Futuro Nazionale intercetta questioni che il mondo progressista ha troppo spesso consegnato alla destra: vita nascente, famiglia, denatalità, cure palliative. Ma il richiamo alle “radici cristiane” entra in collisione con remigrazione, patriarcato, discriminazioni e una concezione muscolare della società. La dottrina sociale della Chiesa non consente né il cristianesimo identitario della destra né una sinistra che dimentichi il più fragile degli esseri umani.

Il programma di Roberto Vannacci merita qualcosa di più serio dell’insulto e qualcosa di più esigente dell’applauso. Definirlo, come ha fatto Alessandro Zan, «ai limiti del nazismo» può servire alla polemica politica, ma non aiuta a capire il problema. Perché nella seconda parte della Base ideologica e programmatica di Futuro Nazionale ci sono affermazioni che un cattolico non può liquidare come rigurgiti oscurantisti: la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, il rifiuto dell’eutanasia e del suicidio assistito, l’applicazione della legge sulle cure palliative, il sostegno economico alla maternità, il riconoscimento della gravità della crisi demografica italiana. Vannacci propone persino un Ministero della Vita, della famiglia naturale e dell’identità, la presenza delle associazioni pro-life nei consultori, le culle per la vita negli ospedali e una politica fiscale decisamente orientata alle famiglie con figli. Sono temi reali. E sarebbe un grave errore per un cattolico negarli soltanto perché a porli è Vannacci.

Il problema comincia quando Vannacci pretende di chiamare “cristiana” l’intera architettura politica dentro la quale colloca quelle proposte. La dottrina sociale della Chiesa non è infatti un catalogo dal quale scegliere il concepito, la famiglia e la maternità scartando lo straniero, il povero, il diverso o il nemico. Giovanni Paolo II lo scrive nell’Evangelium vitae con una formula che dovrebbe impedire ogni appropriazione selettiva: il Vangelo dell’amore di Dio per l’uomo, il Vangelo della dignità della persona e il Vangelo della vita sono «un unico e indivisibile Vangelo». E quando elenca le aggressioni alla vita, non parla soltanto di aborto ed eutanasia: vi comprende la miseria, la fame, la guerra, le condizioni infraumane di vita, le deportazioni, lo sfruttamento del lavoro, ogni situazione nella quale l’uomo venga trasformato da persona in mezzo. Essere pro-life, dunque, per un cattolico è molto più impegnativo che essere anti-aborto.

È qui che il programma di Futuro Nazionale mostra la sua contraddizione più profonda.

Nello stesso documento che rivendica le «radici cristiane», si sostiene che il numero degli stranieri presenti in Italia sia «eccessivo», si propone la remigrazione anche dei migranti regolari, si parla di assimilazione obbligatoria, si prospetta lo stop ai ricongiungimenti familiari e si arriva a descrivere la presenza immigrata attraverso categorie identitarie che fanno riferimento persino a una comunità «di diritto e di sangue». Ora, si può essere contrari all’immigrazione irregolare, chiedere frontiere controllate, pretendere integrazione, rispetto delle leggi e politiche migratorie sostenibili senza violare in nulla la dottrina cattolica. Ma Fratelli tutti afferma altrettanto chiaramente che il migrante possiede la stessa dignità intrinseca di qualsiasi altra persona e giudica «inaccettabile» che i cristiani facciano prevalere preferenze politiche sull’inalienabile dignità dell’uomo indipendentemente da origine, colore o religione. Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa va persino oltre: riconosce la legittimità della regolazione dei flussi, ma chiede che gli immigrati siano accolti come persone, integrati nella vita sociale e che venga rispettato e promosso il ricongiungimento familiare. Difendere la “famiglia naturale” italiana e contemporaneamente spezzare per principio quella dello straniero è una contraddizione difficilmente risolvibile invocando il cristianesimo.

Lo stesso vale per il cosiddetto «patriarcato mediterraneo». Si può discutere, anche giuridicamente, sull’opportunità di una specifica fattispecie penale di femminicidio: il diritto penale non è materia di fede e nessuna soluzione legislativa è dogma. Ma trasformare quella discussione nella riabilitazione culturale del patriarcato significa allontanarsi dall’antropologia cristiana, non difenderla. 

Dignitas infinita ricorda l’uguale dignità dell’uomo e della donna, chiede parità effettiva dei diritti, tutela della lavoratrice madre e strumenti legislativi contro la violenza, fino ad affermare esplicitamente che il femminicidio non sarà mai condannato abbastanza. La famiglia cristiana non è il maschio forte che domina le passioni e protegge una donna collocata sotto la sua tutela: è reciprocità, dono, responsabilità condivisa, comunione di persone. San Paolo non consegna alla politica del XXI secolo una licenza per il patriarcato; consegna agli sposi il criterio infinitamente più esigente dell’amore oblativo.

Anche sul terreno Lgbt occorre uscire dalle caricature. La Chiesa non ha abbracciato la teoria gender. Al contrario, Dignitas infinita ne critica esplicitamente gli esiti antropologici e ribadisce il significato della differenza sessuale tra uomo e donna. Ma poche righe prima lo stesso documento afferma che ogni persona, indipendentemente dall’orientamento sessuale, deve essere rispettata nella propria dignità e che va evitato «ogni marchio di ingiusta discriminazione», insieme a qualsiasi aggressione o violenza. La posizione cattolica, dunque, è più difficile delle guerre culturali: può contestare un’ideologia senza trasformare le persone in nemici. Una politica cristianamente ispirata non ha bisogno di cancellare nessuno dalla scena pubblica per affermare la propria antropologia.

C’è poi la curiosa combinazione tra educazione militare nelle scuole, soldati dispiegati nelle aree urbane degradate e, nello stesso tempo, opposizione di Vannacci all’obiettivo Nato del 5 per cento del Pil e al piano europeo Safe. Non siamo dunque davanti a un militarismo lineare. E riconoscere il diritto di una comunità politica alla difesa è perfettamente compatibile con la dottrina sociale. Ma quando il degrado sociale viene letto prevalentemente attraverso la categoria del controllo, la distanza dall’approccio cristiano torna ad apparire. Una periferia non si salva soltanto mettendovi un soldato: si salva con scuola, lavoro, famiglie sostenute, associazionismo, servizi, presidio dello Stato e ricostruzione dei legami comunitari. Fratelli tutti mette in guardia proprio dalla tentazione di cercare nella forza soluzioni a problemi che hanno radici molto più profonde. La sicurezza è un bene comune; la militarizzazione della questione sociale è un’altra cosa.

Dove Vannacci tocca invece un nervo scoperto della politica italiana è la natalità. Qui non servono etichette. Servono numeri. Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14; nei primi tre mesi del 2026 le nascite sono diminuite ancora del 2,4 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non è propaganda della destra: è una crisi strutturale della società italiana. Un Paese che non genera più figli perde lentamente scuole, lavoratori, contribuenti, comunità e futuro. Per questo l’idea di un vero Ministero per la Vita e la Natalità non dovrebbe essere liquidata con una risata progressista. Anzi, potrebbe essere una proposta nazionale, sottratta alla guerra identitaria: un ministero con risorse e competenze reali su politiche familiari, maternità, paternità, conciliazione fra lavoro e famiglia, casa, asili nido, fiscalità, sostegno alle gravidanze difficili, disabilità, adozione, affido e cure palliative. Un Ministero della Vita, però, non dell’identità: perché la vita non ha passaporto, colore politico o pedigree etnico.

E proprio qui la sinistra dovrebbe interrogarsi. Per quale ragione la tutela della vita nascente è stata progressivamente consegnata alla destra? Che cosa vi sarebbe di “reazionario” nel sostenere una donna perché possa non abortire per paura di perdere il lavoro, perché non riesce a pagare l’affitto, perché è stata abbandonata dal padre del bambino o perché non vede intorno a sé una rete capace di sostenerla? Persino la legge 194, così spesso trasformata in una bandiera ideologica, all’articolo 1 afferma che lo Stato «riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio»; e all’articolo 5 assegna ai consultori il compito di aiutare la donna a rimuovere le cause economiche, sociali o familiari che potrebbero portarla all’interruzione della gravidanza, sostenendola durante la gravidanza e dopo il parto. Prendere sul serio queste parole non significa criminalizzare le donne. Significa impedire che la libertà diventi il nome elegante della solitudine.

Da questo punto di vista l’uscita di Giuseppe Conte contro gli eccessi della cultura woke è più interessante di quanto possa sembrare. Conte ha scritto che il woke non può diventare una «religione morale autoreferenziale» della sinistra e che una forza progressista dovrebbe tornare alle disuguaglianze, ai sottopagati, agli operai, ai piccoli imprenditori e alle classi medie impoverite. È una crepa importante in un conformismo che per anni ha fatto coincidere il progresso con il vocabolario dei diritti individuali. Ma occorrerebbe avere il coraggio di andare fino in fondo. Se la sinistra vuole tornare dalla parte dei fragili, perché il bambino non ancora nato dovrebbe essere escluso dalla categoria dei fragili? E se vuole combattere le diseguaglianze materiali, perché non dovrebbe considerare una sconfitta sociale ogni gravidanza interrotta perché una donna non disponeva di reddito, casa, lavoro, assistenza o speranza?

Qui potrebbe nascere una politica nuova. Non quella che mette la donna contro il concepito, né quella che agita il concepito contro la donna. La madre e il figlio non sono due eserciti nemici. Sono due vite affidate, in maniera diversa, alla responsabilità della comunità. Il contrario dell’aborto non è la punizione: è una società nella quale nessuna donna debba pensare che per continuare a lavorare, studiare, pagare un mutuo o semplicemente vivere dignitosamente sia necessario rinunciare al proprio figlio. È questo il terreno sul quale una sinistra davvero sociale potrebbe incontrare una cultura della vita senza convertirsi alla destra e senza rinnegare la propria storia.

Vannacci, insomma, pone alcune domande che sarebbe puerile censurare. Ma offre risposte nelle quali il cristianesimo rischia di diventare un aggettivo dell’identità nazionale anziché una misura universale della dignità umana. Non basta difendere il bambino prima della nascita se poi lo straniero diventa una presenza da ridurre, il migrante una variabile di sicurezza, la famiglia immigrata un legame sacrificabile, la donna una figura da ricollocare dentro un patriarcato rassicurante e la periferia un territorio da presidiare militarmente. Ma è altrettanto incoerente proclamare la difesa di ogni minoranza e di ogni vulnerabile lasciando fuori dal perimetro della solidarietà proprio l’essere umano che non possiede voce, voto, reddito né capacità di manifestare.

La dottrina sociale della Chiesa disturba precisamente perché non appartiene né a Vannacci né alla sinistra. Impedisce alla destra di usare il crocifisso come frontiera e impedisce alla sinistra di considerare la vita nascente un affare privato. Chiede di tenere insieme ciò che l’ideologia separa: il concepito e il migrante, la madre e il povero, la famiglia e il lavoratore, il disabile e l’anziano, la sicurezza e l’accoglienza, la libertà e la responsabilità. È questa la vera politica della vita.

 L’Italia ha davvero bisogno di una grande politica per la vita e la natalità. Ma proprio perché la vita è una cosa troppo seria per essere lasciata a Vannacci, non può diventare una bandiera della sola destra. E proprio perché la dignità umana è indivisibile, chi si richiama al cristianesimo non può proteggerla nel grembo materno e restringerla alla frontiera. La sfida che resta aperta è costruire una cultura politica capace di dire contemporaneamente due cose che oggi sembrano proibite: nessun essere umano è uno scarto, e questo vale dal concepimento fino all’ultimo respiro.