanda, allora, non è soltanto chi vincerà la guerra, ma chi continuerà a guadagnare dalla sua durata.

Mentre i generali si contendono il controllo dello Stato, un’intera generazione di sudanesi scava la terra alla ricerca di frammenti d’oro. Scava per mangiare, per pagare medicine, per aiutare la famiglia. Ma ogni pepita consegnata agli intermediari può percorrere una strada opposta a quella della speranza: dalle mani del minatore ai mercati clandestini, dai mercati clandestini ai trafficanti, dai trafficanti alle casse degli eserciti.

In questa catena, il lavoro dei poveri finanzia il potere di chi li costringe a rimanere poveri.

L’immagine più autentica del Sudan contemporaneo non è dunque quella del lingotto lucente, ma quella degli uomini stipati sui camion diretti alle miniere. Essi attraversano un Paese che possiede una delle ricchezze più desiderate del mondo e tuttavia non riesce a garantire loro sicurezza, dignità e futuro.

L’oro dovrebbe essere il simbolo di ciò che non si corrompe. In Sudan, invece, è diventato il metallo della corruzione, del contrabbando e della guerra. Brilla nelle vetrine lontane mentre, nei luoghi da cui proviene, lascia soltanto polvere, sudore e sangue.

Finché l’oro sudanese potrà attraversare indisturbato frontiere, raffinerie e mercati internazionali, la guerra continuerà a trovare denaro, armi e alleati. Spezzare questa filiera significa restituire al metallo il suo valore economico e al popolo sudanese il diritto alla pace.