Ventisette anni dopo la tragedia del 1999, la città simbolo della costa caraibica è di nuovo devastata. Il doppio sisma riapre una ferita mai rimarginata e mostra un Paese che continua a fare i conti non solo con la forza della natura, ma con la debolezza delle proprie istituzioni.

La maledizione di La Guaira non è una leggenda. È una storia che si ripete. Ci sono luoghi nei quali la geografia sembra essersi alleata con il destino, dove ogni generazione è costretta a conoscere una catastrofe che segna per sempre la memoria collettiva. La Guaira è uno di questi. Affacciata sul Mar dei Caraibi, stretta tra il mare e la Cordigliera, a mezz’ora da Caracas, è tornata a essere il volto della tragedia venezuelana. Ancora una volta si sentono le urla sotto le macerie, ancora una volta la polvere cancella il colore delle spiagge, ancora una volta gli occhi dei sopravvissuti raccontano lo stesso stupore incredulo di chi vede la propria casa scomparire in pochi secondi.

Il doppio terremoto che ha colpito il Venezuela con due violentissime scosse di magnitudo 7.2 e 7.5, separate da appena trentanove secondi, ha riportato il Paese all’anno zero. Decine di palazzi sono collassati, altri restano inclinati come giganti feriti, gli ospedali lavorano all’aperto, le piazze sono diventate dormitori improvvisati. Il bilancio cresce di ora in ora: centinaia di morti, migliaia di feriti, decine di migliaia di dispersi. Numeri che raccontano soltanto una parte della tragedia, perché dietro ogni cifra c’è una famiglia che cerca un volto, una voce, un nome.

Per chi conosce il Venezuela, però, la devastazione di oggi richiama inevitabilmente quella del dicembre 1999. Allora non fu la terra a ribellarsi, ma la montagna. Una settimana di piogge trasformò la Cordigliera in un’immensa colata di fango che travolse Carmen de Uria, Macuto, Caraballeda e decine di altri centri abitati. Interi quartieri scomparvero nel mare, migliaia di persone vennero inghiottite senza lasciare traccia. Ancora oggi nessuno conosce il numero reale delle vittime. Le stime oscillano da cinquemila a oltre trentamila morti, facendo di quella frana una delle più devastanti della storia contemporanea.

La coincidenza storica colpisce ancora. Nel 1999 Hugo Chávez era appena arrivato al potere e prometteva di rifondare il Venezuela sulle macerie della vecchia Repubblica. Mentre i cittadini approvavano la nuova Costituzione bolivariana, il Paese veniva sepolto dal fango. Oggi, ventisette anni dopo, anche il quadro politico è radicalmente cambiato. Nicolás Maduro è fuori scena, detenuto negli Stati Uniti, e il governo è guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez. Eppure il Venezuela continua a sembrare ostaggio della stessa fragilità. Cambiano i presidenti, cambiano gli equilibri internazionali, ma resta immutata la sensazione di un Paese incapace di uscire da un’emergenza permanente.

La natura non guarda ai governi. Ma sono i governi a fare la differenza quando la natura colpisce. Nelle stesse ore in cui il Venezuela veniva devastato, il Giappone registrava un terremoto di magnitudo simile senza conseguenze paragonabili. Non perché i giapponesi siano più fortunati, ma perché da decenni investono nella prevenzione, nella cultura della sicurezza, nell’edilizia antisismica. La differenza tra calamità naturale e catastrofe umana sta spesso tutta qui: nella qualità delle istituzioni.

A rendere ancora più drammatica la situazione venezuelana è una crisi economica e sociale che dura da oltre un decennio. Gli ospedali sono già provati dalla mancanza di medicinali, le infrastrutture sono deteriorate, la rete elettrica è fragile, milioni di cittadini vivono in condizioni di estrema povertà. Amnesty International ha lanciato l’allarme sul rischio che il terremoto trasformi una crisi umanitaria cronica in una tragedia ancora più vasta. Persino la distribuzione degli aiuti suscita interrogativi. Gli Stati Uniti hanno sospeso parte delle sanzioni economiche per facilitare gli interventi di emergenza, mentre squadre internazionali raggiungono il Paese. Ma l’ex ministro Moisés Naím ha ricordato amaramente che il problema del Venezuela non è soltanto ricevere gli aiuti: è riuscire a farli arrivare davvero a chi ne ha bisogno, in un sistema logorato dalla corruzione e dall’assenza di controlli.

Eppure, come accade sempre nelle grandi tragedie, tra le macerie continua a emergere anche la speranza. Una donna estratta viva dopo ventiquattro ore. Un neonato salvato tra i resti di un edificio crollato. Bambini coperti di polvere che tornano ad abbracciare i propri familiari. E quei trenta secondi di preavviso offerti dal sistema di allerta sismica dei telefoni Android, sufficienti in molti casi a permettere alle persone di uscire dagli edifici prima del collasso. Trenta secondi che dimostrano quanto la tecnologia possa salvare vite, ma anche quanto resti indispensabile una politica capace di costruire città più sicure.

La Guaira continua a essere la porta del Venezuela. Una porta che si apre su uno dei tratti più affascinanti del Mar dei Caraibi, ma anche sul volto più doloroso di un Paese che sembra inseguire la normalità senza riuscire mai a raggiungerla. La natura ha risvegliato il mostro, ma sarebbe troppo facile attribuire ogni responsabilità al destino. Le faglie geologiche non si possono eliminare; quelle istituzionali, invece, sì. E forse è proprio questa la lezione più amara che arriva oggi dalle macerie della costa venezuelana.

Le scosse di assestamento finiranno, come finiscono sempre. Le telecamere internazionali si sposteranno altrove e il Venezuela tornerà lentamente ai margini dell’attenzione mondiale. Resteranno però le case da ricostruire, le famiglie da ritrovare, gli aiuti da distribuire e soprattutto una domanda che attraversa ogni tragedia annunciata: quante di quelle vite sarebbero state salvate se, oltre alla forza della solidarietà, ci fosse stata anche quella delle istituzioni? Perché i terremoti appartengono alla natura; le catastrofi, troppo spesso, appartengono agli uomini.