La Germania, inseguita dall’AfD, torna a trasferire richiedenti asilo verso l’Italia. E mentre Roma aveva trasformato Ceuta in un’emergenza nazionale fino a sospendere Schengen con la Spagna, la politica della paura presenta il conto. Quando i governi moderati inseguono l’estrema destra, alla fine non governano più le migrazioni: ne diventano ostaggi.
Dante avrebbe probabilmente apprezzato l’ironia della pena. Giorgia Meloni chiude le frontiere interne con la Spagna per difendere l’Italia dai migranti di Ceuta che, nella loro stragrande maggioranza, dall’Africa non sono neppure arrivati nell’Europa continentale; pochi giorni dopo la Germania annuncia che comincerà a rimandare in Italia richiedenti asilo passati dal nostro Paese prima di raggiungere il territorio tedesco. Il sovranismo scopre così il suo contrappasso: quando tutti difendono soltanto il proprio confine, prima o poi il confine degli altri viene chiuso contro di te.
Il primo caso annunciato ha già un volto. Abdirisaq Warsame ha 22 anni, viene dalla Somalia, è arrivata in Germania la scorsa primavera e il 19 agosto dovrebbe essere trasferita in Italia. Secondo le regole europee sulla responsabilità per l’esame delle domande di protezione, Berlino ritiene competente il nostro Paese perché l’Italia è stata il suo primo approdo europeo. Dopo anni nei quali i trasferimenti verso Roma erano rimasti pressoché paralizzati, la Germania vuole dunque tornare ad applicare il sistema con maggiore rigore. Nel 2025 Berlino e Roma avevano già concordato la ripresa dei trasferimenti e, dal 12 giugno di quest’anno, il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo è entrato pienamente in applicazione.
La ragazza somala non è dunque una clandestina espulsa dall’Europa verso l’Africa. È una richiedente asilo che viene trasferita da uno Stato membro a un altro affinché sia individuato il Paese responsabile della sua procedura. La distinzione non è una pedanteria giuridica: è tutto. Il diritto di chiedere protezione resta intatto anche con le nuove regole europee.
E qui comincia il piccolo capolavoro politico.
Perché fino a ieri il governo italiano spiegava agli italiani che bisognava sospendere Schengen con la Spagna davanti al rischio rappresentato dalla crisi di Ceuta. Una crisi reale e tragica, certo, ma verificatasi in un’exclave spagnola sul continente africano, dalla quale secondo Madrid circa 70 mila delle 72 mila persone entrate erano già tornate in Marocco. Ceuta, peraltro, non appartiene neppure allo spazio Schengen.
Roma aveva tuttavia scelto la linea muscolare. Controlli, tensione diplomatica, scontro con Pedro Sánchez, disagi per chi dall’Italia viaggiava verso la Spagna. Tutto in nome del rischio migratorio.
Ora la domanda arriva da nord, non da sud.
Che cosa farà l’Italia quando la Germania dirà: questi richiedenti asilo sono passati da voi, dunque secondo le regole europee ve ne dovete occupare voi?
Chiuderemo Schengen anche con la Germania? Controlleremo gli aerei da Francoforte? Accuseremo Friedrich Merz di volerci invadere di migranti?
Oppure scopriremo improvvisamente che le regole europee sono una cosa seria e che la cooperazione tra Stati è preferibile alle guerre di frontiera?
Il contrappasso è quasi troppo perfetto.
Per anni una certa destra europea ha spiegato che ogni Paese deve difendere anzitutto se stesso. L’Italia dagli sbarchi. La Germania dai movimenti secondari. L’Austria dal Brennero. La Francia da Ventimiglia. La Spagna dalle frontiere africane. Tutti sovrani, tutti forti, tutti barricati. Finché ci si accorge che se ciascuno applica fino in fondo il principio “prima i nostri”, qualcuno finisce inevitabilmente per essere “gli altri”.
Questa è la contraddizione che il sovranismo non riesce mai a risolvere: può funzionare come slogan nazionale, molto meno come sistema continentale.
E infatti Berlino non sta agendo nel vuoto politico. La Germania è attraversata da una pressione crescente dell’estrema destra. Alternative für Deutschland continua a crescere nei sondaggi; già prima, la giustizia tedesca aveva confermato la legittimità della sorveglianza dell’AfD come formazione sospettata di perseguire obiettivi dell’estremismo di destra. Definirla semplicemente “neonazista” sarebbe giornalisticamente troppo sommario per una formazione complessa e sottoposta a dispute giudiziarie, ma fingere che attorno all’AfD non esista un problema radicale con settori dell’estremismo nazionalista tedesco sarebbe altrettanto falso.
Il problema, tuttavia, non è soltanto l’AfD.
Il problema sono i partiti democratici che cominciano a ragionare come l’AfD nella speranza di sottrarle elettori.
È una delle grandi illusioni della politica europea contemporanea. La destra radicale alza la posta sull’immigrazione; il centrodestra la insegue; la destra radicale alza ancora la posta; il centrodestra rincorre di nuovo. Alla fine l’estrema destra non viene neutralizzata: viene certificata come colei che aveva posto la domanda giusta fin dall’inizio.
La Germania ne offre oggi un esempio inquietante. Ma sarebbe molto comodo, soprattutto dall’Italia, indicare Berlino col dito senza guardarsi allo specchio.
Perché anche Giorgia Meloni possiede ormai la propria AfD domestica. Si chiama Futuro Nazionale.
Roberto Vannacci ha lanciato il suo partito nel 2026 collocandosi dichiaratamente più a destra del governo Meloni. Reuters lo descrive come una formazione di estrema destra che punta su una riduzione drastica dell’immigrazione, euroscetticismo e nazionalismo, e che nei sondaggi ha raggiunto percentuali sufficienti a creare un problema politico alla coalizione di governo.
Ed ecco che il meccanismo tedesco rischia di replicarsi perfettamente a Roma.
Se Vannacci dice cento, bisogna dire centodieci. Se vuole chiudere, bisogna chiudere prima. Se parla di invasione, bisogna dimostrare che l’invasione è già cominciata.
Se pretende frontiere blindate, bisogna trovare una frontiera da blindare, anche quando il problema si trova a migliaia di chilometri dalla frontiera italiana.
Ceuta è stata quasi il paradigma di questa febbre.
Una crisi esplode tra Marocco e territorio spagnolo in Africa. L’Italia, che non è il Paese di arrivo, non è il Paese confinante e non è la destinazione immediata di quelle decine di migliaia di persone, reagisce come se si stesse preparando lo sbarco sulle coste laziali.
Poi la Germania, Paese nel quale molti migranti arrivati attraverso l’Italia desideravano effettivamente vivere, decide di applicare le regole e di rimandarli nel nostro Paese.
E allora il sovranismo incontra la geometria. Il problema delle frontiere è che hanno due lati. Quando ne chiudi una per tenere fuori gli altri, qualcun altro può chiuderne una per rimandarteli indietro. È difficile immaginare un contrappasso più dantesco. C’è poi un’altra questione, moralmente ben più seria della commedia politica.
Abdirisaq Warsame viene dalla Somalia. Il fatto che sia riuscita ad arrivare fino in Germania non significa, da solo, che abbia già dimostrato il diritto allo status di rifugiata. Saranno le autorità competenti a valutare il fondamento della sua richiesta. Ma significa certamente che non può essere trattata semplicemente come un pacco postale che Berlino rispedisce a Roma e Roma, magari, vorrebbe spedire altrove.
Il diritto d’asilo non è una concessione ideologica della sinistra.
È un principio fondamentale della civiltà europea.
È il diritto di una persona che sostiene di fuggire da persecuzioni o da condizioni previste dalla normativa internazionale ed europea a vedere esaminata seriamente la propria domanda. Il nuovo sistema europeo non lo cancella: la stessa Germania, presentando la riforma, precisa che il diritto a chiedere asilo rimane garantito.
Questo dovrebbe interessare particolarmente chi continua a definire l’Europa attraverso le sue radici cristiane.
Perché è singolare invocare continuamente quelle radici e poi comportarsi come se la parabola del buon samaritano contenesse una postilla sulle competenze territoriali.
Il cristianesimo non ordina allo Stato di concedere automaticamente il permesso di soggiorno a chiunque attraversi una frontiera. Sarebbe una caricatura della dottrina sociale. Chiede però che la persona venga prima della propaganda, che il diritto venga prima del sondaggio, che il profugo non sia ridotto a materiale elettorale.
Una richiedente asilo somala non diventa meno persona perché attraversa Lampedusa, sale verso la Germania e poi viene riportata in Italia.
E non diventa più o meno degna a seconda del governo che vuole liberarsene.
È precisamente questo il punto nel quale la politica delle estreme destre avvelena progressivamente anche i partiti che estremisti non sono.
Li costringe a dimostrare continuamente di essere abbastanza duri.
La CDU teme l’AfD e irrigidisce la politica migratoria. Meloni vede crescere alla propria destra Futuro Nazionale e deve evitare di apparire debole. In altri Paesi il medesimo schema produce varianti dello stesso linguaggio.
Alla fine non sono necessariamente le estreme destre a governare.
È peggio.
Governano le loro paure.
I governi diventano ostaggi dei sondaggi, e il migrante diventa la moneta con cui pagare il riscatto.
C’è poi l’Albania, il grande convitato di pietra della fantasia italiana sulla migrazione. I centri costruiti dal governo Meloni sono stati per lungo tempo quasi vuoti, bloccati da controversie giudiziarie e successivamente ripensati anche come strutture per persone destinatarie di provvedimenti di rimpatrio. Nel 2026 il nuovo quadro europeo ha riaperto alcune possibilità operative, ma questo non significa che un richiedente asilo trasferito dalla Germania possa essere semplicemente caricato su un aereo e depositato a Gjader come se il trasferimento Dublino autorizzasse automaticamente una seconda deportazione extraterritoriale. La responsabilità italiana resta sottoposta alle garanzie del diritto europeo e della protezione internazionale.
Ed è qui che la propaganda incontra sempre il suo nemico peggiore: la realtà. La realtà è complicata.
Distingue richiedenti asilo e migranti economici, irregolari e rifugiati, Paese di primo ingresso e Paese di destinazione, trasferimento europeo e rimpatrio verso il Paese d’origine.
La propaganda invece ha una sola parola: clandestino. Poi arriva il diritto e scopre che non tutti sono clandestini. Arriva la geografia e scopre che Ceuta sta in Africa. Arriva Berlino e scopre che anche gli altri governi possono invocare la sovranità nazionale. Arriva l’Europa e ricorda che il sistema funziona soltanto se gli Stati collaborano. E arriva infine quella ragazza di ventidue anni, con una biografia che nessuno slogan riesce a contenere.
È forse questo il più grande fallimento politico della stagione sovranista europea: aver promesso confini semplici in un mondo nel quale le frontiere sono inevitabilmente interdipendenti.
L’Italia ha bisogno della Germania perché assorbe lavoro, commercio, mobilità e anche una parte dei movimenti migratori secondari. La Germania ha bisogno dell’Italia perché è frontiera esterna dell’Unione. Entrambe hanno bisogno della Spagna, della Grecia e degli altri Stati mediterranei. I Paesi di frontiera hanno bisogno della solidarietà degli Stati del Nord e questi ultimi hanno bisogno che le frontiere esterne funzionino.
Nessuno si salva da solo. Detto in termini politici è europeismo. Detto in termini cristiani è qualcosa di ancora più antico: siamo responsabili gli uni degli altri. Meloni avrebbe forse dovuto ricordarsene prima di trasformare Ceuta in una guerra personale contro Sánchez.
Merz dovrebbe ricordarsene mentre guarda i sondaggi dell’AfD. E il centrodestra italiano dovrebbe ricordarsene prima di inseguire Vannacci sul terreno sul quale Vannacci non potrà che chiedere sempre qualcosa di più radicale.
Perché la storia delle destre moderate che imitano quelle estreme contiene quasi sempre lo stesso finale: gli elettori, quando vogliono l’originale, difficilmente scelgono la copia.
E nel frattempo resta il contrappasso. Abbiamo chiuso una frontiera agli italiani per paura che dalla Spagna arrivassero migranti che non stavano arrivando. Adesso la Germania vuole mandarci migranti che dall’Italia sono arrivati davvero in Germania. A Roma non resta che decidere. Può gridare ancora più forte. Può aprire un’altra crisi europea. Può cercare un’altra frontiera da chiudere.
Oppure può finalmente ammettere ciò che la geografia, il diritto e perfino Dante sembrano suggerire: prima o poi, in Europa, la frontiera che chiudi agli altri diventa la frontiera che qualcuno chiude davanti a te.
Mentre Berlino, sotto la pressione crescente dell’estrema destra, prepara la ripresa dei trasferimenti di richiedenti asilo verso l’Italia, il governo Meloni raccoglie il paradossale frutto della propria politica delle frontiere. Dopo avere trasformato Ceuta in un’emergenza italiana fino allo scontro con Madrid, Roma scopre che anche gli altri Stati possono applicare rigidamente la logica del “prima noi”. È il contrappasso delle destre europee: inseguendo AfD e Futuro Nazionale, i governi rischiano di diventare ostaggi dell’estremismo che vorrebbero contenere. E a pagare restano migranti e cittadini.
