Bastava poco per evitare una crisi diplomatica inutile con un Paese amico. Invece il governo Meloni ha scelto la prova muscolare: sospendere Schengen nei confronti della Spagna dopo la crisi di Ceuta, trasformando un problema alla frontiera ispano-marocchina in uno scontro tra Roma e Madrid. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: controlli reciproci, code negli aeroporti, passeggeri costretti a preparare i documenti prima dello sbarco, compagnie aeree in difficoltà e rapporti politici avvelenati proprio nel cuore dell’estate.

La domanda è semplice: a che cosa serve tutto questo? Se la misura italiana risponde davvero a un concreto pericolo per la sicurezza nazionale, il governo dovrebbe dimostrarlo con fatti altrettanto concreti. Se invece serve a mostrare fermezza, allora siamo davanti alla solita politica della propaganda: creare una frontiera per poter dire di averla difesa. E qui sorgono almeno due sospetti politici. Il primo riguarda Washington. Pedro Sánchez ha rifiutato di inseguire senza condizioni l’obiettivo del 5 per cento del PIL per difesa e sicurezza voluto da Donald Trump, attirandosi l’ostilità americana. Non vi è prova che Roma abbia agito su richiesta degli Stati Uniti, naturalmente, ma sarebbe singolare se l’Italia finisse per fare un favore politico a Trump aprendo un fronte contro uno dei governi europei che più gli resistono. Il secondo sospetto è tutto interno alla destra italiana: Giorgia Meloni deve continuamente dimostrare di non essere meno dura di Salvini e soprattutto di Vannacci. Ma governare un Paese non significa partecipare a un’asta permanente della fermezza, dove vince chi chiude più frontiere e pronuncia la frase più muscolare.

Il punto più grave è che a pagare questa rappresentazione sono i cittadini. Non Trump, non Sánchez, non Vannacci. Gli italiani in viaggio. È facile proclamare da Palazzo Chigi che «l’Italia non accetta ultimatum». Più difficile spiegare a chi aspetta un’ora in aeroporto perché una disputa politica dovesse necessariamente trasformarsi in una seccatura quotidiana. Schengen è una delle conquiste europee più concrete: poter partire da Roma e arrivare a Madrid senza sentirsi attraversare una frontiera. Trattarlo come materiale da campagna elettorale è miope.

Certo, anche Sánchez ha scelto la risposta muscolare e la reciprocità dei controlli. Ma il problema resta: chi ha acceso la miccia? L’Italia poteva cercare cooperazione, coordinamento europeo e controlli sulla vera frontiera esterna. Ha preferito invece inventarsi una piccola guerra di Ferragosto con Madrid. Se poi la ragione fosse non apparire arrendevoli davanti a Sánchez, non farsi scavalcare da Vannacci o mandare un segnale gradito a Washington, sarebbe ancora peggio. Perché significherebbe aver sacrificato un pezzo di libera circolazione europea sull’altare della propaganda.

Alla fine rimane l’annuncio negli aerei: «I signori passeggeri sono pregati di preparare i documenti». I documenti li preparano gli italiani. La propaganda la prepara il governo.

Una crisi evitabile con un Paese amico, controlli reciproci e disagi per i cittadini: se la sospensione di Schengen serve più alla competizione con Vannacci o alla sintonia con Washington che alla sicurezza reale, siamo davanti a politica elettorale travestita da ragion di Stato.