La crisi migratoria nell’exclave spagnola diventa il pretesto per uno scontro politico tra Roma e Madrid. Ma quei giovani sono in Africa, non alle frontiere italiane. Il rischio viene gonfiato, i disagi invece sono reali e li pagano i cittadini.
A Ceuta ci sono ragazzi che hanno creduto a un messaggio sui social, a una voce, a una promessa. Hanno guardato il mare e hanno pensato che dall’altra parte ci fosse l’Europa. Alcuni si sono messi a nuotare, altri hanno cercato passaggi improbabili, altri ancora sono morti. È una tragedia vera, non una metafora. Ma proprio perché è vera andrebbe sottratta alla propaganda. Ceuta è territorio spagnolo, ma sta in Africa, al confine con il Marocco. Quella che si è aperta nelle ultime settimane è dunque innanzitutto una crisi migratoria spagnola e marocchina, inserita nella rotta del Mediterraneo occidentale, non l’anticamera di un’invasione dell’Italia. Eppure il governo italiano è riuscito a trasformarla in un’emergenza nazionale, sospendendo Schengen e innescando una crisi diplomatica con Madrid che ha prodotto un effetto concreto e immediato: controlli, code, disagi e tensioni per gli italiani che viaggiano verso la Spagna.
La sproporzione è evidente. A Ceuta sono arrivati soprattutto giovani marocchini, spesso spinti da informazioni false o distorte circolate sui social. Molti sono già rientrati in Marocco. Non esiste alcuna evidenza di una massa di decine di migliaia di persone in marcia verso Ventimiglia, Trieste o Lampedusa. È sempre possibile che singoli migranti tentino movimenti secondari all’interno dell’Europa, ma questo appartiene alla fisiologia di ogni sistema migratorio e non equivale a un pericolo straordinario per la sicurezza nazionale. Trasformare un fenomeno circoscritto e geograficamente lontano in una minaccia diretta all’Italia significa fare politica con la paura, non governare con i dati.
Il punto è proprio questo. Un governo serio controlla le frontiere, distingue le rotte, valuta i numeri, rafforza la cooperazione di polizia, condivide informazioni, interviene dove esiste un rischio concreto. Un governo propagandistico ha invece bisogno che ogni migrante diventi il simbolo di un assedio. Non importa da dove venga, dove si trovi, quale rotta stia seguendo, quale sia la sua destinazione. Basta che esista, perché possa essere trasformato in argomento politico.
È una semplificazione che funziona bene nei comizi e male nella realtà. Le migrazioni non sono una corrente uniforme che, una volta entrata in Europa, scorre inevitabilmente verso l’Italia. Le persone si muovono secondo reti familiari, opportunità lavorative, comunità già presenti, lingue conosciute, possibilità di regolarizzazione, controlli, costi e prospettive. Pensare che chi arriva a Ceuta abbia come destinazione naturale Roma o Milano significa ignorare le dinamiche elementari della mobilità migratoria.
Eppure il governo italiano ha scelto la prova muscolare. Madrid ha risposto introducendo controlli sui viaggiatori provenienti dall’Italia. Roma ha parlato di ritorsione. Si è innescata così la consueta spirale dell’azione e della reazione, la politica trasformata in braccio di ferro, la diplomazia ridotta a questione di chi cede per primo. Ma il risultato è paradossale: i migranti di Ceuta restano in gran parte tra Marocco e Spagna, mentre a subire le conseguenze dello scontro sono i cittadini europei. Per difendere gli italiani da un pericolo che non appare proporzionato alla misura adottata, si producono disagi proprio agli italiani.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato in questa inversione. Schengen non è un regalo ai migranti. È una delle più grandi conquiste civili, economiche e politiche dell’Europa contemporanea. Significa poter attraversare frontiere interne senza essere trattati ogni volta come sospetti. Significa lavoro, turismo, studio, relazioni familiari, commercio, mobilità. Metterlo in discussione dovrebbe essere sempre una scelta estrema, motivata da rischi reali e documentati, non una risposta simbolica destinata a rassicurare l’elettorato più inquieto.
Qui emerge anche una contraddizione più profonda della politica italiana. Da anni si sostiene che la priorità siano gli italiani. Ma se una decisione adottata in nome della loro sicurezza produce soprattutto ritardi, controlli, disagi e tensioni diplomatiche, mentre il rischio che dovrebbe giustificarla resta vago, allora bisognerebbe avere il coraggio di chiedersi se si stiano davvero difendendo gli italiani o soltanto una narrazione politica.
Da cattolici il giudizio dovrebbe essere ancora più esigente. Non perché il cristianesimo chieda di abolire le frontiere o di trasformare ogni migrazione in un diritto automatico all’ingresso. Gli Stati hanno il diritto di governare i propri confini e di stabilire chi possa entrare e restare. Ma una politica cristianamente ispirata dovrebbe rifiutare la costruzione artificiale del nemico. Quei ragazzi di Ceuta non sono un esercito. Sono persone, spesso ingenue, spesso imprudenti, talvolta manipolate, certamente responsabili delle proprie scelte ma altrettanto certamente portatrici di una dignità che nessuna frontiera può cancellare.
È facile trasformarli in due caricature: l’invasore o la vittima. La prima serve alla destra per alimentare la paura, la seconda serve a una parte della sinistra per alimentare la compassione. Entrambe cancellano la persona concreta. Un ragazzo marocchino può non fuggire da una guerra e tuttavia desiderare una vita diversa. Può voler lavorare, guadagnare, studiare, consumare, viaggiare. Questi desideri non gli attribuiscono automaticamente il diritto di entrare in Europa, ma non lo trasformano per questo in una minaccia.
L’Europa avrebbe bisogno di una politica migratoria adulta, capace di distinguere protezione internazionale, migrazione economica, ricongiungimenti, studio, lavoro e mobilità irregolare. Avrebbe bisogno di canali legali, accordi efficaci, rimpatri quando necessari, cooperazione con i Paesi d’origine e di transito, controllo delle frontiere esterne. Avrebbe soprattutto bisogno di smettere di trattare ogni episodio come se fosse l’ultima invasione prima del crollo della civiltà occidentale.
La coincidenza con l’anniversario di Marcinelle rende tutto ancora più amaro. L’Italia ricorda giustamente i propri emigranti, uomini partiti per cercare altrove lavoro e futuro. Li celebriamo come persone coraggiose, costrette dalla povertà e dal bisogno. E poi ci sorprende che altri possano guardare verso l’Europa con la stessa speranza. Naturalmente i contesti storici e giuridici sono diversi, ma la memoria dovrebbe almeno insegnarci prudenza nel giudizio.
A Ceuta c’è stata una tragedia. Ci sono stati morti, giovani ingannati, famiglie disperate, autorità chiamate a gestire una pressione improvvisa. Tutto questo merita serietà. Proprio per questo non merita di essere piegato alla propaganda. Il governo italiano avrebbe potuto chiedere più cooperazione europea, più controllo sulle rotte, più coordinamento con Madrid e Rabat. Ha preferito invece trasformare una crisi spagnola e marocchina in una prova di forza nazionale.
Il risultato è una politica che sembra voler dimostrare fermezza più che produrre sicurezza. E quando la fermezza diventa spettacolo, il confine smette di essere uno strumento amministrativo e diventa un palcoscenico.
Il problema di Ceuta non è che quei giovani stiano arrivando in Italia. Il problema è che la loro disperazione viene utilizzata per far credere agli italiani che siano già alla porta.
Ed è questa, forse, la forma più insidiosa della propaganda: non inventare un fatto, ma spostarlo abbastanza vicino da farci paura.
La crisi di Ceuta è reale, ma riguarda un’exclave spagnola in Africa e non configura un pericolo straordinario per le frontiere italiane. La risposta muscolare del governo Meloni ha prodotto soprattutto tensioni con Madrid e disagi per i cittadini. Governare le migrazioni significa distinguere i rischi reali dalle paure costruite. Altrimenti la sicurezza diventa propaganda e il prezzo lo pagano proprio gli italiani.
