Alla Pontificia Università Gregoriana un corso affronta le pagine più controverse della Scrittura e smonta l’uso politico della Bibbia per giustificare guerre, conquiste e contrapposizioni identitarie. Ma nell’ecosistema digitale la questione è ancora più profonda: simboli religiosi, paura e polarizzazione sono diventati strumenti potentissimi per costruire il nemico e alimentare l’algoritmo.

C’è qualcosa di più grave che bestemmiare Dio: usarlo.

Usarlo come insegna, come lasciapassare morale, come sigillo apposto sulle proprie guerre. Tirarlo per la veste e trascinarlo dentro una campagna elettorale, una rivendicazione territoriale, una strategia militare. Mettergli in bocca le nostre paure, le nostre convenienze, persino i nostri rancori, per poter poi dire agli altri: non sono io contro di voi, è Dio.

È forse una delle più sofisticate idolatrie del nostro tempo. Non la negazione di Dio, ma la sua appropriazione.

Per questo il corso che il Dipartimento di Teologia Biblica della Pontificia Università Gregoriana dedica a Un Dio violento? La Bibbia tra guerra e pace non è una semplice proposta accademica per esegeti. È una provocazione culturale che cade dentro un tempo nel quale la religione è tornata a essere linguaggio della geopolitica, elemento della propaganda e, sempre più spesso, materia prima della comunicazione digitale.

Il biblista Luca Mazzinghi pone una domanda apparentemente elementare: che cosa accade quando prendiamo le pagine violente della Scrittura e le leggiamo senza storia, senza esegesi, senza la complessità dell’intero racconto biblico? Accade che un testo religioso può diventare una clava.

E di materiale, nella Bibbia, ce n’è. Guerre, distruzioni, collera divina, salmi imprecatori, conquista della terra promessa. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma una cosa è riconoscere quei testi per ciò che sono, dentro una storia della Rivelazione che attraversa secoli, culture e differenti comprensioni di Dio; altra cosa è estrarre un versetto, strapparlo al suo contesto e utilizzarlo per legittimare un carro armato del XXI secolo.

Il problema, dunque, non è soltanto la lettura fondamentalista della Bibbia. È ciò che accade quando quella lettura incontra l’ecosistema comunicativo contemporaneo.

Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu sono nomi e vicende molto differenti, che sarebbe intellettualmente scorretto sovrapporre. Ma c’è un fenomeno che attraversa ormai culture politiche diverse: la tentazione di chiamare Dio a certificare la propria parte. A Mosca si benedicono simboli militari mentre il patriarcato russo accompagna ideologicamente la guerra contro l’Ucraina. In settori della destra religiosa statunitense la Scrittura entra nel linguaggio politico e militare. Nel nazionalismo religioso israeliano alcuni testi biblici vengono utilizzati per dare una dimensione sacra a rivendicazioni territoriali contemporanee.

La domanda teologica diventa allora terribilmente concreta: che cosa succede quando Dio smette di giudicare il potere e viene utilizzato dal potere per giudicare i suoi nemici?

È qui che l’analisi sulla Bibbia e la guerra incontra inevitabilmente quella che ho chiamato, nel mio libro dedicato anche al caso Charlie Kirk, la fabbrica dell’odio.

Non si tratta di affiancare artificiosamente due argomenti. È lo stesso processo comunicativo.

La fabbrica dell’odio comincia quando la realtà non viene più raccontata per essere compresa, ma organizzata perché produca schieramenti. Non servono più cittadini capaci di discutere; servono tribù. Non serve l’avversario, serve il nemico. E poche cose sono più efficaci, nella costruzione del nemico, dell’utilizzo strumentale dei simboli religiosi.

Perché un simbolo religioso non parla soltanto alla ragione. Tocca l’identità, la memoria, l’appartenenza, spesso una parte profondissima e prepolitica dell’essere umano. La croce, una Bibbia levata davanti alle telecamere, il rosario, l’icona, una benedizione, una citazione di un salmo guerriero: tutto può essere autentica espressione della fede. Ma tutto può essere anche sottratto alla fede e trasformato in scenografia del potere.

È questa trasformazione a interessare il comunicatore.

La croce non viene più mostrata perché rimandi al Crocifisso, ma perché distingua “noi” da “loro”. La Bibbia non viene aperta per ascoltare una Parola che giudichi anche noi, ma chiusa e brandita come prova che Dio abbia già scelto il nostro campo. La tradizione religiosa, da esperienza capace di mettere in crisi la coscienza, viene ridotta a certificato di appartenenza.

Il passaggio successivo lo compie l’algoritmo.

Perché l’algoritmo non conosce teologia. Non conosce la Dei Verbum, il genere letterario, la storia della redazione, il principio cristologico che porta il credente a leggere la Scrittura alla luce di Cristo. Non distingue il libro di Giosuè dal Discorso della montagna.

Misura altro: attenzione, permanenza, reazione, condivisione. E l’odio reagisce rapidamente. La paura reagisce. L’indignazione reagisce.

La complessità, molto meno.

Un biblista può impiegare un’ora per spiegare che il Salmo 144 — “Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra” — non può essere trasferito automaticamente nell’apparato militare di una potenza contemporanea. Un influencer impiega dieci secondi per sovrapporre quelle parole all’immagine di un missile.

Indoviniamo quale dei due contenuti avrà più possibilità di diventare virale.

Questo è il punto nel quale la strumentalizzazione della religione diventa anche economia dell’attenzione.

Dio viene arruolato perché Dio genera engagement.

Il sacro polarizza magnificamente quando viene utilizzato per tracciare frontiere: credenti e infedeli, patrioti e traditori, civiltà e barbarie, popolo eletto e nemici, Occidente cristiano e invasori.

È il meccanismo che attraversa la riflessione della Fabbrica dell’odio: la polarizzazione non è più soltanto una conseguenza indesiderata del dibattito pubblico. Può diventare il suo modello produttivo.

Più siamo divisi, più interagiamo.

Più interagiamo, più diventiamo misurabili.

Più diventiamo misurabili, più siamo economicamente e politicamente utilizzabili.

Il caso Charlie Kirk ha mostrato, nella sua drammaticità, quanto una società già spinta alla polarizzazione possa trasformare persino la morte in carburante per nuove contrapposizioni. Il morto rischia di cessare immediatamente di essere una persona e diventare un simbolo da contendere. Un martire per alcuni, la prova definitiva della malvagità degli altri, una nuova tessera da inserire nel mosaico dello scontro.

La macchina non conosce lutto.

Conosce narrazioni.

Ed è qui che l’uso della religione diventa particolarmente pericoloso. Perché aggiunge alla contrapposizione politica una dimensione assoluta. Se il mio avversario è semplicemente un uomo che sbaglia, posso ancora parlargli. Se è un nemico politico, posso ancora negoziare. Ma se diventa il nemico di Dio, qualsiasi compromesso comincia ad assomigliare a un tradimento.

L’assolutizzazione religiosa del conflitto è sempre stata una delle strade più brevi verso la disumanizzazione.

La Bibbia, però, è molto più indisciplinata di quanto i propagandisti vorrebbero.

Mazzinghi ricorda il libro di Giona. È un testo straordinariamente contemporaneo proprio perché mette in scena un profeta che vorrebbe un Dio perfettamente schierato. Giona conosce i cattivi: sono quelli di Ninive. Il problema è che Dio non accetta la geometria morale del suo profeta. Ninive si converte, Dio usa misericordia e il credente deve fare i conti con lo scandalo di un Signore che ama persino coloro che noi avevamo già inserito nell’elenco dei nemici.

La Bibbia, in questo senso, possiede al proprio interno gli anticorpi contro la propria manipolazione.

Critica se stessa, sviluppa la comprensione di Dio, sposta continuamente il limite dell’appartenenza. E per il cristiano questo processo raggiunge il suo vertice in Gesù Cristo.

È davanti al Crocifisso che l’uso guerriero del cristianesimo rivela tutta la propria contraddizione.

Gesù non muore con una spada in mano. Non invoca la distruzione dei suoi carnefici. Non chiama le legioni angeliche che pure, secondo il racconto evangelico, potrebbe chiamare. Quando Pietro tenta di trasformare la fedeltà al Maestro in difesa armata, Cristo gli ordina di riporre la spada.

La croce è dunque la cosa meno adatta del mondo a diventare il logo di una politica che abbia bisogno di fabbricare nemici.

Eppure accade.

Accade perché il cristianesimo culturale è spesso molto più facile del cristianesimo evangelico. È più facile difendere “le nostre radici cristiane” che porgere l’altra guancia. È più facile esibire un crocifisso che riconoscere Cristo nello straniero. È più facile invocare la civiltà cristiana che interrogarsi sul significato politico delle Beatitudini.

E sarebbe altrettanto sbagliato rispondere a questo abuso chiedendo alla religione di scomparire dalla sfera pubblica. La fede non deve ritirarsi nelle sacrestie. Il cristiano ha pieno diritto di partecipare alla vita politica e sociale portando con sé la propria visione dell’uomo.

Ma c’è una differenza radicale tra portare la fede nella politica e utilizzare la fede come tecnica politica.

Nel primo caso il Vangelo giudica anche la mia parte. Nel secondo caso il Vangelo serve soltanto a giudicare quella degli altri.

Ed è esattamente questo il discernimento che oggi dovrebbe interessare non soltanto teologi e biblisti, ma giornalisti, comunicatori e creatori di contenuti.

La domanda non può più essere soltanto: “Quella citazione biblica è corretta?”.

Dobbiamo chiederci: perché viene utilizzata? In quale contesto? Per costruire quale immagine? Per identificare quale nemico? Che cosa provoca in chi guarda? E soprattutto: che cosa farà l’algoritmo di quella emozione?

In una società delle piattaforme anche la teologia deve imparare a riconoscere le architetture della manipolazione.

Il problema non è solamente il politico che cita male la Bibbia. È un sistema comunicativo che premia la citazione peggiore quando è quella capace di produrre la reazione più intensa.

Un biblista dice: “Bisogna contestualizzare”. La propaganda dice: “Dio è con noi”. Sono quattro parole contro un’intera biblioteca. Ma sono quattro parole perfette per l’algoritmo.

Per questo il corso della Gregoriana ha qualcosa da dire anche fuori dalle aule universitarie. Insegnare a leggere la Bibbia oggi significa insegnare a resistere alla semplificazione, restituire storia a ciò che la propaganda rende istantaneo, recuperare complessità laddove la piattaforma esige contrapposizione.

Significa soprattutto restituire Dio alla sua libertà. Dio non è il cappellano delle nostre ideologie. Non è americano, russo, israeliano, palestinese, europeo. Non è di destra o di sinistra. Non è il garante celeste delle nostre frontiere. E non è il testimonial più prestigioso della nostra campagna elettorale.

La tradizione cristiana non ci chiede anzitutto di domandare se Dio sia dalla nostra parte. Ci impone una domanda molto più scomoda: noi, con le nostre scelte, siamo davvero dalla parte di Dio?

È una domanda che non genera facilmente engagement. Non produce immediatamente un nemico. Non offre slogan.

Costringe piuttosto a disarmare quella parte di noi che ha bisogno di possedere la verità invece di lasciarsi possedere da essa.

Leone XIV lo ha ricordato parlando di una logica evangelica che non evita il conflitto e non tace il male, ma si rifiuta di affrontarlo riproducendone la violenza e comincia dal “disarmare se stessi”.

Forse è proprio questo che la nostra comunicazione non sa più fare.

Disarmarsi. Disarmare le parole. Disarmare le immagini. Disarmare perfino i simboli religiosi quando vengono trasformati in proiettili identitari. Perché la vera fabbrica dell’odio non comincia quando qualcuno urla. Comincia molto prima, quando abbiamo deciso che per dire chi siamo abbiamo bisogno di costruire qualcuno che non sia più uno di noi.

E quando Dio viene introdotto in quel meccanismo la macchina diventa quasi perfetta: il nemico non è più soltanto diverso. È empio.

Il nostro campo non è più soltanto politico. Diventa sacro. E la guerra, prima ancora delle bombe, ha già trovato la propria liturgia.

È precisamente contro questa contraffazione del religioso che studiare seriamente la Bibbia diventa oggi un atto di libertà. Perché forse il Dio della Scrittura è davvero difficile.

Ma lo è soprattutto per una ragione: continua a sottrarsi ostinatamente a tutti coloro che vorrebbero trasformarlo nel più potente algoritmo dell’odio.

La Bibbia non ha bisogno di essere difesa dalla complessità, ma dalla propaganda. Quando un versetto diventa slogan, la croce una bandiera e Dio il garante della nostra parte, la religione entra nella fabbrica dell’odio: e nell’economia digitale della polarizzazione persino il sacro può diventare carburante per l’algoritmo.

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