I costi dei viaggi papali. La novità di Air France
Air France offrirà gratuitamente a Leone XIV, alla delegazione pontificia e ai giornalisti al seguito i voli interni in Francia e quello di ritorno a Roma durante il viaggio apostolico del prossimo settembre. La notizia, in apparenza marginale, ha invece un peso che supera di molto la cortesia commerciale della compagnia francese. Perché il vero dato non è soltanto che Air France abbia deciso di non far pagare quei voli. È che, così facendo, rimette in evidenza una consuetudine che si era progressivamente perduta e, con essa, una domanda che negli ultimi anni è diventata sempre più difficile evitare: quanto costa oggi raccontare il Papa?
Per lungo tempo il sistema dei viaggi pontifici aveva seguito una logica abbastanza semplice. La compagnia italiana assicurava il volo di andata, mentre quella nazionale del Paese visitato si faceva spesso carico degli spostamenti interni e del ritorno. Non era una formula perfetta, ma aveva una sua razionalità: il Paese che accoglieva il Pontefice contribuiva anche materialmente all’ospitalità, alleggerendo una parte dei costi della trasferta. Negli anni, però, questo equilibrio si è incrinato e il peso economico del viaggio è ricaduto sempre più sui giornalisti accreditati.
È qui che una questione apparentemente logistica diventa una questione ecclesiale e, prima ancora, giornalistica.
Per accompagnare Leone XIV in Africa, il costo richiesto alla stampa aveva superato gli undicimila euro. Una cifra enorme per chiunque, ma soprattutto per chi non appartiene a una grande televisione internazionale, a un’agenzia mondiale o a un quotidiano sostenuto da un gruppo editoriale capace di assorbire senza traumi una trasferta di quel livello. A quel prezzo, infatti, non corrisponde soltanto il posto sull’aereo. Vanno aggiunti alberghi, trasferimenti, giornate di lavoro, tecnici, attrezzature, eventuali inviati aggiuntivi. Il conto finale diventa proibitivo.
E allora il problema non riguarda più soltanto i bilanci delle redazioni. Riguarda il pluralismo dell’informazione.
Perché se seguire un viaggio apostolico costa come un’automobile, è inevitabile che a poterselo permettere siano soprattutto i grandi. Le piccole testate, le riviste missionarie, i giornali diocesani, le realtà associative, le redazioni cattoliche indipendenti restano progressivamente fuori. Non per mancanza di interesse, non per scarsa professionalità, ma perché non hanno il denaro necessario per sedersi su quell’aereo.
È una forma di selezione economica dell’informazione.
Non c’è bisogno di vietare l’accesso a nessuno, quando basta rendere quell’accesso economicamente insostenibile.
Ed è questo l’aspetto più delicato. Una Chiesa che giustamente insiste sulla necessità di ascoltare le periferie, di non chiudersi nelle élite, di favorire il pluralismo e la libertà dell’informazione dovrebbe interrogarsi anche sui meccanismi concreti attraverso i quali quella libertà può essere esercitata. Perché il pluralismo non consiste soltanto nel lasciare formalmente aperto un accredito. Consiste nel fare in modo che non siano sempre e soltanto i più ricchi a poter partire.
Da questo punto di vista, il gesto di Air France è interessante proprio perché incrina una normalità che, a forza di ripetersi, rischiava di non essere più interrogata. La compagnia francese non inventa nulla di rivoluzionario. Recupera semplicemente una tradizione. Ma nel farlo mostra, quasi involontariamente, che un altro modello è possibile.
E qui si apre una seconda questione, ancora più scomoda.
Che cosa paga esattamente il giornalista quando acquista il posto sul volo papale?
Paga il costo effettivo del proprio trasporto oppure contribuisce, almeno indirettamente, a sostenere una parte più ampia della macchina organizzativa del viaggio? Per anni il sistema è rimasto poco leggibile dall’esterno. I prezzi venivano comunicati, ma non sempre era chiaro come fossero costruiti, quale fosse il rapporto tra il costo reale della tratta e la quota richiesta agli accreditati, quale parte dipendesse dal charter, quale dai servizi aggiuntivi e quale eventualmente servisse a compensare altre spese.
È qui che la trasparenza diventa necessaria.
Non per alimentare sospetti o creare polemiche facili, ma proprio per evitare che i sospetti nascano. Se il costo richiesto a un giornalista è molto superiore a quello di un normale biglietto aereo sullo stesso itinerario, è legittimo chiedere perché. Se la stampa contribuisce a finanziare una parte dell’organizzazione generale, è giusto dirlo. Se invece il prezzo corrisponde semplicemente ai costi vivi di un volo speciale, anche questo può essere spiegato con chiarezza.
La trasparenza economica, del resto, non dovrebbe valere soltanto per le diocesi, le parrocchie, gli istituti religiosi o le amministrazioni pubbliche. Vale anche per il sistema che accompagna materialmente il Papa nei suoi viaggi.
C’è poi un ulteriore paradosso. Il giornalista che paga migliaia di euro per seguire il Pontefice deve rimanere totalmente libero da qualsiasi condizionamento, anche psicologico. Deve poter raccontare ciò che vede, criticare, fare domande scomode, mettere in evidenza contraddizioni. Il rischio da evitare è che il posto sull’aereo diventi, anche solo simbolicamente, una sorta di accesso privilegiato a un circuito ristretto, quasi una membership dell’informazione vaticana.
La stampa al seguito non può diventare una piccola business class ecclesiastica.
Non perché chi viaggia con il Papa sia privilegiato in senso morale. Ma perché il sistema deve evitare di trasformare il diritto a informare in un servizio premium per poche redazioni.
Il problema riguarda anche l’immagine stessa della Chiesa. Leone XIV arriverà in Francia per incontrare migranti, poveri, giovani, malati, vittime di abusi. Parlerà di Europa, di pace, di fraternità, di dialogo, di dignità. Sarebbe singolare che tutto questo venisse raccontato attraverso un sistema economico che, di fatto, esclude chi dispone di minori risorse.
Non è questione di pretendere che tutto sia gratuito.
Il Vangelo non elimina i costi del carburante, degli equipaggi, della sicurezza e della logistica.
Ma una cosa è riconoscere che un viaggio costa. Un’altra è accettare senza interrogativi che il peso di quel costo ricada in modo tale da restringere la platea di chi può raccontarlo.
Forse la decisione di Air France può servire proprio a riaprire questa discussione.
Non per tornare nostalgicamente a un passato nel quale le compagnie nazionali regalavano voli per ragioni di rappresentanza, ma per costruire un sistema più equo. Un sistema nel quale i costi siano comprensibili, il loro calcolo sia trasparente e si possa magari immaginare qualche forma di attenzione per le redazioni più piccole, quelle che non hanno alle spalle grandi gruppi industriali ma che contribuiscono comunque alla pluralità del racconto ecclesiale.
Perché c’è un punto oltre il quale il prezzo non è più soltanto un prezzo.
Diventa una barriera.
E quando quella barriera decide chi può salire sull’aereo e chi deve restare a terra, allora la questione non riguarda più soltanto una fattura.
Riguarda la libertà dell’informazione.
Air France, dunque, non sta semplicemente offrendo qualche tratta aerea. Sta facendo riemergere una domanda che la Chiesa e chi organizza i viaggi pontifici dovrebbero avere interesse a prendere sul serio.
Quanto deve costare seguire il Papa?
Ma soprattutto: chi vogliamo che possa ancora permettersi di raccontarlo?
Perché un Pontefice può parlare alle periferie del mondo, ma se ad accompagnarlo restano soltanto le redazioni che possono pagare il prezzo del biglietto, quelle periferie rischiano di scomparire già prima del decollo.
