Il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati incontra Lavrov e riapre un canale diretto con la Russia. Non è equidistanza tra aggressore e aggredito, né una concessione al Cremlino: è la scelta antica della Santa Sede di continuare a parlare proprio quando tutti gli altri smettono di farlo. Perché la pace cristiana non è neutralità morale, ma ostinazione nel cercare una via diversa dalla guerra.
«Questa guerra deve finire». Paul Richard Gallagher non è arrivato a Mosca con un piano segreto nella valigia né con l’illusione che quattro anni di sangue possano essere cancellati da una stretta di mano. È arrivato con qualcosa di molto meno spettacolare e, proprio per questo, forse più prezioso: una porta ancora aperta. Dopo l’incontro di oggi con Sergej Lavrov, il responsabile della diplomazia della Santa Sede ha ribadito che il conflitto russo-ucraino «non può essere risolto con mezzi militari» e che occorre creare le condizioni per negoziati autentici, offrendo il sostegno diplomatico vaticano e uno spazio nel quale il dialogo possa riprendere. Il colloquio, definito da Gallagher «franco e costruttivo», ha riguardato anche la cooperazione umanitaria e in particolare la sorte dei bambini coinvolti nella guerra.
È questo il punto che rischia di sfuggire in un tempo nel quale perfino la parola “dialogo” viene guardata con sospetto. Parlare con Mosca non significa assolvere Mosca. Sedersi davanti a Lavrov non significa dimenticare Bucha, Mariupol, le città bombardate, i civili uccisi, i bambini deportati, né cancellare la responsabilità dell’invasione russa dell’Ucraina. La diplomazia pontificia non ha bisogno di fingere che aggressore e aggredito siano la stessa cosa per affermare un principio diverso: anche con chi porta la responsabilità di una guerra bisogna, prima o poi, parlare se si vuole che quella guerra finisca. Il contrario della diplomazia non è la giustizia. Molto spesso è semplicemente la prosecuzione della guerra.
Gallagher torna in Russia per la prima volta dal novembre 2021. Allora le truppe russe non avevano ancora varcato su vasta scala i confini ucraini e il mondo nel quale il diplomatico britannico incontrava Lavrov sembrava ancora appartenere a un ordine internazionale faticoso ma riconoscibile. Oggi quel mondo appare consumato. La visita dal 24 al 28 agosto prevede, oltre al colloquio con il ministro degli Esteri, l’incontro con il metropolita Antonij di Volokolamsk, oggi responsabile delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, e quello di domani con Yuri Ushakov, consigliere di Vladimir Putin per la politica estera. Giovedì Gallagher incontrerà invece il clero, i religiosi e i vescovi cattolici e celebrerà nella cattedrale dell’Immacolata Concezione. Non è un dettaglio ecclesiale aggiunto a una missione politica: è parte della stessa trama. Per la Santa Sede i popoli non coincidono con i loro governi e le relazioni fra le Chiese possono sopravvivere anche quando quelle fra gli Stati diventano ostili.
La missione assume un significato ancora più netto se si ricorda che Gallagher era stato a Kiev appena poche settimane fa. Prima l’Ucraina, ora la Russia. Qualcuno chiamerà questa postura “equidistanza”. Sarebbe una lettura superficiale. La Santa Sede tenta piuttosto una equivicinanza alle vittime e una disponibilità al colloquio con tutti gli attori, che è cosa completamente diversa. Non si mette alla stessa distanza dalla verità e dalla menzogna, dall’invasore e dall’invaso; cerca però di non trovarsi così lontana da nessuno da non poter più pronunciare una parola quando si apre uno spiraglio. È la stessa logica che ha guidato la missione del cardinale Matteo Zuppi, concentrata soprattutto sui dossier umanitari, sui prigionieri e sui minori. Zuppi ha annunciato di sperare in un nuovo viaggio a Mosca entro settembre.
Questa diplomazia può apparire esasperantemente lenta a chi misura tutto con i comunicati, le sanzioni e le avanzate territoriali. E certamente non è immune da rischi. Mosca può tentare di utilizzare ogni visita vaticana come prova di una propria legittimazione internazionale; Kiev può temere che il linguaggio della trattativa finisca per congelare un’ingiustizia; l’Occidente può vedere nel dialogo un cedimento. Proprio per questo la Santa Sede deve conservare gelosamente la propria libertà, senza farsi incorporare nella narrazione di nessuna delle parti. Essere disponibili a parlare con il Cremlino non può significare adottarne il racconto della guerra. Ma sarebbe altrettanto estraneo alla missione della Chiesa trasformarsi nella cappellania religiosa di uno schieramento geopolitico.
Leone XIV ha scelto fin dall’inizio del pontificato un’espressione che oggi, davanti al tavolo Gallagher-Lavrov, acquista una concretezza particolare: una pace «disarmata e disarmante». Nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2026 il Papa ha spiegato che la pace cristiana non è solo una meta ma «una presenza e un cammino», qualcosa da custodire anche quando sembra fragile come una fiamma nella tempesta. È precisamente ciò che la diplomazia vaticana tenta di fare a Mosca: proteggere una piccola fiamma quando tutto intorno sembra suggerire che soltanto le armi possano ancora parlare.
Non si tratta di pacifismo ingenuo. La pace cattolica non consiste nel chiedere all’aggredito di deporre le armi mentre l’aggressore continua ad avanzare. La tradizione della Chiesa riconosce il diritto dei popoli alla legittima difesa. Ma sa anche che nessuna guerra può diventare una condizione permanente dello spirito, una normalità alla quale rassegnarsi, un meccanismo che continua soltanto perché ormai nessuno possiede il coraggio politico di interromperlo. Ogni giorno di guerra produce morti che nessun futuro trattato potrà restituire alle loro famiglie e sedimenta un odio che renderà più difficile persino la pace successiva. È proprio ciò che Gallagher ha ricordato oggi: il protrarsi del conflitto crea nuove vittime e rende sempre più ardua la riconciliazione futura.
Qui si comprende anche la differenza tra la Santa Sede e una potenza geopolitica. Il Vaticano non possiede divisioni da spostare sul fronte, petrolio da offrire, sanzioni da ritirare o miliardi per la ricostruzione. La sua debolezza materiale è insieme il limite e la singolarità della sua azione. Può occuparsi di ciò che nelle grandi trattative rischia di diventare una nota a piè di pagina: un prigioniero da scambiare, un bambino da riportare alla propria famiglia, una madre che non sa dove sia finito il figlio, una comunità ecclesiale separata dalla guerra. E qualche volta proprio questi piccoli risultati umanitari costruiscono la fiducia minima senza la quale i grandi negoziati non cominciano nemmeno.
La diplomazia della Chiesa, del resto, conosce una verità elementare che la politica tende periodicamente a dimenticare: la pace si fa con il nemico, non con l’amico. Con l’amico si celebra la concordia; con il nemico bisogna trovare il modo di interrompere la spirale che trasforma ogni morto nel motivo del morto successivo. È molto più facile denunciare che negoziare, molto più gratificante proclamare l’irriducibilità dei principi che cercare una formula imperfetta capace di salvare vite. La denuncia morale è necessaria. Ma se dopo aver indicato il male non si cerca una strada per fermarlo, anche la più nobile indignazione rischia di diventare impotente.
Per questo Gallagher a Mosca non è l’immagine di una Chiesa che si piega davanti alla forza. È, al contrario, il tentativo di sottrarre alla forza l’ultima parola. Francesco aveva parlato per anni di una «terza guerra mondiale a pezzi»; Leone XIV ha raccolto quella consegna insistendo sulla necessità di disarmare prima di tutto la logica che considera inevitabile la guerra. La missione di Mosca appartiene a questa continuità. Nessuno sa se produrrà un risultato. La diplomazia non vive di miracoli programmabili. Può bussare cento volte a una porta e trovarla chiusa novantanove.
Ma il cristianesimo conosce bene l’ostinazione del bussare.
Ed è forse questo ciò che Gallagher porta oggi al Cremlino: non una soluzione pronta, non una neutralità comoda e neppure la pretesa di sostituirsi agli ucraini nella scelta delle condizioni di una pace giusta. Porta la convinzione che nessun popolo può essere condannato a una guerra eterna e che persino nel momento più oscuro bisogna conservare un luogo nel quale le parole possano ancora prendere il posto dei missili. È poco, diranno i realisti. Dopo quattro anni di cimiteri, città distrutte e generazioni educate all’odio, potrebbe essere moltissimo.
Gallagher parla con Lavrov mentre le armi continuano a parlare sul campo. Non è una contraddizione: è precisamente la ragione della sua presenza a Mosca. La Santa Sede non può decidere la pace al posto di Russia e Ucraina, ma può impedire che venga considerata impossibile. In un mondo nel quale la forza pretende sempre più spesso di essere l’unico linguaggio comprensibile, tenere aperto un canale di dialogo è già un modo, silenzioso ma profondamente politico, di contestare il potere della guerra.
