Venticinque anni dopo Porto Alegre, il Forum Sociale Mondiale approda in Africa e incontra, prima ancora del dibattito, il volto più antico del potere: la paura della parola pubblica.
Nel gennaio del 2001, a Porto Alegre, una frase smise di essere soltanto uno slogan e divenne una piazza: «Un altro mondo è possibile». Il primo Forum Sociale Mondiale riunì decine di migliaia di persone provenienti da ogni continente, mentre a Davos i potenti della finanza celebravano la globalizzazione come un destino senza alternative. Da una parte, il mondo raccontato come mercato; dall’altra, il mondo rivendicato come casa comune.
Venticinque anni dopo, quella frase è arrivata a Cotonou. Non per celebrare un anniversario, ma per sottoporsi alla prova più severa: verificare se sia ancora capace di nominare il futuro.
Dal 4 all’8 agosto il Benin ospita la diciassettesima edizione del Forum, dedicata alla gestione delle risorse naturali e alle lotte popolari di fronte alle crisi globali. La scelta dell’Africa non rappresenta soltanto uno spostamento geografico. È il segno di una diversa centralità politica: il continente troppo spesso descritto come periferia, emergenza o destinatario di aiuti torna a parlare come soggetto della storia.
Cotonou dice che non si può più discutere dell’Africa senza gli africani. Non si può parlare di transizione ecologica senza interrogare chi controlla le miniere, le terre, l’acqua e le foreste. Non si può invocare la pace ignorando il traffico delle armi, il saccheggio delle materie prime, il debito e le interferenze straniere che alimentano guerre combattute quasi sempre con il sangue delle popolazioni locali.
La parola che attraversa il Forum è decolonizzazione. Una parola esigente, che rischia di diventare retorica se viene ridotta alla semplice denuncia del passato. Decolonizzare significa anzitutto smascherare le dipendenze del presente: economie costrette a esportare ricchezze e importare povertà; agricolture piegate alle monoculture destinate ai mercati internazionali; popolazioni espulse dalle proprie terre nel nome dello sviluppo; culture giudicate arretrate finché non diventano merce per l’industria turistica.
Ma significa anche guardare dentro le società africane. Il colonialismo non sopravvive soltanto nelle cancellerie occidentali, nelle multinazionali o negli accordi commerciali diseguali. Può riprodursi nelle oligarchie locali, nella corruzione, nella concentrazione del potere e nella repressione del dissenso. La sovranità dei popoli non coincide automaticamente con la sovranità dei governi. Un potere nazionale può essere autoritario quanto un dominio straniero, se priva i cittadini della possibilità di organizzarsi, discutere e protestare.
Per questo il divieto imposto alla manifestazione inaugurale del Forum ha un valore che supera la cronaca. La marcia prevista per l’apertura è stata annullata e, nelle prime ore, persino lo svolgimento regolare degli incontri è apparso incerto. Il Consiglio internazionale del Forum ha dichiarato di voler proseguire le attività anche in sedi alternative.
È un paradosso quasi perfetto: un incontro dedicato alla partecipazione democratica, alla pace e alla libertà dei popoli viene accolto dalla proibizione di una piazza.
Il potere tollera più facilmente i convegni che i cortei. Accetta le parole quando rimangono chiuse nelle sale, ordinate nei programmi, distribuite tra relatori e traduttori. Teme invece i corpi che camminano insieme, perché una manifestazione rende visibile ciò che l’ordine costituito preferirebbe considerare inesistente. La piazza trasforma individui isolati in un popolo. E un popolo che prende coscienza della propria forza costituisce sempre una domanda rivolta al potere.
La preoccupazione non nasce dal nulla. Negli ultimi anni osservatori internazionali hanno segnalato in Benin una progressiva erosione dello spazio civico, restrizioni alla libertà di manifestazione, arresti di oppositori e attivisti e un sistema politico sempre meno aperto alla competizione. Il Paese, un tempo considerato tra le democrazie più stabili dell’Africa occidentale, viene oggi descritto come una realtà nella quale il pluralismo incontra ostacoli crescenti.
La democrazia, infatti, non coincide con la sola celebrazione delle elezioni. Le urne sono indispensabili, ma non bastano. Esiste democrazia quando un cittadino può criticare il governo senza temere la prigione; quando un giornalista può indagare senza essere intimidito; quando un’associazione può riunirsi; quando una comunità può difendere la propria terra; quando una piazza non deve chiedere perdono per il fatto di esistere.
Il Forum di Cotonou porta con sé anche le fragilità del movimento altermondialista. In venticinque anni molte speranze si sono disperse. Le grandi mobilitazioni hanno lasciato spazio a lotte spesso frammentate. La finanza è diventata ancora più potente, le disuguaglianze più profonde, le guerre più numerose, la crisi climatica più evidente. Perfino le parole della protesta vengono rapidamente assorbite dal mercato: sostenibilità, inclusione e responsabilità sociale sono divenute formule utilizzate anche da chi continua a inquinare, sfruttare e accumulare.
Eppure sarebbe sbagliato misurare il Forum soltanto sulla sua capacità di produrre un documento unitario o un programma politico immediatamente realizzabile. Il Forum non è un governo mondiale alternativo né il quartier generale di una rivoluzione globale. È, prima di tutto, un luogo nel quale le lotte si riconoscono. Dove il contadino che difende i semi incontra chi combatte per la democrazia energetica; dove la denuncia della guerra dialoga con la giustizia climatica; dove il diritto alla salute viene ricondotto alle disuguaglianze economiche; dove la solidarietà con la Palestina e con il Sudan entra nella stessa geografia morale delle battaglie per l’acqua, il lavoro e la terra.
L’appello «Siamo la soluzione», al centro di numerosi incontri, non dovrebbe essere letto come una dichiarazione di autosufficienza. È piuttosto il rifiuto dell’idea secondo cui i popoli sarebbero soltanto vittime in attesa di essere salvate. Le alternative esistono già: nelle pratiche dell’agroecologia, nelle economie comunitarie, nei saperi ancestrali, nelle cooperative, nei movimenti delle donne, nelle reti per la salute pubblica e nelle comunità che difendono i beni comuni.
Non sono ancora un altro mondo. Ma ne costituiscono i frammenti.
Forse «un altro mondo è possibile» oggi suona meno ingenuo di venticinque anni fa. Non perché l’alternativa sia diventata più vicina, ma perché l’attuale modello appare sempre meno sostenibile. Un sistema che produce ricchezze immense e fame, tecnologie sofisticate e solitudini, armi intelligenti e massacri indiscriminati non rappresenta la fine della storia. Rappresenta semmai il fallimento di un’idea di progresso separata dalla giustizia.
Cotonou ricorda che la pace sulla Terra non può essere distinta dalla pace con la Terra. Non esiste pacificazione duratura mentre intere popolazioni vengono private delle risorse necessarie per vivere. Non vi è giustizia climatica senza giustizia sociale. Non vi è sovranità nazionale se le decisioni fondamentali vengono prese dai mercati, dalle multinazionali o dagli interessi militari. E non vi è autentica decolonizzazione quando, cacciato il padrone straniero, il cittadino viene ridotto nuovamente al silenzio.
Il Forum Sociale Mondiale non possiede eserciti, banche o satelliti. Possiede soltanto parole, incontri, reti e piazze. Può sembrare poco, nel tempo dei missili e degli algoritmi. Ma ogni cambiamento storico è cominciato quando persone considerate marginali hanno trovato le parole per riconoscersi reciprocamente.
A Cotonou l’altro mondo non si presenta come un paradiso già disegnato. Cerca ancora una lingua comune, un programma e perfino una piazza. Ma il fatto che quella piazza sia stata vietata dimostra che il potere continua a temere ciò che potrebbe nascervi.
Da Porto Alegre al Benin, il Forum Sociale Mondiale riafferma che la pace non nasce dalla repressione, la sovranità non appartiene ai governi ma ai popoli e la difesa della Terra è inseparabile dalla giustizia sociale. Un altro mondo resta possibile soltanto finché esiste qualcuno disposto a riunirsi per costruirlo.
