L’intesa in gestazione tra Teheran e Oman può allentare la crisi del traffico marittimo e dare respiro ai mercati, ma rischia di trasformare una riapertura tecnica in una vittoria geopolitica iraniana e in un precedente pericoloso per la libertà di navigazione.
Se lo Stretto di Hormuz torna a respirare, il mondo tirerà un sospiro di sollievo. Ma la domanda decisiva non è soltanto quando riprenderanno a passare le navi: è a quali condizioni. Perché una riapertura ottenuta al prezzo di un controllo di fatto esercitato dall’Iran su uno dei passaggi marittimi più sensibili del pianeta non sarebbe una semplice normalizzazione. Sarebbe l’inizio di un nuovo equilibrio, più fragile e più ricattabile.
Ci sono crisi che si misurano in missili, e altre che si misurano in corridoi. Lo Stretto di Hormuz appartiene alla seconda categoria: una stretta cerniera d’acqua da cui passa una quota decisiva dell’energia mondiale e, con essa, una parte essenziale dell’ordine economico globale. Per questo ogni notizia su una sua possibile riapertura viene salutata come un bene immediato. Ed è comprensibile. Quando il traffico rallenta o si interrompe, i mercati tremano, le assicurazioni si impennano, il prezzo del petrolio diventa un termometro dell’ansia internazionale.
L’accordo che starebbe prendendo forma tra Iran e Oman sembra nascere precisamente da questa urgenza: riattivare il passaggio delle navi, disinnescare almeno in parte la tensione e offrire all’amministrazione Trump un risultato spendibile sul piano politico. Il presidente americano ha bisogno di mostrare che la crisi può essere contenuta senza un’ulteriore escalation militare. Riaprire lo stretto significherebbe dire all’opinione pubblica e agli operatori economici che la prima emergenza è sotto controllo.
Ma la politica internazionale, soprattutto in Medio Oriente, raramente concede soluzioni gratuite. Se la rotta in entrata nel Golfo dovesse transitare in un canale sorvegliato dall’Iran e quella in uscita in un corridoio vicino all’Oman, la questione non sarebbe soltanto tecnica. Sarebbe giuridica, strategica e simbolica. Teheran potrebbe presentare l’intesa come il riconoscimento della propria capacità di regolare il traffico nello stretto, magari senza chiamarlo pedaggio, magari definendolo tassa di servizio o contributo per la sicurezza e l’impatto ambientale. Cambierebbe il nome, non la sostanza: il passaggio smetterebbe di apparire come una libertà piena e tornerebbe a dipendere da un potere politico.
È qui che l’apparente compromesso mostra il suo lato più insidioso. Gli Stati Uniti, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, continuano a sostenere il principio della libertà di navigazione. Marco Rubio ha insistito sul fatto che uno stretto internazionale non può diventare il laboratorio di un precedente in cui uno Stato decide chi passa, come passa e a quale prezzo passa. La sua obiezione non è soltanto americana: riguarda il diritto del mare, la credibilità dell’ordine commerciale internazionale e il timore che altri attori, in altri teatri, possano sentirsi autorizzati a fare lo stesso.
Eppure la realtà costringe spesso le potenze a scegliere non tra il bene e il male, ma tra il male minore e il male più costoso. Se l’alternativa è una guerra lunga, incerta e potenzialmente ingestibile, una pace sgradevole può apparire come l’unica via praticabile. In questo senso l’Iran sembra aver compreso con lucidità dove collocare la propria forza: non necessariamente nella vittoria militare, ma nella capacità di trasformare la crisi in leva negoziale. Mantenere un potere di condizionamento su Hormuz significherebbe uscire dal conflitto con un dividendo politico che prima non possedeva in modo così esplicito.
Il punto, allora, non è negare la necessità di riaprire lo stretto. È evitare di raccontare la riapertura come se fosse neutrale. Non lo è. Ogni canale concordato, ogni forma di coordinamento, ogni eventuale tariffa mascherata, ogni passaggio subordinato alla sicurezza garantita da Teheran ridisegna i rapporti di forza. E mentre i negoziatori discutono di navi e corridoi, sullo sfondo resta il dossier più esplosivo: il futuro del programma nucleare iraniano, le scorte di uranio arricchito, le scadenze che slittano, il sospetto che i sessanta giorni evocati dalla diplomazia servano soprattutto a congelare il fronte, non a risolverlo.
Per Trump si tratta di una scommessa politica delicatissima. Può rivendicare di aver evitato un allargamento del conflitto e di aver favorito una riapertura decisiva per il commercio globale. Ma se il prezzo di questo risultato fosse l’accettazione implicita di un controllo iraniano quotidiano sullo stretto, la vittoria rischierebbe di somigliare a una ritirata lessicale: si salverebbero i traffici, ma si incrinerebbe il principio.
Il paradosso è tutto qui. L’accordo che promette stabilità potrebbe generare una stabilità armata, sospesa, revocabile. Le navi tornerebbero a passare, ma sotto l’ombra di una leva strategica che l’Iran difficilmente rinuncerà a usare. E il mondo scoprirebbe ancora una volta che la pace, in certe regioni, non è mai il contrario del conflitto: è soltanto il suo modo più amministrabile.
Riaprire Hormuz è necessario; consacrare il diritto di Teheran a condizionarlo sarebbe invece un prezzo storico. La vera domanda non è se le navi torneranno a passare, ma se il mondo accetterà che lo facciano sotto tutela.
