Prima le indiscrezioni sulla Guida Suprema “in punto di morte”, rilanciate anche dal Corriere della Sera. Poi emerge che il presidente Pezeshkian aveva incontrato Mojtaba Khamenei a fine luglio per discutere dossier militari, energia, valuta e rapporti economici internazionali. Nel mezzo, lo Stretto di Hormuz e una guerra nella quale anche l’informazione è diventata terreno di battaglia.
Prima era quasi morto. Poi si scopre che aveva incontrato il presidente della Repubblica per discutere di guerra, economia, energia e relazioni internazionali. Infine compare persino un video, sebbene privo di data e dunque inutilizzabile come prova definitiva delle sue condizioni attuali. Il mistero sulla salute di Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali dopo la sua uccisione nel raid israelo-statunitense del 28 febbraio, rimane. Ma una cosa comincia a essere altrettanto interessante della salute dell’ayatollah: la salute dell’informazione occidentale quando racconta l’Iran. Perché proprio mentre la crisi dello Stretto di Hormuz può decidere prezzi dell’energia, rotte commerciali e futuro della guerra, stabilire chi comandi davvero a Teheran non è gossip da palazzo. È geopolitica allo stato puro.
C’era qualcosa di definitivo in quel titolo.
Il 7 agosto il Corriere della Sera, nella sua diretta sulla guerra tra Stati Uniti e Iran, rilanciava una notizia proveniente da IranWire: «Khamenei in condizioni critiche, potrebbe essere in punto di morte». La fonte originaria era un sito vicino all’opposizione iraniana con sede all’estero, che citava due fonti anonime vicine all’amministrazione del presidente Masoud Pezeshkian. Secondo quella ricostruzione, nelle alte sfere della Repubblica islamica si sarebbero diffuse voci secondo cui la Guida Suprema poteva morire «da un momento all’altro». Il Corriere, va precisato per correttezza, presentava la notizia come indiscrezione proveniente da media d’opposizione e non come fatto accertato.
Ma è proprio qui che comincia il problema.
Perché nell’epoca della guerra permanente il condizionale dura molto meno del titolo.
Il lettore trattiene “Khamenei in punto di morte”. Tutto ciò che viene prima — “secondo fonti”, “media dell’opposizione”, “indiscrezioni”, “non confermato” — evapora rapidamente.
E così l’agonia diventa notizia prima ancora che esista una cartella clinica.
Intendiamoci: Mojtaba Khamenei è stato realmente e seriamente ferito nel bombardamento del 28 febbraio che uccise suo padre Ali Khamenei e diversi componenti della famiglia. Non appare pubblicamente da mesi e il mistero sulle sue condizioni è tutt’altro che inventato. La sua stessa invisibilità costituisce un problema politico reale per Teheran. Reuters lo conferma, così come numerose fonti regionali.
Ma “gravemente ferito” non significa “in agonia”. E soprattutto “non appare” non significa necessariamente “non governa”. La distinzione potrebbe sembrare sottile. In realtà è enorme.
Perché appena quarantotto ore dopo quella quasi-certificazione mediatica della morte imminente arriva una notizia difficile da conciliare con lo scenario più estremo: il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha incontrato Mojtaba Khamenei a fine luglio. Non lo sostiene un oscuro canale Telegram. Lo riferisce Reuters sulla base dei media di Stato iraniani. E non si sarebbe trattato di una visita di cortesia: sul tavolo c’erano questioni militari, reperimento delle risorse, gestione delle riserve valutarie, consumo energetico e relazioni economiche con partner stranieri.
Questo non dimostra che Mojtaba sia in perfetta salute. Non dimostra neppure che eserciti il potere con la stessa forza del padre.
Dimostra però una cosa molto più semplice: la realtà è più complicata della sceneggiatura del moribondo.
E c’è un altro particolare interessante. A maggio, sempre secondo i media iraniani citati da Reuters, Pezeshkian aveva già incontrato Khamenei per diverse ore. Quello di fine luglio è dunque almeno il secondo incontro reso noto tra i due dall’insediamento della nuova Guida.
Poi c’è la stampa araba.
Dire che sia rimasta completamente in silenzio sarebbe inesatto. Alcune testate regionali hanno affrontato ampiamente il mistero sulla salute di Mojtaba. The National, quotidiano emiratino, ha scritto l’8 agosto della sua lunga assenza, delle voci sulle condizioni fisiche e soprattutto della crescente frammentazione del processo decisionale iraniano. Ma proprio questo è significativo: il quadro regionale è stato spesso raccontato come un’incertezza sul potere, non come una certificazione dell’agonia.
Al Jazeera, il 7 agosto, mentre in Occidente circolava con forza la voce della morte imminente, riferiva invece le dichiarazioni di Pezeshkian sui rapporti con la Guida Suprema. Il presidente negava qualsiasi rottura tra governo, Khamenei e forze armate e insisteva sulla coesione della catena decisionale iraniana. Naturalmente anche questa è una versione ufficiale e va trattata come tale. Ma è precisamente questo il lavoro del giornalismo: mettere una versione accanto all’altra, non scegliere quella che produce il titolo più cinematografico.
Il paradosso è che oggi persino Asharq Al-Awsat, uno dei grandi quotidiani arabi e certamente non una testata sospettabile di simpatie per Teheran, riporta la notizia dell’incontro di fine luglio tra Pezeshkian e Khamenei e i temi concreti affrontati durante il colloquio.
Dunque l’ayatollah moribondo governa? Non lo sappiamo. L’ayatollah sta bene? Non lo sappiamo. È debilitato, mutilato, condizionato dalle ferite subite? È plausibile e numerose fonti lo sostengono. Il potere reale si sta spostando verso i Guardiani della Rivoluzione e verso una direzione più collegiale? È una delle ipotesi più seriamente discusse dagli osservatori regionali.
Ma questo è assai diverso dall’annunciare una morte dietro l’angolo.
Il 9 agosto l’agenzia iraniana Mehr ha diffuso anche un video nel quale Mojtaba Khamenei appare durante quella che sembra essere una lezione religiosa. Il Corriere stesso ha correttamente precisato che il filmato non reca né data né luogo, e dunque non dimostra affatto che sia stato registrato recentemente. È prudenza giornalistica sacrosanta. Proprio quella prudenza che dovrebbe valere anche quando la fonte dell’informazione è un sito dell’opposizione.
Non c’è bisogno, infatti, di trasformarsi in propagandisti di Teheran per riconoscere un problema del sistema mediatico occidentale.
L’Iran è una Repubblica autoritaria, reprime il dissenso, limita pesantemente la libertà d’informazione e utilizza la comunicazione statale come strumento politico. Questo rende difficilissimo verificare le notizie provenienti dall’interno.
Ma proprio per questo il giornalismo occidentale dovrebbe essere più rigoroso, non meno. Perché l’alternativa alla propaganda iraniana non può essere la propaganda anti-iraniana. Se Teheran manipola una fotografia, non siamo autorizzati a trasformare una voce in diagnosi.
Se la Repubblica islamica nasconde la propria Guida, non possiamo riempire il vuoto informativo con la notizia più utile alla narrativa di guerra.
Ed è qui che entra in scena Hormuz.
Perché non stiamo discutendo della salute di un anziano cardinale chiuso in un convento. Stiamo cercando di capire chi controlli il vertice politico di un Paese che tiene sotto pressione la più importante arteria energetica del pianeta.
Prima della guerra, attraverso lo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto delle spedizioni mondiali di petrolio e gas. Oggi il traffico è pesantemente compromesso. Iran e Oman stanno trattando un nuovo meccanismo di navigazione e Reuters riferisce che un’intesa è vicina, ma Teheran sostiene che la semplice soluzione tecnica sullo Stretto non basterà a riaprirlo. Chiede anche la fine delle minacce americane, la revoca delle sanzioni, lo sblocco dei beni iraniani congelati e risarcimenti per i danni della guerra.
Qui la salute di Mojtaba Khamenei smette definitivamente di essere gossip. Se è realmente in grado di decidere, il negoziato passa anche da lui. Se è incapacitato, occorre capire chi abbia il potere di pronunciare il sì definitivo. Se sono i Guardiani della Rivoluzione a detenere la vera leva politica, Washington deve sapere con chi sta trattando.
Se invece Pezeshkian riesce realmente a confrontarsi con la Guida e a influenzarne le decisioni, allora la componente politica e negoziale del sistema iraniano è molto meno irrilevante di quanto qualcuno abbia raccontato.
Ed ecco perché la notizia del colloquio di fine luglio pesa forse più di cento indiscrezioni sulla cartella clinica. Non perché dimostri che il sistema iraniano sia forte.
Ma perché dimostra che non possiamo dichiararlo morto solo perché ci piacerebbe che lo fosse.
È un vizio antico del racconto occidentale sul Medio Oriente. Abbiamo più volte confuso ciò che desideravamo accadesse con ciò che stava realmente accadendo. Saddam doveva crollare e dopo il crollo doveva arrivare la democrazia. Gheddafi doveva sparire e la Libia sarebbe rinata. Assad era dato per finito innumerevoli volte.
Il sistema iraniano sarebbe dovuto implodere sotto il peso delle proteste, delle sanzioni, delle lotte interne e ora della guerra.
La storia, molto meno educata delle nostre previsioni, continua però a produrre conseguenze che non entrano nei titoli preparati in anticipo.
Questo non significa che la Repubblica islamica sia invulnerabile.
Tutt’altro.
L’Iran del 2026 è un Paese ferito dalla guerra, attraversato da una crisi economica durissima, con una leadership mutilata fisicamente e politicamente, con un sistema decisionale più opaco e probabilmente più frammentato di quello costruito in decenni da Ali Khamenei.
Ma un nemico ferito non è necessariamente un nemico sconfitto. E soprattutto non è un nemico morto. Questa dovrebbe essere una banalità giornalistica. In guerra, invece, diventa quasi un atto di eresia.
Perché la guerra moderna si combatte con i droni ma anche con le previsioni, con i missili ma anche con le indiscrezioni, con le portaerei ma anche con i titoli.
E la battaglia più sottile è sempre la stessa: convincere l’opinione pubblica che la vittoria sia già imminente.
Il problema è che, mentre aspettiamo la morte annunciata dell’ennesimo avversario, nello Stretto di Hormuz continuano a passare — o a non passare — petroliere dalle quali dipendono i prezzi dell’energia, l’inflazione, la produzione industriale e milioni di famiglie a migliaia di chilometri da Teheran.
Forse per questo servirebbe un po’ meno necrologio anticipato e un po’ più geopolitica.
E soprattutto una regola semplicissima. Le notizie vanno date. Le indiscrezioni possono essere date. Le fonti dell’opposizione devono essere ascoltate.
Ma una voce resta una voce finché i fatti non la trasformano in una notizia.
Altrimenti non stiamo più raccontando la guerra.
Stiamo partecipando alla guerra.
Mojtaba Khamenei può essere malato, gravemente ferito e politicamente indebolito. Ma tra questo e l’ayatollah “in punto di morte” esiste lo spazio nel quale dovrebbe abitare il giornalismo. Oggi sappiamo che Pezeshkian lo ha incontrato a fine luglio per discutere di guerra ed economia, mentre Hormuz resta la leva con cui Teheran tiene sotto pressione il mondo. Non è la prova che Khamenei stia bene; è la prova che, soprattutto in guerra, il condizionale non dovrebbe mai essere sacrificato sull’altare del titolo che vorremmo fosse vero.
