Dopo 986 giorni, centododici vittime emergono dalle macerie. Netanyahu continua a chiamare sicurezza la devastazione; Trump continua a fornirgli le armi con cui imporla
Ci sono morti ai quali viene negato persino il diritto di morire.
Restano sospesi tra la polvere e la memoria, murati sotto le case in cui dormivano, sottratti alla pietà di una carezza, di una preghiera, di una tomba. Non sono più vivi, ma non possono ancora essere dichiarati davvero morti. Le loro famiglie non possiedono un corpo sul quale piangere. Hanno soltanto un nome, un’assenza e un cumulo di cemento.
A Gaza sono trascorsi 986 giorni prima che i resti di 112 membri delle famiglie Abu Sharia e Al-Hassayna potessero essere raccolti e accompagnati alla sepoltura. Erano rimasti sotto le macerie dal 22 novembre 2023, quando un bombardamento israeliano distrusse edifici residenziali nel quartiere di Sabra, a Gaza City. Le vittime complessive furono più di trecento; fra i resti recuperati recentemente vi erano quelli di numerosi bambini. Molti altri corpi non sono stati ancora ritrovati.
Centododici bare allineate non sono soltanto il resoconto di una tragedia. Sono un atto d’accusa.
Accusano la guerra quando smette di distinguere tra il combattente e il bambino, tra un deposito di armi e una casa, tra un obiettivo militare e un intero isolato abitato. Accusano una politica che pretende di trasformare la sproporzione in necessità, la distruzione sistematica in autodifesa, la cancellazione di famiglie intere in un inevitabile danno collaterale.
Il 7 ottobre 2023 Hamas compì atrocità inaccettabili, uccise civili e prese ostaggi. Nessuna coscienza onesta può minimizzarle. Ma proprio perché il terrorismo è una negazione dell’umanità, combatterlo adottando una logica che travolge indiscriminatamente la popolazione civile non ristabilisce il diritto: moltiplica l’orrore. La colpa di Hamas non trasferisce la sua responsabilità morale ai bambini di Gaza. Il diritto di Israele alla sicurezza non comprende il diritto di rendere un’intera terra inabitabile.
Benjamin Netanyahu porta la responsabilità politica di questa condotta.
Non perché abbia personalmente sganciato ogni bomba, ma perché ha diretto il governo che ha scelto, difeso e prolungato una strategia militare le cui conseguenze sulla popolazione civile erano visibili fin dai primi mesi. Ha continuato a presentare la devastazione come il prezzo inevitabile della vittoria, mentre Gaza diventava un paesaggio di edifici sventrati, ospedali paralizzati, famiglie disperse e cadaveri irraggiungibili.
La crudeltà non consiste soltanto nell’istante dell’esplosione. Esiste una crudeltà più lenta, amministrativa, quasi burocratica: quella che lascia i corpi sotto le macerie perché mancano escavatori, carburante, strumenti forensi, materiali per le analisi del Dna. Le operazioni di recupero sono state ostacolate dalla scarsità di mezzi pesanti e dalle restrizioni all’accesso nelle zone controllate militarmente da Israele. In tutta Gaza migliaia di persone potrebbero trovarsi ancora sotto decine di milioni di tonnellate di detriti.
In questa geografia dell’annientamento, perfino il lutto diventa un privilegio.
Chi dispone di denaro può pagare qualcuno perché scavi. Chi non ne ha deve aspettare, cercare a mani nude oppure rinunciare. Una madre può sapere che suo figlio è sotto una casa crollata e non avere il mezzo materiale per raggiungerlo. Una famiglia può celebrare una preghiera funebre senza sapere se nella bara vi sia davvero il proprio congiunto.
Quando Omar Al-Hassayna afferma di non riconoscere chi sta seppellendo, pronuncia una delle condanne più terribili contro questa guerra: non soltanto sono stati uccisi gli esseri umani, ma è stata devastata la possibilità stessa di identificarli, custodirli e restituirli alla loro storia.
Netanyahu chiama tutto questo sicurezza.
Ma quale sicurezza può essere costruita sopra una generazione di orfani, mutilati e sopravvissuti? Quale futuro attende Israele quando il volto con cui si presenta a migliaia di bambini palestinesi è quello di un drone, di un bulldozer o di una bomba che precipita dal cielo? La forza militare può occupare un territorio, abbattere un palazzo, eliminare un comandante. Non può obbligare un popolo a dimenticare i propri morti.
Sul primo ministro israeliano grava inoltre un mandato d’arresto emesso il 21 novembre 2024 dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e contro l’umanità. Non è una sentenza definitiva e Netanyahu respinge le accuse, ma neppure può essere liquidato come un dettaglio propagandistico: è un atto giudiziario internazionale riguardante, tra le altre contestazioni, l’uso della fame come metodo di guerra e attacchi contro la popolazione civile.
E poi c’è Donald Trump.
La complicità americana non è soltanto diplomatica. Non si esaurisce nelle dichiarazioni di amicizia, nei sorrisi alla Casa Bianca o nella protezione politica concessa a Netanyahu. È una complicità materiale, misurabile in bombe, elicotteri, munizioni e sistemi d’arma.
Nel gennaio 2025 Trump ordinò di sbloccare la consegna a Israele di bombe da duemila libbre che l’amministrazione Biden aveva sospeso per il timore delle conseguenze sui civili. Sono ordigni capaci di penetrare cemento e metallo e di produrre un’enorme area di devastazione.
Nel febbraio 2025 la sua amministrazione approvò vendite militari a Israele per circa 7,4 miliardi di dollari, comprendenti munizioni, sistemi di guida e spolette. Nel gennaio 2026 il Dipartimento di Stato autorizzò inoltre una possibile vendita di elicotteri d’attacco Apache e relativo equipaggiamento per un valore stimato di 3,8 miliardi di dollari.
Le parole possono fingere neutralità. Le armi no.
Ogni governo americano può dichiarare di volere la pace, ma quando continua ad alimentare l’apparato militare che rende possibile la devastazione, la pace rischia di diventare soltanto il titolo cerimoniale apposto sopra una politica di guerra. Non basta invitare Netanyahu alla moderazione dopo avergli consegnato gli strumenti della sproporzione.
Trump ama la formula della “pace attraverso la forza”. A Gaza, però, la forza senza limite non ha prodotto pace. Ha prodotto quartieri cancellati, famiglie sterminate, bambini sepolti, ostaggi ancora prigionieri, israeliani sempre più insicuri e palestinesi privati di ogni orizzonte.
Il presidente americano può presentarsi come mediatore, annunciare accordi e promettere ricostruzioni. Ma non è arbitro chi arma una delle parti e poi pretende di giudicare imparzialmente le conseguenze. Non è pacificatore chi rimuove i freni alla consegna delle bombe mentre sotto le macerie giacciono ancora coloro che quelle bombe hanno raggiunto.
Netanyahu e Trump non hanno la stessa responsabilità. Il primo dirige il governo che conduce la guerra. Il secondo guida la potenza che ne garantisce gran parte della superiorità militare e della copertura politica. Ma le loro responsabilità finiscono per incontrarsi davanti alle bare di Gaza.
Le incontrano nel silenzio di quelle famiglie.
Le incontrano nei nomi che non possono più essere associati a un volto.
Le incontrano nella preghiera pronunciata dopo 986 giorni, quando del corpo di una persona amata resta forse soltanto un frammento.
La storia non domanderà soltanto chi ha lanciato l’ordine di bombardare. Domanderà anche chi ha fornito gli ordigni, chi ha giustificato la sproporzione, chi ha protetto diplomaticamente i responsabili e chi, pur vedendo, ha continuato a parlare di inevitabilità.
Le centododici bare di Gaza non possono entrare nello Studio Ovale. Non possono sedere davanti al governo israeliano. Non possono pronunciare discorsi alle Nazioni Unite.
Eppure accusano.
Accusano Netanyahu di avere trasformato il dolore israeliano in una licenza politica per infliggere un dolore smisurato a un altro popolo. Accusano Trump di aver chiamato amicizia ciò che avrebbe dovuto essere limite, e sostegno ciò che è diventato corresponsabilità.
Soprattutto accusano il nostro tempo, che conosce il numero, il peso e la traiettoria di ogni bomba, ma continua a comportarsi come se non potesse conoscere il nome dei bambini che essa seppellirà.
Centododici corpi restituiti alle famiglie dopo 986 giorni raccontano ciò che la propaganda tenta di nascondere: Gaza non è soltanto il teatro di una guerra, ma il luogo in cui la politica di Netanyahu e le armi fornite dagli Stati Uniti di Trump hanno trasformato persino il diritto alla sepoltura in un’attesa interminabile.
