Dieci anni dopo la notte delle 3.36, Amatrice torna a raccogliersi attorno ai suoi morti. La Messa del cardinale Matteo Zuppi, le parole severe e misurate di Sergio Mattarella, la presenza di Giorgia Meloni. Ma dietro le corone, i discorsi e le promesse resta una domanda che non può essere coperta dalla liturgia istituzionale: quanto tempo occorre a uno Stato per restituire una casa, una piazza, una comunità a chi in pochi secondi ha perduto tutto? La ricostruzione finalmente avanza, ma per troppi amatriciani il futuro abita ancora in una casetta provvisoria.

Alle 3.36 il tempo ad Amatrice non passa. Può trascorrere un anno, possono trascorrerne dieci, possono cambiare cinque governi, commissari, leggi, procedure, presidenti del Consiglio. Ma quando la campana comincia a scandire i nomi, il calendario si arrende. Nella notte del 24 agosto 2016 il terremoto spezzò l’Appennino centrale, lasciando 299 morti, 365 feriti e oltre quarantamila sfollati; ad Amatrice furono 239 le vite cancellate. Dieci anni dopo, la comunità ha attraversato ancora una volta in silenzio il paese con le fiaccole accese. Poi sono arrivati la Chiesa e lo Stato: Matteo Zuppi davanti all’altare, Sergio Mattarella con le parole del Quirinale, Giorgia Meloni fisicamente accanto agli amatriciani. Tre linguaggi diversi per una stessa parola: ricostruire. Ma proprio dopo dieci anni quella parola non può più essere soltanto una promessa.

Il cardinale Matteo Zuppi, celebrando nel pomeriggio la Messa ad Amatrice alla presenza della presidente del Consiglio e insieme al vescovo di Rieti Vito Piccinonna, ha pronunciato forse le parole più vere della giornata: «Ricordare fa anche male. Riapre una ferita, suscita le lacrime». Non la retorica della resilienza, dunque, quella parola che noi italiani abbiamo imparato a usare con eccessiva disinvoltura ogni volta che chiediamo a qualcuno di sopportare ciò che le istituzioni non sono riuscite ancora a riparare. Zuppi ha detto qualcosa di più cristiano e, proprio per questo, di più umano: Gesù non proclama beata la sofferenza in quanto sofferenza. Vuole che chi attraversa la durezza della vita incontri consolazione, amore, speranza, futuro. E ha aggiunto una frase che ad Amatrice pesa come le pietre: «Amatrice non c’è più e non c’è ancora».

Non c’è più e non c’è ancora. Forse l’intero decennale sta in queste sette parole.

La fede cristiana non spiritualizza le macerie. Non dice a chi ha perduto una casa che in fondo possiede una dimora nei cieli e dunque può attendere. Il cristianesimo è la religione dell’Incarnazione: prende tremendamente sul serio le case, il pane, le strade, il lavoro, le scuole, gli ospedali, i luoghi nei quali gli uomini abitano. Gesù piange davanti alla tomba di Lazzaro prima ancora di richiamarlo alla vita. Per questo Zuppi ha ricordato che la ricostruzione deve partire dalle persone, ma non ha affatto dispensato dal ricostruire i muri. Al contrario: l’uomo ha bisogno di ritrovare una comunità proprio perché la speranza non sia costretta a vivere indefinitamente dentro un prefabbricato.

Poi è arrivata la voce di Sergio Mattarella. Come spesso accade, senza aggettivi inutili e proprio per questo difficilmente equivocabile. Il terremoto, ha ricordato il presidente della Repubblica, è «una pagina drammatica della storia della Repubblica» e il risanamento deve essere ultimato «nel più breve tempo possibile». Dopo dieci anni, l’espressione assume inevitabilmente il carattere di un ammonimento. Il capo dello Stato non ha negato la complessità della ricostruzione, ma ha indicato una «responsabilità collettiva» nel restituire quella normalità che il sisma aveva spezzato.

Ed è precisamente la parola responsabilità che dovrebbe impedire a questa giornata di diventare l’ennesima fotografia commemorativa.

Perché dieci anni sono un tempo enorme nella vita di un essere umano. Un bambino nato dopo il terremoto oggi frequenta la scuola primaria. Un ragazzo che allora aveva diciotto anni ne ha ventotto. Una persona che ne aveva sessantacinque oggi ne ha settantacinque. La ricostruzione pubblica misura il tempo in ordinanze, stati di avanzamento, conferenze di servizi e milioni stanziati. La vita lo misura in compleanni, figli, anziani che muoiono, attività che chiudono, famiglie che se ne vanno. Ed è qui che nasce la distanza dolorosa tra il tempo amministrativo e il tempo umano.

I numeri spiegano perché nessuno possa più accontentarsi delle formule. I dati della struttura commissariale mostrano che il ritmo è effettivamente aumentato: ad Amatrice risultano 828 interventi privati attivati e 348 cantieri completati; 1.628 edifici sono stati recuperati e circa il 72 per cento degli immobili danneggiati è ormai entrato nel percorso della ricostruzione. Sono risultati reali e sarebbe ingiusto negarli. Ma la stessa fotografia racconta l’altra metà della verità: migliaia di edifici attendono ancora, il centro storico resta un enorme cantiere e opere decisive — dall’ospedale al municipio, dalle chiese alle infrastrutture — non sono ancora definitivamente restituite alla comunità.

Se poi dal linguaggio amministrativo si passa a quello delle persone, il quadro diventa ancora più impietoso. Secondo i dati raccolti da Reuters alla vigilia del decennale, soltanto il 38 per cento degli immobili danneggiati di Amatrice risulta effettivamente ripristinato e circa mille persone, una quota enorme della popolazione residente, vivono ancora negli alloggi prefabbricati. Il ritmo dei lavori è cresciuto, le gru finalmente sono numerose, case nuove ricompaiono tra i vuoti. Ma dopo 3.651 giorni, chiamare ancora “emergenziale” l’abitazione di chi vi trascorre la propria vita rischia di diventare una contraddizione in termini.

Giorgia Meloni, arrivata ad Amatrice per la deposizione della corona e per la Messa di Zuppi, ha riconosciuto senza infingimenti che ci sono stati «troppi rinvii e false partenze». Rivendica un cambio di passo impresso dal suo governo e sostiene che contributi, liquidazioni e investimenti pubblici testimonino un’accelerazione. Anche questo va riconosciuto: il giudizio sulla ricostruzione non può trasformarsi in un esercizio di faziosità retroattiva, attribuendo a un solo governo dieci anni di ritardi. Cinque esecutivi, sistemi normativi cambiati, burocrazia, contenziosi, pandemia, aumento dei prezzi e carenza di manodopera hanno prodotto una macchina mostruosamente complessa. Meloni dice che «molto è stato fatto, ma altrettanto resta da fare» e individua nella rinascita dell’Appennino centrale l’obiettivo comune.

È precisamente su quell’altrettanto resta da fare che bisogna fermarsi.

Non per attaccare Meloni, ma per prendere sul serio Meloni. Un presidente del Consiglio che visita Amatrice dieci anni dopo il terremoto non può essere considerato responsabile di ciò che non è stato fatto nel 2017, nel 2018 o nel 2020. Ma dal momento in cui assume su di sé la promessa di accelerare, diventa responsabile del tempo che verrà. Il decennale segna dunque una cesura: da domani non sarà più sufficiente raccontare quanto fosse lenta la ricostruzione prima. Bisognerà dimostrare quanto veloce può diventare adesso.

E soprattutto bisognerà capire che ricostruire Amatrice non significa soltanto rimettere una pietra sopra l’altra.

Un paese perfettamente ricostruito ma senza giovani, senza lavoro, senza negozi, senza famiglie e senza servizi sarebbe un magnifico museo del fallimento. Zuppi ha allargato infatti lo sguardo a quello che ha chiamato l’altro terremoto delle aree interne: un terremoto «silenzioso», fatto di spopolamento e invecchiamento. Il vice presidente della CEI, monsignor Gianpiero Palmieri, lo ha detto in maniera ancora più esplicita: se questi territori si svuotano, «ci perdiamo tutti».

È questa la questione politica che Amatrice pone all’Italia. Che cosa vogliamo fare dell’Appennino? Custodire qualche borgo come cartolina per il fine settimana oppure renderlo nuovamente abitabile? Perché abitabile significa connessione, scuole, sanità, strade, imprese, agricoltura, turismo intelligente, servizi pubblici. Significa che un giovane deve poter scegliere di rimanere senza essere considerato un eroe o un eccentrico. Significa che la montagna non può esistere soltanto quando brucia, frana o trema.

Il terremoto naturale durò pochi secondi. Quello demografico dura da decenni.

E forse c’è qualcosa di profondamente evangelico nella caparbietà di chi continua a rimanere. Non la retorica dell’eroe, ma quella biblica del resto: uomini e donne che custodiscono una terra quando tutto sembra suggerire di abbandonarla. Sono loro ad avere impedito che Amatrice diventasse soltanto il nome di una tragedia. Sono rimasti quando le telecamere se ne andavano; hanno aperto ristoranti tra le gru, accompagnato i bambini a scuola, seppellito gli anziani, festeggiato matrimoni, celebrato Messe nelle strutture provvisorie. Hanno fatto ciò che fa sempre una comunità viva: hanno continuato.

Per questo il dolore di oggi non chiede compassione. Chiede giustizia.

La corona deposta davanti al monumento ai caduti vale se trova il proprio prolungamento nel cantiere. La parola di Mattarella vale se diventa responsabilità dello Stato. La presenza di Meloni vale se il cambio di passo diventa finalmente irreversibile. La Messa di Zuppi, invece, ricorda a tutti qualcosa che la politica rischia continuamente di dimenticare: le pietre servono alle persone. Non si ricostruisce un paese per completare una pratica amministrativa, ma perché qualcuno possa tornare ad aprire una finestra, riconoscere una strada, sentire le campane della propria chiesa, dire finalmente la parola più semplice e più grande: casa.

Dieci anni dopo, Amatrice ha ancora bisogno di poterla pronunciare.

E per questo la giornata del 24 agosto 2026 non dovrebbe chiudersi con l’ultima autorità che sale sull’automobile blu. Dovrebbe cominciare proprio allora.

Perché il terremoto non può essere fermato. Il ritardo sì.

 Zuppi ha ricordato che «Amatrice non c’è più e non c’è ancora». Mattarella ha chiesto di ultimare il risanamento nel più breve tempo possibile. Meloni riconosce rinvii e false partenze e rivendica un’accelerazione che i dati, almeno in parte, confermano. Ma dieci anni dopo restano case da ricostruire, persone nei prefabbricati e un’intera comunità sospesa tra memoria e futuro. La fede consola il dolore; non lo usa per giustificare l’attesa. E uno Stato degno di questo nome onora i morti soprattutto quando restituisce ai vivi il diritto di tornare a casa.