Al Bernabéu, Leone XIV insegna alla Chiesa di Madrid l’arte della polifonia. E all’Europa che la verità è sinfonica.

Ci vuole un certo coraggio, o una certa grazia, per aprire un discorso teologico con una metafora calcistica nel tempio del calcio mondiale. Leone XIV lo ha fatto lunedì sera al Santiago Bernabéu davanti alla comunità diocesana di Madrid, e lo ha fatto con la naturalezza di chi sa che il Vangelo non teme i campi di gara. «Immagino che per un calciatore fare un gol in questo stadio sia qualcosa che lascia un segno nella vita», ha detto rivolgendosi all’arcivescovo Don José. «Ma oggi la Chiesa di Madrid ha segnato un supergol per sempre.» L’ironia affettuosa era quella di un pastore che non si prende troppo sul serio, pur sapendo benissimo ciò che dice.

Il supergol, nella teologia implicita del discorso, non è l’evento spettacolare e irripetibile. È la gioia stabile, il «modo d’essere» che trasforma un’emozione passeggera in fondamento permanente. L’Evangelii gaudium — il titolo dell’esortazione apostolica di Francesco che Leone XIV richiama esplicitamente, quasi passando il testimone nella continuità del magistero — è appunto questo: non la felicità di circostanza, ma la gioia come struttura dell’esistenza cristiana. Comandata, quasi. «Gli Apostoli», ricorda il Papa, «invitano così spesso le Chiese alla gioia, raccomandola quasi come un comandamento.»

Ma il cuore del discorso è altrove, ed è più esigente. Leone XIV ha introdotto una categoria estetica per dire una cosa profondamente ecclesiologica: la polifonia. La Chiesa di Madrid, dice, sta «imparando l’arte della polifonia, cioè della diversità nell’unità». Non l’unisono — che è uniformità, non comunione — né la cacofonia di voci che non si ascoltano. Ma la polifonia, dove ogni voce mantiene la propria linea melodica e tuttavia concorre a un suono che nessuna voce da sola potrebbe produrre. È un’immagine antica — la usava già Bonhoeffer, e prima di lui la tradizione monastica medievale — ma nelle bocche di un papa che cita Neemia, San Paolo e l’Evangelii gaudium nello stesso discorso, essa acquista una densità tutta sua.

Il contrario della polifonia, nel racconto biblico, è Babele: il progetto totalitario e solamente umano dove, come scrive Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas che cita testualmente, gli uomini «finirono col non capire più il proprio vicino». Babele non è il pluralismo — è il pluralismo senza ascolto, la diversità senza desiderio di incontro, la molteplicità che si chiude in sé stessa. Le grandi città europee, Madrid in testa, conoscono questo rischio meglio di qualunque altro luogo: milioni di voci che coabitano senza mai diventare coro.

La risposta non è la riduzione al minimo comune denominatore, né la nostalgia di un’unica melodia condivisa da tutti. È qualcosa di più difficile e più bello: «la verità è sinfonica e sempre ci supera», dice il Papa. Frase densa, quasi barthiana nella sua eco — Hans Urs von Balthasar aveva intitolato un suo celebre saggio proprio La verità è sinfonica — che afferma al tempo stesso l’esistenza di una verità e la sua eccedenza rispetto a qualunque formulazione umana. La verità non è possesso di nessuno; la si raggiunge insieme o non la si raggiunge affatto.

È su questo sfondo che va letto l’appello al discernimento comunitario, ai consigli parrocchiali e diocesani sottratti alla «routine burocratica», ai presbiteri invitati a «fermarsi col loro popolo a interpretare la vita dei quartieri». Non è sociologia pastorale. È cristologia applicata: il Risorto «è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato». Cercarlo significa dunque uscire dall’accampamento sicuro del già noto, avventurarsi nei «nuclei più profondi dell’anima delle città» dove — come scriveva Francesco nell’Evangelii gaudium — «una cultura inedita palpita e si progetta».

Nella veglia hanno testimoniato voci diverse: un convertito adulto, una famiglia peruviana che si è sentita accolta «a braccia aperte», un giovane che ha scoperto la responsabilità del servizio. Leone XIV le ha citate una per una, con la cura di chi sa che le storie singole sono la carne di cui è fatto il corpo della Chiesa. «Siate come una Bibbia aperta», ha chiesto. Non un manuale, non un codice, non un edificio chiuso: un libro aperto, leggibile, accessibile a chi passa.

Il Bernabéu ha visto trionfi e sconfitte, ha ospitato i più grandi del calcio mondiale e qualche partita mediocre. Lunedì sera ha ascoltato un papa dire che l’amore è «la lingua che fa sentire tutti a casa». Non è uno slogan. È il programma di una Chiesa che vuole essere, nelle parole di Giona — il libro che Leone XIV raccomanda di «leggere o rileggere» — non il profeta che fugge dalla città pagana, ma quello che alla fine, controvoglia e con stupore, scopre che Dio è già là ad attenderlo.

Il supergol, in effetti, era già segnato. Restava solo da accorgersene.

leoe xiv al santiago bernabeu