Le sanzioni non piegheranno Teheran e le bombe non hanno prodotto la resa promessa. Il punto che Washington continua a rimuovere è un altro: l’Iran rappresenta una minaccia strategica immediata per Israele, ma non una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti. Confondere i due interessi ha trascinato l’America in una guerra costosa, ha rivalutato il potere negoziale iraniano e ha trasformato Hormuz nel più efficace strumento di pressione contro l’Occidente.

Donald Trump può chiamarla vittoria, operazione decisiva, punizione esemplare. Può rivestirla della retorica delle guerre brevi che tanto seduce gli imperi quando credono ancora che distruggere significhi vincere. Ma dopo mesi di confronto con l’Iran una domanda diventa sempre più difficile da evitare: per quale interesse nazionale gli Stati Uniti hanno combattuto questa guerra?

Perché il nodo è esattamente qui.

L’Iran è una minaccia per Israele. Una minaccia seria, strutturale, ideologica e militare. Teheran ha costruito per decenni una politica regionale fondata sull’ostilità allo Stato ebraico, sulla rete delle milizie alleate, sui missili, sui droni e sull’avanzamento del proprio programma nucleare. Israele può dunque ritenere che impedire all’Iran di raggiungere determinate capacità rappresenti una questione di sicurezza nazionale primaria.

Ma Washington non è Tel Aviv.

Per gli Stati Uniti l’Iran è certamente un avversario. Ha finanziato formazioni armate che hanno colpito interessi americani, ha minacciato la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo, ha perseguito un programma nucleare che Washington considera incompatibile con la sicurezza regionale. Uno dei testi allegati lo riconosce senza ambiguità. Nello stesso tempo, però, osserva qualcosa che dovrebbe stare al centro del dibattito americano: per la grande maggioranza dei cittadini statunitensi l’Iran resta un problema lontano, e perfino una guerra devastante contro Teheran ha inciso sulla loro vita soprattutto quando ha fatto salire il prezzo dell’energia.

Questa distinzione è capitale.

Una cosa è avere interessi da difendere in Medio Oriente. Un’altra è trasformare ogni nemico di Israele in un nemico esistenziale degli Stati Uniti.

Il rischio della politica americana degli ultimi decenni è stato proprio quello di sovrapporre progressivamente le due mappe strategiche. Ma gli interessi di due alleati, anche strettissimi, non sono mai perfettamente coincidenti. Israele vive a poche centinaia di chilometri dall’Iran e deve ragionare in termini di sopravvivenza territoriale. Gli Stati Uniti sono protetti da due oceani, dispongono della maggiore potenza militare mondiale e devono chiedersi non soltanto che cosa possa essere distrutto, ma quale prezzo valga la pena pagare per distruggerlo.

La risposta offerta dalla guerra è molto meno rassicurante di quanto suggeriscano i comunicati della vittoria.

Gli Stati Uniti e Israele hanno dimostrato di poter danneggiare gravemente l’apparato militare iraniano. Non hanno dimostrato di poter costringere la Repubblica islamica alla capitolazione. Uno dei testi arriva al punto essenziale: Teheran ha appreso che Washington possiede una capacità molto limitata di ottenere una sconfitta definitiva dell’Iran senza ricorrere a un’invasione terrestre, soluzione politicamente e militarmente quasi impensabile per un Paese di oltre novanta milioni di abitanti.

Ed è qui che l’Iran mostra perché non è il Venezuela.

L’analogia è politicamente seducente: economia indebolita, valuta crollata, popolazione scontenta, regime autoritario, sanzioni soffocanti. Aggiungere abbastanza pressione e il sistema dovrebbe infine implodere. Ma gli Stati non cadono secondo un’equazione finanziaria. L’Iran possiede una profondità storica, demografica, territoriale e nazionale che rende estremamente rischioso confondere l’impopolarità della Repubblica islamica con l’inesistenza della nazione iraniana.

Soprattutto, il regime ha dimostrato una capacità che Washington ha ripetutamente sottovalutato: può far soffrire il proprio popolo più a lungo di quanto l’elettorato americano sia disposto a tollerare i costi di una guerra facoltativa. È uno degli elementi più lucidi dell’analisi allegata: Teheran scommette sulla diversa soglia del dolore politico. L’Iran può sopportare distruzione, sanzioni e impoverimento continuando a combattere; il presidente americano deve invece guardare ogni settimana ai prezzi dell’energia, ai sondaggi e alle elezioni di medio termine.

È il paradosso delle democrazie quando affrontano regimi autoritari in guerre non percepite come necessarie alla sopravvivenza nazionale.

La “massima pressione”, allora, diventa meno irresistibile di quanto sembri.

Quasi mezzo secolo di sanzioni americane ha certamente danneggiato l’economia iraniana. Ma danneggiare un’economia e modificare la decisione politica di uno Stato sono due cose diverse. Dal 1979 in avanti Washington ha progressivamente ampliato embarghi, restrizioni finanziarie, misure contro il petrolio e sanzioni secondarie. Oggi migliaia di designazioni colpiscono praticamente ogni segmento importante dello Stato e dell’economia iraniana. Eppure la Repubblica islamica è ancora lì. Uno dei testi sottolinea precisamente questo fallimento: le sanzioni hanno prodotto sofferenza economica reale ma troppo spesso sono divenute una politica automatica, un modo per dimostrare che Washington “stava facendo qualcosa” anche quando l’effetto strategico era minimo.

Il problema è che le sanzioni funzionano benissimo quando si vuole rendere un Paese più povero. Funzionano molto meno bene quando si pretende che un Paese, proprio perché impoverito, rinunci a ciò che considera essenziale per la propria sicurezza.

È la differenza tra economia e strategia.

Un governo può preferire un’economia peggiore alla resa strategica. Può sbagliare, può condannare i propri cittadini alla miseria, può essere moralmente riprovevole. Ma può farlo. Ed è precisamente ciò che cinquant’anni di rapporti con Teheran avrebbero dovuto insegnare agli Stati Uniti.

La guerra ha prodotto addirittura un risultato ancora più paradossale: ha mostrato all’Iran quale sia la sua vera arma.

Non l’atomica.

Hormuz.

Lo Stretto è diventato il punto nel quale la vulnerabilità iraniana si trasforma in vulnerabilità occidentale. Teheran non ha bisogno di raggiungere New York con un missile. Le basta poter interferire con il passaggio di una quota decisiva dell’energia mondiale perché una crisi regionale diventi immediatamente inflazione americana, costo industriale europeo e allarme asiatico. Dopo il conflitto persino Marco Rubio, secondo uno dei testi, avrebbe definito Hormuz una sorta di «arma nucleare economica» iraniana.

E qui appare tutta l’ironia strategica dell’operazione.

La guerra doveva ridurre la capacità iraniana di ricattare il mondo. Ha insegnato invece a Teheran quale leva possieda sul mondo.

La guerra doveva aumentare la capacità negoziale americana. Ha dimostrato invece che anche Washington ha qualcosa da perdere.

La guerra doveva mostrare che l’Iran non poteva permettersi di sfidare gli Stati Uniti. Ha mostrato che gli Stati Uniti non possono permettersi indefinitamente le conseguenze economiche di una destabilizzazione del Golfo.

È per questo che dire semplicemente «l’America ha vinto» significa confondere la fotografia di un bombardamento riuscito con la geopolitica.

Israele può avere ottenuto dalla campagna un vantaggio molto concreto: distruzione di infrastrutture, eliminazione di dirigenti, degradazione di capacità militari iraniane. Dal suo punto di vista, dunque, l’operazione può essere considerata almeno parzialmente funzionale ai propri obiettivi di sicurezza.

Ma che cosa hanno guadagnato gli Stati Uniti?

Hanno consumato munizioni, aumentato il rischio sulle proprie basi regionali, esposto le monarchie del Golfo alle rappresaglie iraniane, aggravato la vulnerabilità dei mercati energetici e scoperto che il cambio di regime non si produce semplicemente facendo cadere bombe dall’alto.

Uno dei testi osserva che la brillantezza tattica dell’offensiva non ha trovato un equivalente successo strategico: il regime iraniano conserva strumenti sufficienti per proseguire un conflitto di logoramento e può mantenere nervosi mercati, alleati regionali e opinione pubblica americana senza aver bisogno di ottenere grandi vittorie militari quotidiane.

In altre parole, Israele aveva un problema iraniano. Washington rischia di averlo trasformato in un problema americano.

E questa è forse la questione che negli Stati Uniti dovrebbe essere discussa con maggiore libertà, senza la caricatura secondo cui distinguere gli interessi americani da quelli israeliani significhi abbandonare Israele.

Un’alleanza adulta funziona esattamente al contrario.

L’alleato non è colui al quale si consegna un assegno strategico in bianco. È colui che si sostiene quando gli interessi convergono e con il quale si discute quando divergono. Israele ha il diritto di valutare la minaccia iraniana secondo il proprio interesse nazionale. Gli Stati Uniti hanno il dovere di fare altrettanto.

La tragedia sarebbe pretendere che l’interesse dell’uno debba automaticamente definire quello dell’altro.

È anche per questo che il progetto di un cambio di regime ottenuto militarmente appare particolarmente illusorio. L’Iran arrivava alla guerra attraversato da enormi tensioni sociali. La repressione aveva prodotto migliaia di vittime e il malcontento contro il sistema era profondo. Ma la pressione esterna può cambiare il significato politico del dissenso interno. Il regime che ieri appariva responsabile della miseria nazionale può presentarsi domani come difensore della nazione bombardata.

Uno dei testi descrive precisamente questo effetto inatteso: l’uccisione di Khamenei ha rischiato di trasformare in martirio la morte di un leader contestato, distogliendo l’attenzione dai fallimenti della Repubblica islamica e marginalizzando quella maggioranza di iraniani che non sogna né la rivoluzione islamica né una guerra americana, ma semplicemente una vita migliore.

Le bombe, ancora una volta, possono distruggere un regime senza riuscire a costruire ciò che verrà dopo. Possono perfino rafforzare temporaneamente ciò che intendono distruggere.

Washington dovrebbe ormai conoscere questa storia.

Baghdad doveva inaugurare un nuovo Medio Oriente. Kabul doveva diventare la dimostrazione della democratizzazione occidentale. Ogni volta la superiorità militare sembrava autorizzare una fantasia politica: poiché possiamo abbattere il vecchio ordine, saremo capaci anche di determinare quello nuovo.

Non funziona così.

E l’Iran, per dimensioni, storia, identità nazionale, struttura sociale e posizione geografica, sarebbe un laboratorio infinitamente più pericoloso.

Per questo oggi la vera alternativa non è tra bombardare Teheran o arrendersi a Teheran. Questa è la falsa alternativa sulla quale prosperano le politiche di potenza.

Esiste una terza strada, molto meno spettacolare e proprio per questo più seria: contenere ciò che rappresenta una minaccia reale, negoziare ciò che è negoziabile, impedire la proliferazione nucleare, proteggere la navigazione e smettere di pretendere di rifare l’Iran secondo il progetto di Washington.

Non significa assolvere la Repubblica islamica. Il regime rimane responsabile della repressione interna, delle sue politiche regionali destabilizzanti e deve rispondere degli obblighi internazionali sul nucleare. Gli stessi testi ricordano che Teheran deve affrontare le proprie crisi sociali ed economiche, riaprire un rapporto con l’AIEA e ricostruire relazioni con i vicini.

Significa semplicemente riconoscere i limiti della forza.

L’Iran non è una minaccia esistenziale agli Stati Uniti. È una sfida regionale capace di danneggiare interessi americani e di destabilizzare un’area decisiva dell’economia mondiale. Questa differenza non diminuisce il problema: lo definisce correttamente.

Per Israele l’equazione è diversa. E proprio perché è diversa Washington dovrebbe smettere di fingere che esista una sola equazione.

Alla fine, il regalo più grande che gli Stati Uniti possono avere fatto alla strategia israeliana non è stato distruggere qualche installazione iraniana. È stato americanizzare il conflitto tra Israele e Iran, assumendone direttamente costi e conseguenze.

Teheran ne è uscita ferita, ma non sconfitta. Israele ne è uscito militarmente più sicuro almeno nel breve periodo. Washington, invece, scopre di dover proteggere lo Stretto, contenere il prezzo del petrolio, difendere basi e alleati, ricostruire una diplomazia che la guerra ha complicato e continuare a sanzionare un regime che quasi mezzo secolo di sanzioni non ha piegato.

Se questa è una vittoria, è una vittoria dalla contabilità singolare.

Le sanzioni americane continueranno a impoverire l’Iran, ma difficilmente lo costringeranno alla resa. Le bombe possono degradarne le forze armate, non cancellarne la geografia né il nazionalismo. Il vero errore di Washington è stato confondere due domande diverse: che cosa deve fare Israele per sentirsi sicuro e che cosa devono fare gli Stati Uniti per esserlo davvero? Finché saranno trattate come una sola domanda, l’America continuerà a combattere guerre che forse servono ai suoi alleati più di quanto servano a sé stessa.