Spin Time e le parole del cardinale Reina pongono Roma davanti a una domanda che va molto oltre il destino di un edificio occupato: che cosa resta della legalità quando, ristabilito il diritto su un palazzo, centinaia di persone rimangono senza un luogo nel quale vivere? La legge è necessaria, ma una città non può limitarsi a sgomberare i problemi insieme alle persone.
Ci sono edifici che si possono sgomberare e ci sono domande che, una volta entrate nella coscienza di una città, non si lasciano sgomberare altrettanto facilmente. Spin Time è una di queste. Per tredici anni, dentro quel palazzo a pochi passi dalla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, hanno abitato famiglie, migranti, anziani, giovani e bambini. Una realtà controversa, certamente. Un’occupazione, certamente. Una situazione nella quale il diritto di proprietà, la sicurezza dell’edificio, l’ordine pubblico e la responsabilità delle istituzioni non potevano essere semplicemente cancellati in nome di una generica solidarietà. Ma adesso che, dopo l’incendio, centinaia di persone si sono ritrovate fuori, resta una domanda persino più difficile: abbiamo risolto il problema o lo abbiamo soltanto trasferito dal palazzo al marciapiede?
È qui che l’intervento del cardinale Baldo Reina acquista un significato che supera la cronaca romana. Il vicario del Papa non propone una teologia dell’occupazione abusiva, non nega il valore della legalità e non sostiene che qualsiasi edificio occupato debba essere sottratto alle regole dello Stato. Riconosce, anzi, la complessità di una vicenda nella quale si sono intrecciati interessi privati, bene comune, sicurezza, impegno civile e rispetto della legge. Ma compie un’operazione culturalmente importante: impedisce che la legalità diventi l’ultima parola.
Una società civile ha bisogno della legge. Ma la legge, da sola, non costruisce una società civile. Può stabilire chi abbia titolo per entrare in un edificio e chi debba uscirne, può definire proprietà, responsabilità, agibilità e sicurezza. Non può però rispondere da sola alla domanda che viene subito dopo: dove vanno le persone? È la domanda che troppo spesso la politica preferisce lasciare inevasa. Siamo diventati bravissimi a discutere di sgomberi e molto meno capaci di parlare dell’abitare. Conosciamo il giorno in cui un immobile deve essere liberato, ma sembriamo interessarci molto meno al giorno successivo. Sappiamo come far uscire qualcuno da una porta, ma non sempre sappiamo indicargli una porta nella quale possa entrare.
Quattrocento persone non compaiono improvvisamente la mattina di uno sgombero. Le loro fragilità, le loro storie, le difficoltà economiche e abitative esistevano già. L’incendio le ha soltanto rese impossibili da ignorare. Ed è forse questo uno degli aspetti più scomodi della vicenda: una città che tollera per anni una situazione irrisolta e interviene soltanto quando l’emergenza diventa insostenibile non sta davvero governando il problema. Ne sta amministrando l’esplosione finale.
Per questo le parole di Reina sul rischio che Roma perda la propria “anima” meritano attenzione anche al di fuori della comunità ecclesiale. L’anima di una città non è necessariamente un concetto religioso. È il modo nel quale una comunità decide di guardare chi si trova ai margini, chi può essere visto e chi invece viene progressivamente consegnato all’invisibilità. Roma, più di altre città, dovrebbe comprenderlo. È la città delle basiliche e delle periferie, dei palazzi istituzionali e dei dormitori, delle cupole e delle tende, della magnificenza della storia e della fragilità quotidiana degli uomini. Può accadere così che a poca distanza da una delle grandi basiliche della cristianità una famiglia dorma per strada. È una contraddizione che non dovrebbe inquietare soltanto un credente.
Reina richiama la parabola del buon Samaritano, ma sarebbe un errore ridurla a un’immagine edificante. Quella parabola è molto più scomoda. Il sacerdote e il levita non derubano l’uomo ferito, non lo picchiano, non sono responsabili di ciò che gli è accaduto. Semplicemente passano oltre. Ed è forse questa una delle tentazioni più frequenti del nostro tempo: non fare direttamente il male, ma considerare la sofferenza degli altri una questione della quale debba occuparsi qualcun altro. Il Comune, il Governo, la Prefettura, la proprietà, la Chiesa, il volontariato. Alla fine tutti possono possedere una parte di ragione e l’uomo può continuare a rimanere per terra.
Il Samaritano, invece, vede anzitutto una persona ferita. Questo non significa cancellare la legge o rinunciare alla giustizia. Significa ricordare che la giustizia perde qualcosa di sé quando non vede più il volto dell’uomo sul quale viene applicata. Allo stesso tempo sarebbe ingenuo sostenere che la solidarietà possa sostituire indefinitamente la legalità. Non è giusto che il diritto alla casa venga garantito soltanto a chi riesce a occupare uno stabile, mentre altri attendono per anni un alloggio popolare. Non è giusto ignorare i diritti dei proprietari. Non è giusto tollerare condizioni di sicurezza precarie fino al momento in cui un incendio rende inevitabile intervenire.
Proprio per questo una città seria non dovrebbe essere costretta a scegliere tra legalità e solidarietà. Dovrebbe riuscire a rendere la solidarietà compatibile con la legalità e la legalità compatibile con la dignità umana. È molto più difficile di uno slogan. “Ripristinare la legalità” oppure, dall’altra parte, “difendere gli occupanti” sono formule efficaci per alimentare una contrapposizione politica, ma insufficienti per governare una metropoli. Tra queste due formule ci sono persone reali: bambini che devono continuare ad andare a scuola, anziani che non possono essere spostati continuamente da un ricovero provvisorio all’altro, lavoratori poveri che non riescono a sostenere gli affitti romani, migranti, famiglie fragili, persone che hanno bisogno di protezione e anche situazioni che devono essere ricondotte alle regole. La realtà ha il difetto di non entrare comodamente nelle tifoserie.
Reina fa bene, dunque, a rifiutare la rappresentazione di Spin Time come una battaglia tra vincitori e vinti. Perché se dopo tredici anni un edificio viene liberato e centinaia di persone si ritrovano senza una sistemazione stabile, è difficile comprendere chi abbia realmente vinto. È stata ristabilita una situazione di legalità? Può essere. È stata affrontata una situazione di pericolo? Certamente. Ma se l’immagine successiva è quella di bambini, anziani e famiglie costretti a sistemazioni di fortuna, non può essere quello il punto nel quale una comunità considera concluso il proprio compito.
Il vero banco di prova comincia infatti dopo lo sgombero. È adesso che si vedrà se Roma possiede ancora quell’anima evocata dal cardinale. Non lasciando tutto come prima e nemmeno trasformando Spin Time in un simbolo da difendere indipendentemente dalle condizioni di sicurezza o dal diritto. La sfida è molto più alta: dimostrare che lo Stato può far rispettare una regola senza abbandonare chi ne subisce le conseguenze; che può liberare un immobile senza liberarsi delle persone; che può pretendere sicurezza senza produrre disperazione; che può tutelare la proprietà senza dimenticare che l’emergenza abitativa è uno dei nodi sociali più gravi di una grande città.
Soprattutto, la politica dovrebbe imparare ad arrivare prima. Prima dell’incendio, prima dello sgombero, prima delle tende, prima delle fotografie dei bambini sulla strada. L’emergenza abitativa non nasce quando arrivano le forze dell’ordine. Nasce quando un salario non permette più di pagare un affitto, quando l’edilizia pubblica non riesce a dare risposte, quando le famiglie scivolano nella povertà, quando situazioni provvisorie durano per un decennio e quando le istituzioni si abituano a convivere con ciò che prima o poi sarà costrette ad affrontare come un’emergenza.
La frase più importante pronunciata dal cardinale riguarda allora non tanto Spin Time quanto Roma: il rischio di perdere la propria anima. Le città non perdono l’anima improvvisamente. La perdono poco alla volta, quando ci si abitua all’uomo che dorme sotto un portico, quando il bambino senza una casa stabile diventa un dato statistico, quando la sofferenza viene percepita come un problema di decoro urbano, quando la povertà è tollerata purché rimanga lontana dallo sguardo.
Roma ha conosciuto imperatori e papi, pellegrini, migranti, poveri, potenti e mendicanti. La sua identità più profonda è sempre stata anche quella di una città capace, pur tra infinite contraddizioni, di accogliere lo straniero e trasformare l’estraneità in appartenenza. Sarebbe paradossale che proprio la città che si proclama universale diventasse incapace di fare spazio a chi non ne possiede uno.
Il problema, dunque, non è soltanto stabilire se Spin Time dovesse essere sgomberato. Il problema decisivo è stabilire cosa una città debba fare quando lo sgombero è terminato. Perché arriva sempre un momento nel quale le forze dell’ordine se ne vanno, le telecamere vengono spente, le dichiarazioni politiche cessano e i giornali cambiano pagina. Restano gli uomini, le donne, i bambini. Ed è precisamente da quel momento che si misura la qualità della politica.
La legalità può ordinare che una porta venga lasciata. La politica e la solidarietà devono però essere capaci di aprirne un’altra. Se quella seconda porta non esiste, il rischio non è soltanto che quattrocento persone perdano un luogo nel quale hanno vissuto. È che Roma perda davvero un pezzo della sua anima.
Spin Time non può essere ridotto alla contrapposizione tra occupazione abusiva e ordine pubblico. Una città giusta deve sapere coniugare proprietà, sicurezza e legalità con la dignità delle persone. Liberare un edificio è un atto amministrativo; impedire che chi ne esce venga consegnato alla strada e all’invisibilità è politica.
TESTO INTEGRALE DEL CARDINALE BALDASSARRE REINA
“Sarebbe sbagliato archiviare la vicenda Spin Time con il solo sgombero del palazzo. Questa città affronta un problema serio: il rischio di perdere l’anima che da sempre costituisce la sua vera identità”. Così il vicario del Papa per la diocesi di Roma, il cardinale Baldo Reina, interviene sulla vicenda di Spin Time, dove, in seguito a un incendio scoppiato all’interno del palazzo a pochi passi dalla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, la comunità di circa 400 persone che da 13 anni abitava quello stabile si è vista costretta a rimanere in strada.
“La Chiesa di Roma, chiamata a presiedere nella carità, c’è. E sarà sempre dalla parte delle persone che alzano il loro grido di sofferenza, che cercano una mano tesa e una comunità da chiamare casa”, ha sottolineato Reina.
“Cristo non abita nei palazzi del potere, ma si identifica con chi è affamato, forestiero o rimasto senza tetto. In un tempo di profonde solitudini e di complessivo sfaldamento dei legami sociali, avere luoghi ed esperienze in cui si prova a stare insieme, ad abbattere le barriere e a creare una convivenza pacifica è una sfida da accogliere e da promuovere”, ha aggiunto il cardinale.
“Mettere insieme interessi privati, bene comune, impegno civico e ricerca della legalità e della sicurezza non è stato facile. L’esito finale potrebbe far pensare a un complessivo fallimento, soprattutto dopo l’irrigidimento delle trattative. Ma non si è trattato di un braccio di ferro e sarebbe ingiusto parlare di ‘vincitori’ e ‘vinti’”.
“Quello che è accaduto e, ancor di più, quello che accadrà rimane una domanda aperta: siamo in grado di creare occasioni concrete di fraternità e di amicizia sociale? Attingendo alle parole che Papa Francesco ci ha consegnato nell’enciclica Fratelli tutti, la vera cura del mondo e della città si misura da come la società sa raccogliere chi è caduto: ‘L’inclusione o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi’”, ha concluso Reina.
Di seguito la dichiarazione del cardinale Baldo Reina, vicario del Papa per la diocesi di Roma, in merito alla questione di Spin Time
Negli ultimi giorni la città di Roma si è lasciata interpellare e interrogare dalla vicenda Spin Time. A seguito dell’incendio scoppiato all’interno del palazzo a pochi passi dalla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, la comunità di circa 400 persone che da 13 anni abitava quel luogo si è vista costretta a stare in mezzo alla strada.
Ancora una volta si è resa visibile la parabola del buon Samaritano: c’è qualcuno che viene lasciato a terra, e ci sono tanti che passano oltre facendo le proprie valutazioni.
Il laboratorio di convivenza tra giovani, migranti, anziani e persone di diverse culture e religioni che animava quel palazzo ha goduto di un interesse trasversale. È stato oggetto di studi e di critiche, di attenzione mediatica e di controversie politiche. La bilancia oscillava costantemente tra il tema dell’occupazione abusiva e quello della convivenza sociale, con esiti e polarizzazioni sempre dietro l’angolo.
In tanti si sono chiesti se vi sia stata un’attenzione della Chiesa e, in caso, in quale direzione. Come se la promozione della fraternità e dell’amicizia sociale dovesse avere per forza di cose un colore politico o un’appartenenza ideologica. Troppo spesso, davanti al dolore, rischiamo di essere come il sacerdote e il levita della parabola: uomini delle istituzioni e del sacro che guardano, giudicano e passano oltre, girandosi dall’altra parte per non contaminarsi con la complessità della realtà.
Vedere quelle persone in mezzo alla strada – così come vedere tanti fratelli e sorelle in questa città privati di un tetto e di una sistemazione dignitosa – ci ha interrogati profondamente. L’uomo, ogni uomo, rimane sempre la via privilegiata della Chiesa, un principio cardine che Papa Leone XIV ha rimesso al centro della sua recente lettera enciclica Magnifica Humanitas, esortandoci a custodire la persona e la sua dignità infinita.
L’uomo lasciato a terra rimanda all’impegno a essere, come Gesù, il buon Samaritano che si china sulle ferite di un’umanità malata, se ne fa carico e cerca di alleviarne le sofferenze. Nel Vangelo di Luca, alla domanda su chi sia il prossimo, Gesù risponde indicando proprio l’uomo ferito e derubato sulla via di Gerico. Egli non chiede da dove venga quell’uomo o quale sia la sua colpa, ma dice semplicemente: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37).
Questo stile ci riporta a un’altra pagina di Vangelo, quella del giudizio finale: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Cristo non abita nei palazzi del potere, ma si identifica con chi è affamato, forestiero o rimasto senza tetto. In un tempo di profonde solitudini e di complessivo sfaldamento dei legami sociali, avere luoghi ed esperienze in cui si prova a stare insieme, ad abbattere le barriere e a creare una convivenza pacifica è una sfida da accogliere e da promuovere.
Mettere insieme interessi privati, bene comune, impegno civico e ricerca della legalità e della sicurezza non è stato facile. L’esito finale potrebbe far pensare a un complessivo fallimento, soprattutto dopo l’irrigidimento delle trattative. Ma non si è trattato di un braccio di ferro e sarebbe ingiusto parlare di “vincitori” e “vinti”.
Quello che è accaduto e, ancor di più, quello che accadrà rimane una domanda aperta: siamo in grado di creare occasioni concrete di fraternità e di amicizia sociale? Attingendo alle parole che Papa Francesco ci ha consegnato nell’enciclica Fratelli tutti, la vera cura del mondo e della città si misura da come la società sa raccogliere chi è caduto: «L’inclusione o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi» (FT, 69).
Sarebbe quindi sbagliato archiviare la vicenda Spin Time con il solo sgombero del palazzo. Questa città affronta un problema serio: il rischio di perdere l’anima che da sempre costituisce la sua vera identità.
Tuttavia, vedere la rete di solidarietà attorno alle persone rimaste in mezzo alla strada ci fa ben sperare. Toccare con mano la gratuità di tanti che si sono dati da fare per procurare cibo, tende, giochi per bambini e ripari di fortuna per gli anziani è un segno di luce. L’Apostolo Paolo ci insegna che «non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). Questa è la vocazione più profonda di Roma: trasformare l’estraneità in familiarità.
Non si tratta di difendere a tutti i costi un “centro” fisico, ma di non perdere di vista la fraternità, vero “centro” di questa nostra città. È la voglia di costruire una comunità in cui non prevalga l’interesse del più forte; una comunità in cui, oltre a costruire case (che servono), impariamo a edificare legami (che rimangono).
La Chiesa di Roma, chiamata a presiedere nella carità, c’è. E sarà sempre dalla parte delle persone che alzano il loro grido di sofferenza, che cercano una mano tesa, e una comunità da chiamare casa.
Baldo Card. Reina, vicario di Roma
