Un lettore scrive: «Non ho mai sentito di elezioni libere a Cuba». Una risposta lunga, appassionata, a tratti scomoda. Nel mezzo, una questione che riguarda tutti noi: sappiamo davvero cosa intendiamo quando diciamo democrazia?

C’è un tipo di domanda che sembra retorica e non lo è. «Non ho mai sentito di elezioni libere a Cuba» è una di queste. Formulata così, suona come una sentenza. Ma nasconde, a ben guardare, una lacuna che non riguarda solo Cuba: riguarda il concetto stesso di libertà e di democrazia che chi la pone — e chi la ascolta senza obiettare — dà per scontato. Vale la pena fermarsi, non per difendere nessun governo, ma per rimettere in discussione alcune certezze che circolano troppo comodamente.

Cominciamo dalla parola più abusata del vocabolario politico contemporaneo: democrazia. Nel senso che l’Occidente ha eletto a misura universale, democrazia significa elezioni periodiche, pluralismo di partiti, libertà di stampa, separazione dei poteri. È un modello storicamente determinato, nato in condizioni storicamente determinate, e non privo di contraddizioni interne che chiunque osservi con onestà intellettuale non può ignorare. In Italia, in Francia, negli Stati Uniti, l’astensionismo supera ormai strutturalmente il cinquanta per cento. I ceti più poveri, le periferie urbane, i lavoratori precari disertano le urne in proporzioni che rendono sempre più difficile parlare di mandato popolare reale. I programmi economici dei partiti — di destra come di sinistra — convergono su privatizzazioni, riduzione della spesa sociale, primato del mercato. La scelta, nella cabina elettorale, è spesso tra varianti della stessa ricetta.

Questo non significa che quella democrazia sia priva di valore. Significa che non è l’unica forma possibile di partecipazione politica, e che farne il metro assoluto con cui giudicare ogni altro sistema rivela più un atto di fede che un ragionamento.

Cuba pratica una forma di democrazia che l’Occidente fatica anche solo a descrivere, perché non dispone delle categorie per farlo. Oltre otto milioni di abitanti su dieci partecipano ai Comitati di Difesa della Rivoluzione: strutture di base attraverso cui si discutono e si votano le decisioni che riguardano il quartiere, la scuola, l’ospedale, la fabbrica. I rappresentanti vengono eletti per gradi ascendenti, dal quartiere alla circoscrizione, al municipio, alla provincia, fino al livello nazionale: si presentano candidati di popolo, scelti dalle assemblee di base. Si può discutere se questo sistema funzioni bene o male nella pratica, se produca o no spazi reali di dissenso, se le libertà individuali siano sufficientemente tutelate. Ma liquidarlo con la formula «non ci sono elezioni libere» significa semplicemente non sapere di cosa si sta parlando.

Poi c’è la questione che sovrasta tutto il resto e che, stranamente, continua a essere rimossa dal centro del dibattito. Cuba non è un paese che sta attraversando difficoltà economiche perché ha scelto un modello sbagliato. È un paese che da sessantasette anni vive sotto un assedio che non ha precedenti nella storia moderna. Non un embargo — la distinzione è cruciale e troppo spesso ignorata. Un blocco extraterritoriale che punisce chiunque nel mondo intrattenga relazioni economiche con l’isola. E che da gennaio di quest’anno si è esteso alla dimensione energetica: navi statunitensi che impediscono l’ingresso di combustibile, con conseguenze che non sono astrazioni statistiche ma bambini che non possono essere operati perché le sale operatorie non hanno corrente, pompe dell’acqua ferme, catene del freddo interrotte, antibiotici che non arrivano.

Chiamare questo «embargo» è già una forma di minimizzazione. Chiamarlo semplicemente «la politica di Washington verso Cuba» è un eufemismo che dovrebbe far arrossire chiunque usi le parole con cura. Se si applicasse lo stesso sistema di pressione all’Italia — blocco finanziario, energetico, commerciale, con sanzioni a chiunque osi commerciare con Roma — il dibattito pubblico occidentale non esiterebbe a chiamarlo con il suo nome: crimine contro l’umanità. Applicato a Cuba, diventa una misura di promozione della democrazia.

C’è infine la questione dei cosiddetti prigionieri politici, che torna ciclicamente nei comunicati di Washington e nelle colonne dei giornali allineati. Vale la pena notare che ogni loro scarcerazione — spesso mediata dalla Chiesa cattolica, dalla Comunità di Sant’Egidio, da reti di solidarietà internazionale — viene presentata come una concessione strappata alla tirannide, mai come il risultato di un dialogo paziente tra attori che si rispettano. E vale la pena ricordare che in sessantasette anni di rivoluzione questo dialogo non si è mai interrotto del tutto: i sacerdoti vanno a Cuba, i medici cubani vanno in Calabria e in Piemonte, la solidarietà circola in entrambe le direzioni. Questo non è il profilo di uno Stato che ha paura del mondo. È il profilo di uno Stato che il mondo cerca sistematicamente di isolare.

Il lettore che ha scritto «non vedo l’ora di leggere il vostro saggio intervista» merita rispetto: la sua è una domanda in buona fede, figlia di un’informazione che su Cuba è strutturalmente carente e strutturalmente orientata. Ma la buona fede non basta, quando la posta in gioco è la vita concreta di undici milioni di persone. Prima di giudicare un modello, bisogna avere l’onestà di separare ciò che quel modello produce da ciò che gli viene inflitto dall’esterno. È un esercizio elementare di correttezza intellettuale. Ed è, stranamente, uno degli esercizi più rari nel dibattito pubblico contemporaneo.

Sessantasette anni di blocco non sono una variabile indipendente. Sono la variabile principale. Tutto il resto è commento.

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