Quasi 65 mila detenuti per poco più di 46 mila posti effettivamente disponibili. Celle che superano i quaranta gradi, carenza di ventilazione, attività ridotte, disagio psichico e suicidi. Il sovraffollamento penitenziario non è più un’emergenza: è una condizione strutturale che durante l’estate mostra il suo volto più crudele. E una democrazia si misura anche dalla temperatura delle proprie celle.


C’è un momento dell’anno in cui le sbarre sembrano diventare più strette.

È agosto.

Fuori, le città rallentano. Gli uffici chiudono, le scuole sono vuote, le famiglie partono. Si cercano una spiaggia, una montagna, una finestra aperta nella notte.

Dentro un carcere, invece, agosto significa spesso soltanto una cosa: caldo.

Caldo nelle celle, nei corridoi, negli spazi comuni. Caldo dentro edifici costruiti in epoche nelle quali la climatizzazione non era neppure immaginata. Caldo dove le finestre sono piccole, talvolta schermate, l’aria circola poco e molte persone condividono pochi metri quadrati.

E se il carcere è sovraffollato, il caldo non è più soltanto una temperatura.

Diventa una pena supplementare.

I numeri hanno ormai smesso persino di sorprendere. Secondo il rapporto di metà anno pubblicato da Antigone il 5 agosto, al 28 luglio 2026 nelle carceri italiane erano presenti 64.741 persone a fronte di 46.343 posti effettivamente disponibili: un tasso reale di affollamento del 139,7 per cento. In Puglia si arriva al 180,4 per cento; in alcuni singoli istituti si supera abbondantemente il doppio della capienza.

Non sono numeri elaborati nel vuoto. I dati ufficiali del Ministero della Giustizia registravano già al 30 giugno 64.773 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 51.180 posti. E la capienza regolamentare, peraltro, non coincide con quella realmente utilizzabile, perché migliaia di posti risultano indisponibili per lavori, inagibilità o altre ragioni.

A Roma basta entrare idealmente a Regina Coeli per capire quanto una percentuale possa diventare carne: a luglio risultavano circa 1.004 detenuti per 572 posti effettivamente disponibili. A Rebibbia Nuovo Complesso erano 1.614 per 1.057 posti.

A Bologna, alla Dozza, 828 persone erano ristrette in un istituto dalla capienza regolamentare di 480 posti, peraltro ulteriormente ridotta dai lavori. Tra i problemi segnalati durante una visita di luglio: sovraffollamento, caldo e carenza di ventilatori.

A Taranto il sindacato della polizia penitenziaria ha parlato addirittura di oltre 850 detenuti in una struttura con meno di 400 posti, denunciando temperature elevate e, in alcuni momenti, problemi nella disponibilità dell’acqua.

Ma il punto non è comporre una geografia dell’orrore.

Il punto è chiedersi che cosa stia diventando la pena in Italia.

Perché la nostra Costituzione non dice soltanto che chi commette un reato deve risponderne. Dice qualcosa di molto più impegnativo per lo Stato: stabilisce che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità» e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Quel riferimento al senso di umanità non è una concessione sentimentale.

È diritto.

E soprattutto è il confine che separa la giustizia dalla vendetta.

La persona detenuta perde la libertà. Non perde il diritto alla salute, alla dignità, all’acqua, all’aria, allo spazio necessario per vivere. Non perde il diritto a essere considerata una persona.

È una distinzione semplice, ma il dibattito pubblico italiano sembra averla dimenticata.

Il detenuto è diventato uno dei pochi esseri umani verso i quali è politicamente conveniente mostrare indifferenza. Chi prova a parlare delle condizioni delle carceri viene immediatamente sospettato di essere indulgente verso il crimine, come se chiedere una cella abitabile significasse dimenticare le vittime.

È un ricatto retorico.

Si possono difendere le vittime e, contemporaneamente, rifiutare che le prigioni diventino luoghi degradanti.

Anzi, dovrebbe essere precisamente questo il compito dello Stato.

La sicurezza non si costruisce umiliando chi è già stato condannato. Si costruisce facendo in modo che quella persona, una volta uscita, abbia qualche possibilità in più di non commettere altri reati.

Un carcere nel quale si vive ammassati, senza attività sufficienti, senza lavoro, senza sostegno psicologico adeguato, con ore interminabili trascorse in cella, non rieduca.

Custodisce.

A volte deteriora.

Poi restituisce alla società persone più fragili, più arrabbiate, più marginali di quando sono entrate.

E questo dovrebbe interessare anche chi della questione carceraria non vuole sapere nulla, perché prima o poi la grande maggioranza dei detenuti torna fuori.

L’estate esaspera tutto.

Secondo Antigone, oltre il 60 per cento della popolazione detenuta si trova in regime di custodia chiusa e trascorre quindi gran parte della giornata nelle celle; durante le ondate di calore, in alcune situazioni vengono segnalate temperature superiori ai quaranta gradi. A ciò si aggiungono la sospensione delle attività scolastiche e la riduzione di molte iniziative del volontariato, proprio quando l’isolamento e l’apatia diventano più difficili da sopportare.

Poi ci sono i suicidi.

Non possono essere utilizzati come un numero da brandire politicamente, perché dietro ciascuno c’è una vita e quasi sempre una storia irriducibile alle statistiche.

Ma ignorare il dato sarebbe altrettanto colpevole.

Antigone registra almeno 38 suicidi nei primi sette mesi del 2026 e segnala una forte presenza di disagio psichiatrico e di condotte autolesive.

Sono campanelli d’allarme che dovrebbero far entrare la questione penitenziaria nell’agenda della politica molto prima che scoppi una rivolta, avvenga un suicidio o un episodio di violenza finisca nelle cronache.

Il Governo qualcosa sta facendo.

È stato predisposto un piano per l’edilizia penitenziaria ed è operativo un commissario straordinario; a fine luglio è diventata legge anche la misura sulla detenzione domiciliare per determinate persone tossicodipendenti, presentata dall’esecutivo come uno degli strumenti capaci di favorire percorsi di recupero e ridurre le presenze negli istituti.

Ma pensare di risolvere tutto costruendo nuove celle significa inseguire il problema senza affrontarne le cause.

Perché se contemporaneamente si moltiplicano le fattispecie penali, si aumentano le pene, si restringe lo spazio delle alternative e si continua a utilizzare il carcere come risposta quasi automatica alle paure sociali, ogni nuovo posto rischia di essere riempito prima ancora di essere inaugurato.

Serve edilizia penitenziaria, certamente, soprattutto per chiudere o ristrutturare istituti indegni.

Ma servono anche misure alternative per chi possiede i requisiti, comunità terapeutiche, lavoro esterno, affidamento ai servizi sociali, giustizia riparativa, personale educativo, psicologi, psichiatri, magistrati di sorveglianza e agenti di polizia penitenziaria in numero sufficiente.

Perché il sovraffollamento punisce anche loro.

Un agente costretto a lavorare in un istituto che ospita il doppio delle persone previste non è più sicuro perché ci sono più detenuti dietro le sbarre. È meno sicuro.

Ed è forse questo il paradosso più grande della retorica securitaria. Una prigione sovraffollata non produce maggiore sicurezza. Produce tensione. E la tensione prima o poi presenta il conto.

Nel 2013 l’Italia fu condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Torreggiani, proprio per le condizioni di sovraffollamento delle proprie carceri.

Tredici anni dopo siamo tornati vicino a quei numeri. Dovrebbe bastare questo.

Invece ogni estate riscopriamo le carceri perché qualcuno muore, perché esplode una protesta, perché arriva Ferragosto e qualche parlamentare decide di visitare un istituto.

Poi settembre raffredda le celle. E con le celle sembra raffreddarsi anche la nostra coscienza. Fino all’estate successiva. Forse dovremmo smettere di domandarci se i detenuti meritino pietà. È la domanda sbagliata. La domanda giusta è un’altra: che cosa merita una democrazia?

Una democrazia merita prigioni nelle quali la legge venga applicata senza trasformarsi in umiliazione. Merita agenti che possano lavorare senza essere lasciati soli. Merita pene certe, ma anche pene umane. Merita luoghi dai quali un uomo possa uscire diverso da come è entrato, possibilmente migliore e non peggiore.

Perché la civiltà giuridica non si misura dal modo in cui trattiamo gli innocenti. Quello è facile. Si misura dal modo in cui scegliamo di trattare chi ha sbagliato.

E quando fuori ci sono quaranta gradi e dentro una cella ce ne sono ancora di più, quell’articolo 27 della Costituzione smette di essere una frase stampata sulla carta.

Diventa una domanda rivolta a ciascuno di noi: quanta umanità siamo disposti a concedere a chi abbiamo deciso di non vedere?

Il sovraffollamento non riguarda soltanto i detenuti: investe agenti, educatori, medici e l’intero sistema della sicurezza. Il carcere deve privare della libertà, non della dignità. Se la pena diventa caldo insopportabile, promiscuità e abbandono, a essere condannato non è soltanto chi sta dietro le sbarre: è l’articolo 27 della Costituzione.