Dialogo con Luciano Vasapollo dall’Avana: aiuti umanitari, sovranità e il futuro di un’isola che continua a disturbare gli equilibri del potere

Intervista di Alfonso Bruno

Il professor Luciano Vasapollo è in questo momento a Cuba. Accanto agli incontri con economisti, studiosi, intellettuali e istituzioni dell’isola, è impegnato nel coordinamento e nella distribuzione di aiuti umanitari destinati a una popolazione che attraversa una situazione estremamente difficile. Nel suo resoconto parla di lunghe interruzioni dell’energia elettrica, difficoltà nei trasporti e nella produzione alimentare, forti rincari dei beni importati e problemi che inevitabilmente si riflettono sulla vita quotidiana delle famiglie. Lo contattiamo dall’Italia mentre sul futuro dell’isola torna ad allungarsi anche l’ombra della geopolitica. la Repubblica ha riferito di un progetto attribuito alla CIA che starebbe valutando possibili figure capaci di assumere un ruolo centrale in una futura transizione politica cubana. È una notizia che solleva interrogativi enormi non soltanto sulla politica americana verso l’isola, ma sul principio stesso dell’autodeterminazione dei popoli. Da giornalista cattolico e francescano vorrei però partire da un punto ancora più elementare: prima delle strategie, prima delle ideologie, prima degli schieramenti, c’è l’uomo.

Alfonso Bruno: Professore, lei è a Cuba proprio in queste ore e sta partecipando anche alla distribuzione degli aiuti umanitari. Quando si passa dalle analisi economiche alle persone concrete, che cosa cambia?

Luciano Vasapollo: Cambia tutto. Una cosa è parlare dall’Europa di crisi energetica, di blocco, di problemi economici. Un’altra è vedere le conseguenze sulla vita quotidiana. Qui la mancanza di corrente elettrica non è un dato statistico: significa difficoltà nel conservare gli alimenti, nel lavorare, nel muoversi, nel garantire servizi. Quando distribuisci un aiuto hai davanti una persona, una madre, un anziano, una famiglia. Ed è allora che comprendi che ogni scelta geopolitica ha una ricaduta umana.

Alfonso Bruno: Da francescano mi viene spontaneo dirle che dietro ogni teoria economica esiste sempre una carne che soffre. A pagare il prezzo delle grandi strategie non sono mai le astrazioni.

Luciano Vasapollo: È esattamente questo il problema. Quando una pressione economica colpisce un Paese, non colpisce un’entità astratta chiamata Stato. Colpisce le persone. Se aumenta il prezzo dell’olio, se diventa difficile reperire un medicinale, se manca l’energia, la conseguenza arriva dentro una casa. E io penso che questo debba obbligare tutti, indipendentemente dalle opinioni politiche, a porre una domanda morale.

Alfonso Bruno: Quale domanda?

Luciano Vasapollo: Se sia accettabile utilizzare la sofferenza economica di una popolazione come strumento per ottenere un cambiamento politico. Si può criticare un governo, si possono contestare le sue scelte, si possono chiedere riforme, ma quando entrano in gioco il cibo, l’energia, i medicinali e la salute, non siamo più davanti soltanto a una controversia diplomatica. Entriamo nel campo della dignità umana.

Alfonso Bruno: Eppure bisogna evitare anche il rischio opposto. Non si può attribuire ogni problema cubano esclusivamente alle pressioni esterne.

Luciano Vasapollo: Certamente no. Sarebbe un errore. Cuba ha anche problemi propri, inefficienze, rigidità, difficoltà produttive e organizzative. Negli incontri con gli economisti cubani si parla proprio della necessità di riformare alcuni meccanismi e di migliorare la capacità produttiva. Difendere il diritto di Cuba all’autodeterminazione non significa affermare che tutto ciò che avviene sull’isola sia perfetto. Sarebbe intellettualmente disonesto. Ma riconoscere le responsabilità interne non significa cancellare quelle esterne.

Alfonso Bruno: Professore, arriviamo allora alla notizia che sta facendo discutere. la Repubblica ha riferito di un progetto della CIA orientato a individuare possibili figure in grado di guidare una futura transizione politica a Cuba. Nel suo messaggio a me lei ha usato un’espressione molto dura: ha parlato della possibilità di mettere una “testa di legno” al governo dell’isola. Che cosa pensa di questa prospettiva?

Luciano Vasapollo: Penso che il problema fondamentale sia molto semplice: chi deve decidere il futuro di Cuba? La risposta dovrebbe essere evidente. I cubani. Non Washington, non la CIA e non una potenza straniera. Cuba può cambiare, può riformarsi, può discutere del proprio futuro, ma deve farlo attraverso il proprio popolo. Pensare di individuare dall’esterno la persona adatta a guidare un altro Paese significa mettere in discussione il principio stesso della sovranità.

Alfonso Bruno: Lei sostiene che un progetto del genere troverebbe una fortissima resistenza.

Luciano Vasapollo: Certamente. Cuba non è un Paese senza memoria. Qui esiste una coscienza nazionale profondissima. Si possono avere giudizi diversi sulla rivoluzione, su Fidel Castro o sull’attuale governo, ma pensare di sostituire dall’esterno la guida politica di un Paese che ha costruito la propria identità proprio attorno al tema dell’indipendenza significa non comprendere la storia cubana. Una soluzione percepita come imposta dall’estero incontrerebbe inevitabilmente una resistenza molto forte.

Alfonso Bruno: Ma perché Cuba continua a dare così fastidio? Non è certo una minaccia militare per gli Stati Uniti.

Luciano Vasapollo: Io penso che il problema sia soprattutto simbolico, economico e politico. Cuba rappresenta l’idea che il neoliberismo non sia l’unico modello possibile. Con tutti i suoi limiti e tutte le sue contraddizioni, continua ad affermare che la sanità non debba essere considerata semplicemente una merce, che l’istruzione debba essere accessibile, che la formazione scientifica sia un investimento collettivo e che il valore di una società non possa essere misurato soltanto dalla quantità di beni consumati.

Alfonso Bruno: In altre parole, Cuba dà fastidio non perché rappresenti un sistema perfetto, ma perché continua a contestare l’idea che il turbocapitalismo sia una legge naturale.

Luciano Vasapollo: Sì, è questo il punto. Non sto dicendo che Cuba debba essere copiata. Sarebbe assurdo. Sto dicendo che continua a testimoniare la possibilità di pensare un’economia nella quale il mercato non sia il criterio assoluto. Il mercato può essere uno strumento, ma non può diventare il fine ultimo della società. L’economia dovrebbe servire l’uomo.

Alfonso Bruno: E qui, mi permetta, un economista critico e un francescano possono davvero incontrarsi. San Francesco non scriveva trattati di economia, ma comprese con una forza impressionante che quando il denaro diventa assoluto il fratello rischia di scomparire.

Luciano Vasapollo: È un terreno di incontro molto importante. Il problema non è confondere tradizioni diverse. Il problema è riconoscere che esiste una critica comune a un’economia che tende a trasformare tutto in merce. Quando la salute diventa soltanto mercato, quando la casa diventa soltanto un investimento finanziario, quando il cibo diventa soprattutto occasione di speculazione, l’uomo rischia di essere ridotto a una variabile del profitto.

Alfonso Bruno: Questa prospettiva è molto vicina anche alla Dottrina sociale della Chiesa. La Chiesa non demonizza il mercato o la proprietà privata, ma ricorda che ogni realtà economica deve restare subordinata alla dignità della persona e al bene comune.

Luciano Vasapollo: Esattamente. E credo che su questo si possa costruire un dialogo molto ampio. La domanda fondamentale dovrebbe sempre essere se un modello economico migliora davvero la vita delle persone. Se aumentano i profitti ma una parte della popolazione non riesce a curarsi, abbiamo un problema. Se cresce il PIL ma cresce anche la disperazione sociale, non possiamo limitarci a dire che l’economia va bene.

Alfonso Bruno: Torniamo a Cuba. Lei in questi giorni sta incontrando anche economisti, intellettuali, ricercatori. Che cosa emerge da questa esperienza?

Luciano Vasapollo: Emerge una Cuba che pensa. Nonostante le difficoltà materiali, qui si continua a studiare, a organizzare incontri, a pubblicare libri, a discutere di economia e di futuro. Abbiamo avuto confronti con studiosi del Centro Fidel Castro, del Centro Martí, con economisti dell’ANEC e con intellettuali e operatori culturali. Questo mi colpisce molto perché significa che un Paese può essere povero di risorse senza rinunciare a essere ricco di pensiero.

Alfonso Bruno: È forse questo uno degli aspetti più sorprendenti. Manca la corrente e contemporaneamente si organizzano congressi e iniziative culturali.

Luciano Vasapollo: Sì, e non è un dettaglio. Vuol dire che non si vuole ridurre l’uomo soltanto alla sopravvivenza materiale. Certamente il pane è indispensabile, ma l’uomo ha bisogno anche di cultura, memoria, conoscenza e speranza. Continuare a produrre cultura durante una crisi è anche una forma di resistenza.

Alfonso Bruno: Le vorrei porre una domanda volutamente scomoda. Se gli Stati Uniti affermano che questa pressione serve a favorire un cambiamento democratico, che cosa risponde?

Luciano Vasapollo: Che la democrazia non si costruisce togliendo il pane. Non si costruisce spegnendo le luci. Non si costruisce esasperando una popolazione fino al punto che accetti qualunque soluzione. Se si vuole discutere di diritti e di riforme, si discuta. Ma la sofferenza economica non può diventare uno strumento di educazione politica.

Alfonso Bruno: E un cristiano qui non può evitare il riferimento evangelico. Il Samaritano non chiede al ferito quale parte politica sostenga prima di curarlo.

Luciano Vasapollo: Esatto. È una delle lezioni più universali che possiamo trarre. Possiamo avere idee molto diverse su Cuba, ma la compassione non può essere subordinata alla politica. Se una famiglia ha bisogno, la si aiuta. Se un bambino soffre, lo si aiuta. Se un anziano ha bisogno di medicine, lo si aiuta. Poi discuteremo di tutto il resto.

Alfonso Bruno: Mentre coordina la distribuzione degli aiuti, che cosa la colpisce maggiormente delle persone?

Luciano Vasapollo: La dignità. Il popolo cubano non vuole essere compatito. Ha bisogno di solidarietà, certo, ma non di pietismo. Quello che incontri è un popolo orgoglioso, che conosce la propria storia e non vuole essere trattato come un popolo incapace di decidere per sé.

Alfonso Bruno: Quindi la solidarietà non dovrebbe dire “poveri cubani”, ma “fratelli cubani”.

Luciano Vasapollo: È una distinzione molto importante. La pietà può guardare dall’alto, la fraternità invece guarda negli occhi. La solidarietà internazionale dovrebbe essere questo: un rapporto tra persone e tra popoli che si riconoscono reciprocamente nella stessa dignità.

Alfonso Bruno: Se lei potesse rivolgersi direttamente a chi negli Stati Uniti sta pensando a una futura leadership cubana, che cosa direbbe?

Luciano Vasapollo: Direi una cosa semplice: lasciate che siano i cubani a scegliere chi deve guidare Cuba. Criticate, negoziate, proponete, ma non pretendete di decidere dall’esterno. La sovranità non può valere soltanto per le grandi potenze. O vale per tutti oppure non è più un principio, diventa un privilegio.

Alfonso Bruno: E a Donald Trump?

Luciano Vasapollo: Gli direi che una grande nazione non diventa più grande mettendo in ginocchio una nazione più piccola. La vera forza è la capacità di dialogare. Cuba e Stati Uniti potrebbero trasformare decenni di ostilità in una relazione diversa. Ma serve il coraggio di abbandonare la logica dell’imposizione.

Alfonso Bruno: E alla Chiesa?

Luciano Vasapollo: Alla Chiesa chiederei di continuare a fare ciò che dovrebbe sempre fare: stare dalla parte dell’uomo. Essere ponte, non muro. Difendere la pace senza diventare strumento di uno schieramento. Difendere i poveri senza chiedere loro una tessera politica. Tenere aperto uno spazio di dialogo quando gli altri lo chiudono.

Alfonso Bruno: Da francescano aggiungerei che Francesco d’Assisi, nel mezzo delle Crociate, attraversò disarmato il fronte per incontrare il Sultano. Non perché fosse indifferente alla verità, ma perché riconosceva nell’altro un uomo prima ancora che un avversario.

Luciano Vasapollo: Ed è esattamente il tipo di principio di cui oggi abbiamo bisogno. L’altro non può essere ridotto a una bandiera o a un sistema politico. Dietro ogni decisione internazionale ci sono persone. E se perdiamo di vista questo, perdiamo il senso stesso della politica.

Alfonso Bruno: Torno allora alla domanda iniziale. Cuba dà fastidio?

Luciano Vasapollo: Sì, penso che Cuba dia fastidio. Non perché sia perfetta e non perché rappresenti un modello da riprodurre meccanicamente. Dà fastidio perché continua ad affermare che il neoliberismo e il turbocapitalismo non sono il destino inevitabile dell’umanità. Continua a dire che l’ospedale non deve essere necessariamente un supermercato, che l’istruzione può essere considerata un diritto e che una società può provare a mettere alcuni beni fondamentali al riparo dalla logica del profitto.

Alfonso Bruno: Ed è forse proprio questa la ragione per cui la vicenda cubana supera Cuba. Perché pone una domanda anche a noi: vogliamo davvero vivere in un mondo nel quale tutto ha un prezzo?

Luciano Vasapollo: Questa è la grande questione. Un’economia che non riconosce limiti rischia di divorare la società. Per questo Cuba, con tutte le sue contraddizioni, continua a rappresentare un’interrogazione. Non offre una risposta perfetta, ma mantiene aperta la domanda sull’esistenza di un’alternativa.

Alfonso Bruno: Un’ultima domanda, professore. Lei è lì, vede la gente, distribuisce aiuti, incontra famiglie e istituzioni. Se dovesse sintetizzare in poche parole ciò che il popolo cubano chiede oggi al mondo, che cosa direbbe?

Luciano Vasapollo: Direi che Cuba chiede di poter respirare. Non chiede che il mondo la consideri perfetta e non chiede che tutti condividano la sua storia. Chiede di poter discutere il proprio futuro senza essere soffocata dall’esterno. Chiede solidarietà, non pietismo. Chiede rispetto. E soprattutto chiede che il destino dei cubani sia deciso dai cubani.

Alfonso Bruno: Ed è forse qui che il giornalista deve lasciare per un momento spazio al francescano. Perché si può criticare un governo, discutere un modello economico, contestare una scelta politica. Ma quando davanti a noi compare il volto di una madre, di un anziano, di un malato, di un bambino, la domanda cambia. Non è più: “da che parte stai?”. Diventa quella antica e terribile domanda biblica: “dov’è tuo fratello?”. E forse oggi, davanti a Cuba, è proprio questa la domanda che nessuna geopolitica dovrebbe riuscire a mettere a tacere.


Per approfondire:

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Disponibile anche in spagnolo.