Nel giorno dell’Indipendenza, Kiev accoglie la Coalizione dei Volenterosi e il nuovo premier britannico Andy Burnham promette altro sostegno militare, fino alla tecnologia per produrre missili a lungo raggio. Ma una politica cristianamente responsabile deve tenere insieme due verità che la propaganda vorrebbe separare: la Russia è l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito; tuttavia trasformare il riarmo in strategia permanente significa rinunciare alla politica. E mentre l’Europa parla nuovamente il linguaggio delle armi, tornano alla memoria Istanbul 2022 e, come da un altro secolo, la drammatica umiliazione inflitta a Zelensky da Donald Trump e JD Vance nello Studio Ovale.
Le bandiere gialloblù sventolano a Kiev per il trentacinquesimo anniversario dell’Indipendenza, ma sarebbe difficile immaginare una festa nazionale meno innocente. L’Ucraina celebra il 24 agosto mentre continua a combattere per ciò che quella data significa: il diritto di non essere una provincia dell’impero di qualcun altro. Nella capitale sono arrivati i leader europei della Coalizione dei Volenterosi; il nuovo primo ministro britannico Andy Burnham ha scelto proprio Kiev per il suo primo viaggio internazionale e Londra annuncia perfino la condivisione di tecnologia classificata per favorire la produzione ucraina di missili SCALP a lungo raggio. Tutto parla di resistenza, deterrenza, difesa. Troppo poco, ancora, parla di pace.
È necessario cominciare da una verità elementare, perché ogni discorso cristiano sulla guerra diventa falso quando pretende di essere equidistante fra chi invade e chi viene invaso. Il 24 febbraio 2022 è stata la Federazione Russa ad attraversare militarmente i confini internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina. Mosca è l’aggressore, Kiev l’aggredito. Nessun desiderio di pace autorizza a cancellare questa distinzione e nessuna critica all’Occidente può diventare un’assoluzione retroattiva del Cremlino.
La tradizione cristiana non è pacifismo dell’indifferenza. Riconosce il diritto alla legittima difesa e, nelle condizioni rigorosissime elaborate nei secoli dalla dottrina della guerra giusta, ammette perfino l’uso proporzionato della forza per fermare un’aggressione. Un padre che impedisce a un violento di colpire suo figlio non tradisce la pace: tenta di ristabilirla. Il problema nasce quando il mezzo necessario per fermare la violenza smette di essere un mezzo e diventa una politica permanente.
Ed è precisamente il rischio che oggi incombe sull’Europa.
La Coalizione dei Volenterosi si riunisce a Kiev promettendo difesa aerea, capacità missilistiche, produzione bellica, deterrenza futura. Il presidente Zelensky ribadisce che l’Ucraina vuole la pace ma non la resa, mentre chiede ulteriori sistemi di difesa e nuove pressioni su Mosca. È comprensibile. Chi trascorre le notti sotto i droni non può essere ammonito con il ditino da chi dorme sotto cieli tranquilli. Ma proprio gli amici dell’Ucraina hanno il dovere di porre la domanda che gli alleati più entusiasti sembrano ormai considerare sconveniente: dove conduce tutto questo?
Perché non esiste una moralità cristiana del “per tutto il tempo necessario” se nessuno sa spiegare necessario a che cosa.
Alla vittoria totale? Alla riconquista militare di ogni centimetro occupato? Alla caduta del regime russo? A un congelamento del fronte? A un negoziato? A una nuova architettura europea di sicurezza? Ogni obiettivo comporta costi umani differenti. E dietro la parola “costi” non esistono grafici del ministero della Difesa: esistono ragazzi ucraini e russi che tornano senza gambe, madri che ricevono bare, bambini cresciuti nei rifugi, città che imparano a distinguere dal rumore se il missile è vicino o lontano.
Il cristiano non può innamorarsi delle armi neppure quando riconosce la legittimità della difesa.
Per questo sarebbe salutare ricordare anche ciò che l’Occidente preferisce seppellire nella memoria corta delle guerre. Nella primavera del 2022, poche settimane dopo l’invasione, russi e ucraini negoziarono seriamente. A Istanbul si discusse di neutralità ucraina, rinuncia alla NATO, garanzie internazionali di sicurezza, dimensioni delle forze armate e futuro dei territori contesi. Non esisteva un trattato pronto per essere semplicemente firmato: restavano divergenze enormi, soprattutto sulle garanzie di sicurezza e sulla capacità futura dell’Ucraina di difendersi. Ma uno spazio diplomatico c’era.
E qui entra nella storia Boris Johnson.
Davyd Arakhamia, che guidava la delegazione negoziale ucraina, ha raccontato successivamente che, dopo Istanbul, Johnson arrivò a Kiev con un messaggio nettamente contrario alla firma di un accordo con Putin e favorevole alla prosecuzione della guerra. Lo stesso Arakhamia, però, ha negato la versione semplicistica secondo cui il premier britannico avrebbe ordinato a Zelensky di interrompere una pace ormai fatta. Nel frattempo erano emerse le atrocità di Bucha, l’esercito russo era stato respinto da Kiev, l’Ucraina aveva scoperto di poter resistere e gli Stati Uniti e gli alleati occidentali stavano aumentando enormemente il sostegno militare. Tutto questo cambiò il calcolo di Kiev.
Ma non bisogna nemmeno cadere nell’errore opposto, quello di fingere che Washington e Londra siano state semplici spettatrici.
L’amministrazione Biden compì una precisa scelta strategica: sostenere militarmente l’Ucraina nella convinzione che una Russia logorata sul campo avrebbe rappresentato un pericolo minore e che Kiev avrebbe potuto negoziare, eventualmente, da una posizione più forte. Johnson fu il volto europeo più energico di quella linea. Non possiamo dimostrare seriamente che Joe Biden abbia telefonato a Boris Johnson ordinandogli di “far saltare la pace”; possiamo però affermare che nel 2022 una parte decisiva dell’Occidente giudicò prematuro il compromesso e preferì continuare a sostenere la resistenza ucraina. La storia dovrà ancora misurare il prezzo di quella decisione.
E sarà un conto terribile da fare.
Perché una possibilità negoziale imperfetta nel 2022 non significa che Putin fosse diventato improvvisamente affidabile. Significa semplicemente che la politica possiede il dovere morale di esplorare perfino gli spiragli imperfetti quando l’alternativa è la moltiplicazione dei morti.
Questo dovrebbe inquietare soprattutto un’Europa che oggi sembra aver trovato nel riarmo ciò che per anni non riusciva a trovare nella politica: un’identità.
Armi comuni, fondi per la difesa, industrie belliche, missili a lunga gittata, nuovi contingenti, nuove percentuali di PIL. Tutto può essere militarmente comprensibile; nulla può diventare spiritualmente neutro. Esiste infatti una differenza radicale fra armarsi perché si teme la guerra e costruire un sistema politico che ha bisogno della minaccia della guerra per giustificare se stesso.
La corsa agli armamenti possiede una logica interna crudele: ciascuno si arma perché l’altro è armato, e l’altro aumenta il proprio arsenale perché vede il nostro. Tutti dichiarano di prepararsi alla pace mentre preparano strumenti sempre più efficienti per la guerra. È una delle grandi intuizioni della dottrina sociale cristiana: la deterrenza può forse impedire temporaneamente un’aggressione, ma non può diventare il fondamento antropologico della convivenza internazionale. Altrimenti la pace non sarà più una relazione tra popoli, ma soltanto l’intervallo nel quale i missili rimangono nei silos.
Eppure quanto sembra lontano quel 28 febbraio 2025, quando Donald Trump e il vicepresidente JD Vance trasformarono lo Studio Ovale nel teatro di una pubblica umiliazione di Zelensky. Vance gli rimproverò apertamente di non essere abbastanza riconoscente verso gli Stati Uniti; Trump gli disse, in sostanza, che senza Washington non aveva le carte per continuare la partita. La visita precipitò in uno scontro davanti alle telecamere e Zelensky lasciò la Casa Bianca senza l’accordo che avrebbe dovuto firmare.
Sembrano immagini di un’altra epoca. E invece è passato appena un anno e mezzo.
Allora Washington sembrava pronta a scaricare Kiev, l’Europa temeva di essere abbandonata e Zelensky veniva trattato quasi come un debitore insolvente presentatosi allo sportello sbagliato. Oggi a Kiev arrivano premier e presidenti, i Volenterosi rinnovano le garanzie e il nuovo capo del governo britannico compie nella capitale ucraina il proprio battesimo internazionale. La geopolitica possiede una memoria sorprendentemente breve.
La coscienza cristiana dovrebbe averne una più lunga.
Dovrebbe ricordare l’invasione russa senza dimenticare Istanbul. Dovrebbe ricordare Bucha senza dimenticare le occasioni diplomatiche non percorse fino in fondo. Dovrebbe difendere il diritto degli ucraini a non essere conquistati senza trasformare ogni domanda sul negoziato in tradimento. Dovrebbe contestare la propaganda del Cremlino senza accettare quella occidentale secondo la quale ogni nuova arma rappresenterebbe automaticamente un passo verso la pace.
Soprattutto dovrebbe sottrarre la parola “pace” sia a Putin sia ai mercanti di guerra.
Mosca non può chiamare pace la capitolazione dell’aggredito. Ma l’Occidente non può chiamare pace una guerra potenzialmente infinita sostenuta a distanza con uomini altrui.
Qui si misura la differenza fra realismo cristiano e cinismo geopolitico. Il realismo cristiano sa che esiste il male, perciò non disarma ingenuamente la vittima davanti al carnefice. Ma proprio perché conosce il male, sa anche quanto facilmente la guerra contamini persino le cause giuste. Per questo mantiene sempre aperta una porta: diplomazia, mediazione, cessate il fuoco verificabile, garanzie internazionali, sicurezza per l’Ucraina, riconoscimento della sua sovranità e, prima o poi, perfino una possibilità di relazione con la Russia che verrà dopo Putin.
Non perché bisogna dimenticare.
Perché bisogna impedire che i figli ereditino la guerra dei padri.
Nel giorno dell’Indipendenza, la promessa più seria che l’Europa potrebbe fare agli ucraini non è dunque: “vi daremo armi finché vorrete combattere”. È molto più difficile: “vi aiuteremo a non soccombere e, nello stesso tempo, lavoreremo ostinatamente perché arrivi il giorno nel quale non avrete più bisogno delle nostre armi”.
Solo questa è solidarietà.
Il resto rischia di diventare amministrazione della guerra.
L’Ucraina ha diritto a difendersi perché esiste un aggressore e un aggredito, e confondere i due sarebbe moralmente indecente. Ma proprio chi sta dalla parte di Kiev deve avere il coraggio di chiedere conto anche all’Occidente delle occasioni diplomatiche smarrite dal 2022 in poi. Da Istanbul a Boris Johnson, dalla strategia di Biden fino allo scontro di Trump e JD Vance con Zelensky nello Studio Ovale, troppi protagonisti hanno alternativamente creduto che la guerra potesse essere piegata ai propri calcoli. I Volenterosi di oggi saranno davvero amici dell’Ucraina soltanto se sapranno diventare, prima o poi, volenterosi della pace.
