Pompei è un messaggio di riscatto dove un avvocato posò il suo sguardo e trasformò tutto
C’è un uomo che meriterebbe di essere molto più conosciuto di quanto non sia, almeno fuori dai circoli devozionali e dagli studi di storia della Chiesa. Si chiamava Bartolo Longo. Era nato nel 1841 a Latiano, in Puglia, figlio di un medico, studente di legge a Napoli, e per qualche anno della sua giovinezza aveva attraversato le acque torbide dello spiritismo e dell’anticlericalismo che agitavano l’Italia del Risorgimento. Poi era tornato. Poi era arrivato a Valle di Pompei.
Ciò che trovò lì, nel 1872, non aveva nulla di romantico. Una terra malarica, poverissima, flagellata dai briganti, abitata da contadini che la miseria aveva consumato fino all’osso. Una chiesa cadente. Un’immagine della Madonna del Rosario trasportata su un carro da letame, secondo la leggenda — e le leggende, quando resistono, di solito custodiscono una verità più profonda della cronaca. Bartolo Longo aveva trentun anni. Aveva in mano poco più di nulla.
Quello che fece in quel luogo, nei decenni successivi, è uno di quei fenomeni che la storia sociale e la storia religiosa faticano a classificare perché appartengono a entrambe — e a nessuna delle due pienamente.
Leone XIV lo ha canonizzato il 19 ottobre scorso. E ieri, primo giorno della sua visita pastorale a Pompei e Napoli, è andato a incontrare le persone accolte nelle Opere di carità del Santuario — bambini, giovani, famiglie difficili, volontari, educatori — in quella Sala Luisa Trapani che già nel nome porta il segno di una storia di donne che hanno costruito qualcosa con le mani nude.
Il Papa ha citato una frase di Bartolo Longo che vale la pena fermarsi a sentire: egli chiamava Valle di Pompei “luogo dell’amore che scalda il cuore”, “trionfo di fede e carità” — virtù che definiva “due ali congiunte in un medesimo volo”. Non una senza l’altra. Non la preghiera senza l’opera, non l’opera senza la preghiera. Una sintesi che — chi ha letto le pagine precedenti di questo giornale lo saprà — Ricœur avrebbe riconosciuto con ammirazione: la logica della sovrabbondanza che trova forma storica nelle istituzioni.
Perché Pompei conta, nel mondo. Non solo per i cattolici, non solo per gli italiani.
Il Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei riceve ogni anno milioni di pellegrini da ogni continente. Non è un turismo religioso nel senso consumistico del termine — o non lo è soltanto. È qualcosa di più antico e più misterioso: il bisogno umano, universale e inestinguibile, di andare in un posto dove si crede che qualcosa di vero accada. Dove la preghiera non sia solo parole dette nel vuoto ma contatto con una presenza.
Il Rosario — la preghiera mariana per eccellenza, strutturata nei suoi misteri come un percorso contemplativo sulla vita di Cristo — è in questo senso molto di più di una devozione particolare. È una forma del pensiero spirituale. È il modo in cui milioni di persone, per secoli, hanno imparato a stare davanti al mistero senza esserne sopraffatti: nominandolo lentamente, ripetutamente, ritmicamente, come si fa con le cose grandi che non si possono abbracciare tutto d’un colpo. Giovanni Paolo II, nella sua lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae — citata ieri anche da Leone XIV — scrisse che il Rosario è contemplazione di Cristo con gli occhi di Maria: un modo di vedere che aggiunge alla ragione la tenerezza, alla teologia l’amore materno.

Bartolo Longo capì, con un’intuizione che aveva qualcosa di geniale oltre che di spirituale, che questo tipo di preghiera non poteva essere separato da questo tipo di presenza umana. Che contemplare i misteri della vita di Cristo — la nascita, il ministero, la passione, la risurrezione — e poi uscire dal santuario e ignorare l’orfano, il figlio del carcerato, il ragazzo cresciuto senza futuro, sarebbe stato non solo ipocrita ma internamente contraddittorio. Non si può pregare davanti al mistero dell’Incarnazione e poi trattare l’uomo come se non fosse carne.
Le Opere che costruì sono lì, ancora, a dimostrarlo. I Centri educativi. Le Case Famiglia. La Mensa per i poveri — intitolata oggi a Papa Francesco, in un gesto di continuità che dice molto sulla coscienza storica della Chiesa locale. Istituti per i figli dei carcerati, che all’epoca erano considerati — letteralmente — perduti in partenza, destinati alla stessa sorte dei padri. A chi glielo faceva osservare, Bartolo rispondeva con una certezza che non era ingenuità ma esperienza: “l’amore può spingere al bene anche i ragazzi più difficili”.
È una frase che dovrebbe essere incisa sulle porte di ogni tribunale per i minori, di ogni centro di detenzione, di ogni politica penale che si rispetti. Non come slogan romantico, ma come promemoria empirico: la recidiva cala quando il trattamento è umano; le vite cambiano quando qualcuno ci crede davvero; il determinismo sociale non è un destino ma una statistica — e le statistiche si cambiano con la volontà e con le risorse.
Bartolo Longo lo sapeva nel 1872, senza dati, senza studi di criminologia, senza finanziamenti europei. Lo sapeva perché aveva letto il Vangelo con attenzione e perché aveva incontrato persone reali.
La canonizzazione di ottobre è stata un atto che ha il suo peso simbolico preciso, e vale la pena dirlo chiaramente. La Chiesa canonizza quando vuole indicare un modello — non un modello irraggiungibile da contemplare a distanza, ma un modello imitabile, una via percorribile. Canonizzare Bartolo Longo significa dire: questo è il modo in cui si può fare. Non occorre essere teologi, non occorre essere vescovi. Occorre arrivare in un posto devastato, vedere il volto di Cristo in chi soffre, e cominciare a costruire — con la preghiera e con i mattoni, con la devozione mariana e con le scuole per i figli dei carcerati.
È un messaggio che ha qualcosa di deliberatamente controcorrente in un’epoca che tende a separare la spiritualità dall’impegno sociale, o peggio a contrapporre i due. Da un lato ci sono quelli che vogliono la Chiesa pura, liturgica, verticale, lontana dalle “contaminazioni” del sociale. Dall’altro ci sono quelli che vogliono la Chiesa impegnata nel mondo ma preferibilmente senza troppa preghiera, senza troppa Maria, senza troppa trascendenza. Bartolo Longo è la confutazione vivente — e ora glorificata — di entrambe le posizioni. Le due ali, come diceva lui, “congiunte in un medesimo volo”.
Leone XIV ha detto ai ragazzi delle Case Famiglia di confidare in Gesù, “l’Amico che non ci abbandona né ci respinge mai”. È una frase semplice, quasi elementare. Ma chi conosce le storie di quei ragazzi — cresciuti spesso nell’abbandono, nel rifiuto, nella violenza domestica o nell’indifferenza dello Stato — sa che quella semplicità è carica di una precisione quasi chirurgica. La ferita di molte vite difficili è esattamente quella: qualcuno li ha abbandonati, qualcuno li ha respinti. Dire loro che esiste qualcuno che non lo fa mai non è retorica consolatoria. È, se viene creduto, la cosa più rivoluzionaria che si possa dire a un essere umano ferito.
Poi il Papa ha aggiunto: “Il nostro mondo ne ha tanto bisogno, e voi, che ben la conoscete, potete esserne i testimoni più convincenti.”
Non i testimoni più istruiti. Non i più eloquenti. I più convincenti. Perché la testimonianza che convince viene dall’esperienza, non dalla dottrina. Viene da chi ha vissuto qualcosa e può dire: è vero, l’ho visto, mi è capitato.
Pompei è questo, nel profondo. Non solo una città archeologica di fama mondiale, non solo un santuario mariano di richiamo internazionale. È il luogo dove, centocinquant’anni fa, un ex studente di legge convertito ha deciso che la fede e la carità non potevano volare separatamente. E ha costruito, mattone su mattone e Ave Maria su Ave Maria, qualcosa che ancora regge.
San Bartolo Longo, prega per noi — come dice l’invocazione finale del Papa. Ma anche: San Bartolo Longo, ricordaci che si può fare.

