La libertà di stampa non si difende soltanto quando ci piace ciò che viene pubblicato. Le tensioni interne a Report meritano chiarezza, ma la sequenza di verifiche, attacchi politici, stop televisivi e ipotesi di successione pone una domanda più grande: chi controlla chi controlla il potere?

C’è qualcosa di profondamente ironico, e insieme inquietante, in quanto sta accadendo attorno a Report. Una trasmissione nata per mettere sotto osservazione il potere si ritrova essa stessa sotto una lente sempre più potente. Sigfrido Ranucci può essere criticato, sottoposto alle regole aziendali, chiamato a rispondere delle proprie scelte professionali. Ci mancherebbe. Ma quando intorno a un giornalista d’inchiesta si sommano verifiche interne, offensive politiche, sospensione delle repliche, indiscrezioni su presunte rivolte della redazione e persino ipotesi di successione, il dubbio diventa legittimo: si sta verificando il lavoro di un giornalista o si sta creando il clima necessario per liberarsi di un giornalista scomodo?

Una redazione che discute non è una redazione in rivolta. È una redazione.

Questo dovrebbe essere il punto di partenza per leggere con qualche sobrietà l’ultima puntata del caso Report. Il Corriere della Sera racconta tensioni reali all’interno del gruppo di lavoro: riunioni, critiche sulla gestione, la proposta di assemblee periodiche, l’ipotesi di un coordinamento e di due figure – Giorgio Mottola e Giulio Valesini – che potessero affiancare Sigfrido Ranucci. Lo stesso quotidiano riferisce che in Rai si starebbe ormai ragionando anche su un’eventuale successione.

Tutto legittimo, se affrontato per quello che è.

Ranucci non è il papa dell’inchiesta televisiva, Report non è una congregazione religiosa e la sua redazione non deve professare il voto di obbedienza al conduttore. Se esistono colleghi che chiedono maggiore collegialità, se qualcuno ritiene troppo verticale la gestione del programma, se si pensa che un giornalista debba essere più prudente nelle frequentazioni o nelle partecipazioni pubbliche, se ne discuta apertamente. Anzi, una redazione che sa criticare il proprio direttore è spesso più sana di una redazione trasformata in corte.

Ma qui viene il problema.

Perché quella fisiologica discussione interna cade dentro una situazione che fisiologica non è affatto.

Ranucci è stato ascoltato per circa cinque ore dalla Commissione Rai competente sul Codice etico, chiamato a rispondere di inchieste, fonti, documenti e metodi di lavoro. La Rai ha avviato verifiche interne precisando che il giornalista resta parte lesa nella vicenda giudiziaria che lo riguarda e richiamando correttamente i principi di imparzialità, indipendenza, accuratezza e rigorosa verifica delle fonti.

Principi sacrosanti.

E proprio perché sono sacrosanti devono valere senza eccezioni, ma anche senza strumentalizzazioni.

Il giornalismo d’inchiesta non possiede una licenza di infallibilità. Una fonte va verificata. Una notizia sbagliata va corretta. Una commistione inopportuna va spiegata. Un errore professionale, quando esiste, va contestato. La libertà di stampa non è il privilegio del giornalista di fare ciò che vuole: è il diritto dei cittadini ad avere giornalisti abbastanza liberi da poter indagare anche chi governa, chi amministra, chi possiede, chi finanzia e chi decide.

Ed è proprio questo diritto dei cittadini che rischia di scomparire dal dibattito.

A luglio la Rai ha sospeso cautelativamente le repliche estive di Report, pur confermando il ritorno della nuova stagione. L’azienda ha parlato della necessità di tutelare il patrimonio editoriale del programma durante una vicenda giudiziaria delicata; Ranucci ha reagito parlando dello stop come di una sospensione della “memoria del Paese”.

È qui che comincia la zona grigia.

Perché se una trasmissione viene sospesa non per ciò che contiene, ma per ciò che accade attorno al suo conduttore, occorre una cautela gigantesca. Altrimenti si inaugura un principio pericoloso: basta creare un caso intorno al giornalista perché il giornalismo finisca sotto tutela.

E poi c’è la politica.

Fratelli d’Italia ha apertamente contestato Ranucci e ha chiesto chiarimenti sui rapporti con Valter Lavitola; Ranucci ha replicato che nessuna inchiesta di Report sarebbe stata condizionata da Lavitola e che i collaboratori coinvolti potrebbero testimoniarlo. Non è dunque necessario inventare complotti per constatare l’esistenza di uno scontro politico reale.

Più grave sarebbe un’altra cosa, che allo stato attuale va presentata per ciò che è: una ricostruzione giornalistica, non un fatto giudiziariamente accertatoIl Fatto Quotidiano sostiene che dietro la campagna contro Report vi sarebbe una regia riconducibile ai vertici di Fratelli d’Italia, con una triangolazione tra partito, quotidiani vicini al centrodestra e rilanci televisivi; lo stesso giornale quantifica in 140 gli articoli pubblicati dal Giornale contro Report tra luglio e agosto. È un’accusa pesante, che chi la formula deve essere in grado di documentare e chi ne è chiamato in causa ha tutto il diritto di respingerla.

Ma anche senza assumere quella ricostruzione come verità rivelata, resta una domanda politica che non può essere liquidata con un’alzata di spalle.

È normale che una trasmissione del servizio pubblico specializzata nell’indagare il potere diventi contemporaneamente bersaglio di esponenti della maggioranza, oggetto di verifiche aziendali, privata delle repliche estive e attraversata da indiscrezioni sulla possibile sostituzione del suo conduttore?

Ognuno di questi fatti, preso separatamente, può avere una spiegazione.

È la loro simultaneità a meritare attenzione.

Persino le tensioni interne a Report, che non devono essere nascoste, possono diventare materiale esplosivo quando vengono trasferite dalla normale dialettica di redazione alla battaglia per la testa del conduttore. Una critica di un collega non equivale automaticamente a una mozione di sfiducia. Chiedere più collegialità non significa chiedere la cacciata di Ranucci. Contestare una sua scelta non significa desiderare una Report addomesticata.

E soprattutto non dovrebbe spettare alla politica decidere quale delle due interpretazioni sia quella buona.

Il servizio pubblico appartiene ai cittadini, non alla maggioranza parlamentare del momento. Questa è una distinzione elementare, ma in Italia sembra necessario ripeterla a ogni cambio di governo. Chi vince le elezioni ha il diritto e il dovere di governare. Non acquista per questo un diritto di proprietà sull’informazione pubblica.

C’è poi una circostanza che rende tutto più delicato. Ranucci non è soltanto un giornalista contestato politicamente: è un giornalista che nell’ottobre 2025 ha subito un attentato esplosivo davanti alla propria abitazione. Nel giugno scorso quattro persone sono state arrestate per la presunta esecuzione materiale dell’attacco, mentre le indagini sui mandanti sono proseguite.

Questo non trasforma naturalmente Ranucci in un santo laico, né gli attribuisce un salvacondotto professionale per il resto della vita.

Ma imporrebbe a tutti una misura in più.

Un Paese serio protegge un giornalista minacciato e contemporaneamente ne verifica il lavoro quando necessario. Non utilizza l’una cosa per impedire l’altra. E soprattutto evita che il controllo deontologico possa essere percepito come il secondo tempo di quella delegittimazione che il giornalista ha già sperimentato sul terreno delle minacce.

Il punto, dunque, non è gridare «giù le mani da Ranucci» come se una persona dovesse essere sottratta alle regole.

Il punto è dire qualcosa di più impegnativo: giù le mani dall’autonomia del giornalismo.

Se Ranucci ha sbagliato, si dicano gli errori. Uno per uno. Con fatti, date, norme violate e possibilità di difesa.

Se la redazione chiede nuove forme organizzative, la si ascolti.

Se esistono problemi nella gestione delle fonti, vengano verificati da organismi credibili e indipendenti.

Ma se qualcuno pensa di utilizzare un’inchiesta, una polemica, una frattura interna o un audit come occasione irripetibile per rendere Report meno fastidioso, allora il problema non è più Ranucci.

Il problema siamo noi.

Perché il giornalismo d’inchiesta serve precisamente quando irrita. Quando mette in difficoltà il governo che abbiamo votato, l’imprenditore che stimiamo, il partito cui apparteniamo, il magistrato che consideriamo irreprensibile, la Chiesa che amiamo, il sindacato cui aderiamo o il giornale che leggiamo ogni mattina.

La libertà di stampa che vale soltanto per le inchieste contro i nostri avversari non è libertà di stampa.

È tifo.

Ed è qui che la vicenda di Report diventa più grande di Sigfrido Ranucci.

Domani potrebbe esserci un altro giornalista, un’altra trasmissione, un altro governo. La libertà non si misura da quanto siamo disposti a concedere agli amici, ma da quanto siamo disposti a sopportare da chi ci contraddice.

Per questo anche chi non ama lo stile di Ranucci, anche chi considera alcune inchieste di Report sbagliate o troppo aggressive, dovrebbe essere il primo a pretendere che il suo destino professionale venga deciso sulla base di fatti e regole, non sulla temperatura del Palazzo.

La democrazia non ha bisogno di giornalisti mansueti.

Ha bisogno di giornalisti liberi, e quindi anche criticabili.

Ma tra criticare un giornalista e creare le condizioni per neutralizzarlo passa una frontiera sottile.

È precisamente quella frontiera che oggi la Rai, la politica e l’intero sistema dell’informazione hanno il dovere di non oltrepassare.

Ranucci non deve essere intoccabile: deve essere libero. Report non deve essere infallibile: deve poter indagare. Se ci sono errori, si dimostrino; se ci sono responsabilità, si accertino. Ma se una fisiologica dialettica di redazione diventa il pretesto per normalizzare una delle poche trasmissioni che ancora fanno domande scomode al potere, non sarà soltanto Sigfrido Ranucci ad aver perso. Avrà perso un pezzo di libertà ciascuno di noi.