Lo scontro vede il premier armeno Nikol Pashinyan contrapposto al Catholicos Karekin II, accusato dal governo di interferenza politica e ora processato, con altri sei vescovi, per non aver reintegrato un presule come ordinato da un tribunale civile; il processo del 7 agosto si è però subito fermato perché il giudice si è ricusato per un precedente rapporto professionale con l’avvocato della difesa.
Il processo contro il Catholicos di tutti gli Armeni, Karekin II, e alcuni dei più alti esponenti della Chiesa Apostolica Armena si è aperto il 7 agosto 2026 a Vagharshapat, l’antica Etchmiadzin, ma si è concluso praticamente nei primi minuti. Il giudice Hakob Manukyan ha infatti dichiarato la propria astensione dal procedimento e gli atti dovranno ora essere trasmessi a un altro magistrato, che dovrà proseguire l’esame del caso.
Una partenza che, al di là dell’aspetto procedurale, conferma quanto sia delicata e politicamente esplosiva una vicenda che ha ormai superato i confini di un normale procedimento giudiziario. Per la prima volta dall’indipendenza dell’Armenia, il Catholicos di tutti gli Armeni è chiamato a rispondere in sede penale insieme ad altri alti gerarchi della Chiesa Apostolica Armena.
L’udienza, che secondo quanto precedentemente annunciato avrebbe dovuto svolgersi a porte chiuse, vede tra gli imputati, oltre a Karekin II, due arcivescovi e quattro vescovi. Secondo le accuse, il vertice ecclesiastico avrebbe ostacolato l’esecuzione di una decisione giudiziaria civile relativa al reintegro del vescovo Gevorg Saroyan, destituito dalle autorità ecclesiastiche all’inizio del 2026. Le contestazioni sono dunque formalmente legate alla mancata esecuzione di un provvedimento giudiziario e prevedono, in caso di condanna, pene fino a due anni di reclusione.
Ma sarebbe riduttivo leggere il procedimento soltanto attraverso il capo d’imputazione. Dietro le contestazioni giudiziarie si colloca infatti uno scontro sempre più duro tra il governo guidato dal primo ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, istituzione che nella storia del Paese non ha rappresentato soltanto un’autorità religiosa, ma uno dei principali pilastri dell’identità nazionale armena.
La crisi tra Etchmiadzin e il governo si è progressivamente aggravata nel corso del 2026. Il 5 gennaio Pashinyan ha presentato pubblicamente una “roadmap” per una riforma della Chiesa che comprendeva, tra gli obiettivi indicati, la rimozione del Catholicos, l’elezione di un locum tenens e la creazione di un consiglio di coordinamento con funzioni di indirizzo sull’istituzione ecclesiastica.
Il primo ministro ha quindi ripetutamente chiesto le dimissioni di Karekin II, sostenendo che il Catholicos non sarebbe più nelle condizioni di esercitare il proprio ministero. Il suo partito ha inoltre indicato tra i propri obiettivi politici la sostituzione del Catholicos entro il 2031.
Nel frattempo, il conflitto istituzionale ha prodotto altri segnali particolarmente significativi. Per la prima volta dall’indipendenza, Karekin II non è stato invitato alla seduta inaugurale della IX legislatura del Parlamento armeno, interrompendo una consuetudine consolidata. A febbraio, inoltre, nei suoi confronti sarebbe stato disposto un divieto di espatrio, mentre diversi sacerdoti e vescovi sono stati arrestati o sottoposti a procedimenti penali.
È in questo clima che il procedimento contro il Catholicos assume un significato politico assai più ampio. Secondo i critici del governo, l’utilizzo dello strumento penale rappresenterebbe infatti un tentativo di indebolire la leadership della Chiesa e di ridurne l’autonomia, inserendosi in una strategia più generale di ridefinizione dei rapporti tra Stato e istituzione religiosa.
La Chiesa Apostolica Armena e gli ambienti ad essa vicini respingono questa lettura come un attacco politicamente motivato. La contestazione riguarda soprattutto il principio dell’autonomia ecclesiastica: secondo questa prospettiva, lo Stato starebbe intervenendo in una materia interna alla Chiesa, come la gestione dei propri vescovi e la disciplina canonica, utilizzando un procedimento giudiziario per esercitare una pressione sul vertice religioso.
La questione ha provocato una reazione che va ben oltre i confini dell’Armenia. Nella Diaspora armena e nelle comunità che guardano con preoccupazione allo scontro in corso sono state avviate iniziative di solidarietà nei confronti di Karekin II e della Chiesa Apostolica Armena.
Particolarmente significativo è il dato relativo alla raccolta di firme promossa dall’Unione degli Armeni di Russia a sostegno del Catholicos e della Chiesa: il numero complessivo avrebbe superato quota 350.000, con oltre 154.000 adesioni raccolte nel solo territorio di Krasnodar. Numeri che testimoniano come la vicenda non venga percepita soltanto come un conflitto tra singole personalità, ma come una questione riguardante l’identità e il futuro della Chiesa armena.
Anche dall’Europa è arrivato un appello rivolto direttamente a Pashinyan. Nel giorno dell’udienza, quattro ex esponenti di vertice della politica slovacca hanno chiesto al primo ministro armeno di rispettare i principi democratici, lo Stato di diritto e l’indipendenza della Chiesa Apostolica Armena.
La lettera, trasmessa attraverso il Forum of Armenian Associations of Europe, è stata firmata dall’ex primo ministro slovacco Ján Čarnogurský, dagli ex presidenti del Consiglio nazionale František Mikloško e Pavol Hrušovský e dall’ex vicepremier e commissario europeo Ján Figeľ.
I firmatari hanno richiamato i loro legami storici e personali con l’Armenia e hanno sottolineato il ruolo della Chiesa Apostolica Armena nella costruzione dell’identità nazionale e nella conservazione del patrimonio spirituale del Paese. La loro preoccupazione viene anche collegata alla memoria delle persecuzioni subite dalle Chiese nell’Europa comunista: l’esperienza della Cecoslovacchia, ricordano, fu segnata anche da procedimenti giudiziari e detenzioni nei confronti di vescovi e altri rappresentanti della Chiesa cattolica.
L’appello assume inoltre una dimensione europea. Gli ex politici slovacchi sottolineano infatti che il rispetto del pluralismo, dei diritti fondamentali, della giustizia e dei principi democratici è particolarmente importante mentre l’Armenia dichiara di voler rafforzare i propri rapporti con l’Unione europea e proseguire il percorso di integrazione europea.
È difficile, in questo quadro, separare completamente la dimensione giudiziaria da quella politica. Il fatto che il primo processo contro un Catholicos nella storia dell’Armenia indipendente si apra proprio nel mezzo di una crisi istituzionale tra governo e Chiesa conferisce inevitabilmente alla vicenda un valore simbolico enorme.
La Chiesa Apostolica Armena è infatti qualcosa di più di una confessione religiosa per milioni di armeni. La sua storia è intrecciata con quella del popolo armeno, con la conservazione della lingua, della cultura e della memoria nazionale attraverso secoli caratterizzati da invasioni, persecuzioni, deportazioni e diaspora. Etchmiadzin non è soltanto la sede del Catholicos: è uno dei luoghi simbolici della storia armena.
Per questo il procedimento contro Karekin II rischia di diventare il terreno di uno scontro sulla stessa definizione del rapporto tra Stato e Chiesa nell’Armenia contemporanea.
Da una parte c’è il governo, che rivendica il diritto dello Stato di far rispettare le proprie decisioni giudiziarie e di garantire che nessuna istituzione possa considerarsi al di sopra della legge. Dall’altra c’è una Chiesa che rivendica la propria autonomia e che interpreta l’offensiva giudiziaria come parte di un tentativo politico di modificarne la leadership e limitarne l’influenza.
In mezzo ci sono la società armena e una Diaspora particolarmente sensibile a qualsiasi trasformazione del ruolo della Chiesa. Il rischio più evidente è quello di una nuova radicalizzazione delle contrapposizioni.
L’astensione del giudice Hakob Manukyan ha per il momento rinviato il cuore del confronto. Ma non lo ha certamente cancellato. Gli atti passeranno a un altro magistrato e il procedimento dovrà riprendere. Sarà allora necessario capire se il caso resterà confinato alla contestazione tecnica relativa all’esecuzione di una decisione civile oppure se finirà per diventare il grande processo politico-istituzionale sul rapporto tra potere pubblico e Chiesa che molti già intravedono.
Il vero nodo, in definitiva, non riguarda soltanto il destino personale di Karekin II. Riguarda i limiti del potere politico e quelli dell’autonomia religiosa in una Repubblica che sta cercando di ridefinire il proprio posto nel mondo.
Se il procedimento dovesse sfociare in condanne pesanti, la polarizzazione rischierebbe di aggravarsi ulteriormente e di alimentare una crisi di fiducia nelle istituzioni. Se invece prevalesse una logica di mediazione, potrebbe aprirsi la strada a un nuovo equilibrio tra Stato e Chiesa.
Per ora, però, il segnale arrivato da Etchmiadzin è quello di un conflitto che non sembra vicino alla soluzione.
E il fatto stesso che il Catholicos di tutti gli Armeni sia oggi imputato in un tribunale della Repubblica armena rappresenta già, indipendentemente dall’esito processuale, una cesura storica. Perché in Armenia non è in gioco soltanto un processo: è in discussione il rapporto tra il potere dello Stato e una Chiesa che, per secoli, ha rappresentato una delle principali forme di sopravvivenza dell’identità armena.
