Anna Rosa aveva quattro anni e non era vaccinata. La difterite, che in Italia sembrava consegnata ai manuali di storia della medicina, è tornata a uccidere. Il caso di Palermo impone una riflessione che va oltre la cronaca e oltre la contrapposizione ideologica tra “pro-vax” e “no-vax”: i vaccini non sono dogmi né talismani, ma una delle più grandi forme di amicizia dell’uomo verso l’uomo che la scienza abbia prodotto. Trasformarli improvvisamente nella spiegazione universale di autismo, tumori, malattie e oscuri complotti significa dimenticare perché certe malattie non le vedevamo più. E ora i danni di quella dimenticanza cominciano a essere visibili.

 La difterite ha un nome antico. Apparteneva, per molti italiani, allo stesso repertorio remoto della poliomielite, dei sanatori, dei bambini dentro i polmoni d’acciaio e delle fotografie in bianco e nero delle epidemie. Poi a Palermo è morta Anna Rosa Bartolotta, quattro anni e mezzo. Non era stata vaccinata contro la difterite; anche gli altri figli della famiglia risultavano non vaccinati. La Procura ha iscritto i genitori nel registro degli indagati per omicidio colposo per omissione e l’autopsia dovrà precisare definitivamente dinamica clinica e responsabilità. Nel frattempo un cuginetto è risultato positivo al batterio: è ricoverato, ma sta migliorando e gli esami hanno evidenziato anticorpi antidifterici protettivi. È una storia davanti alla quale sarebbe indecente gridare vittoria contro qualcuno. C’è una bambina morta. Bisogna invece avere il coraggio di domandarsi come siamo arrivati al punto in cui una conquista che aveva sottratto milioni di esseri umani alla morte sia diventata, per una parte della società, il sospettato numero uno di quasi ogni male contemporaneo.

La prima parola, cristianamente, dovrebbe essere pietà. Pietà per Anna Rosa. Pietà per una famiglia precipitata dentro una tragedia che nessuna sentenza restituirà indietro. E proprio per questo nessuna gogna. La giustizia stabilirà se esistono responsabilità penalmente rilevanti; la medicina ricostruirà la catena causale; l’indagine epidemiologica dell’Asp cerca intanto il possibile paziente zero e tutti i contatti. Un giornale non deve sostituirsi al tribunale.

Ma la pietà cristiana non è la rinuncia alla verità.

E la verità è che la bambina non era vaccinata contro una malattia per la quale esiste da decenni una prevenzione altamente efficace. In Italia l’antidifterica è una delle vaccinazioni obbligatorie dell’infanzia; il vaccino viene normalmente somministrato nell’esavalente e l’Istituto Superiore di Sanità ricorda che, completato il ciclo previsto, offre una protezione pressoché totale. L’Organizzazione mondiale della sanità definisce la difterite una malattia prevenibile con la vaccinazione e avverte che, nei non immunizzati e senza trattamento adeguato, può essere letale in circa il 30 per cento dei casi, con rischio particolarmente elevato nei bambini piccoli.

Non sono opinioni.

E forse è proprio da qui che dovremmo ripartire, dopo anni nei quali la parola “vaccino” è stata trasformata da strumento medico in identità politica.

La pandemia ha lasciato ferite profonde. Ci sono state comunicazioni istituzionali sbagliate, semplificazioni, arroganze, promesse formulate con eccessiva sicurezza e decisioni pubbliche che possono e devono essere discusse. La scienza stessa vive del dubbio metodico e nessun farmaco è privo di possibili effetti avversi. L’Istituto Superiore di Sanità lo dice esplicitamente: i vaccini, come tutti i medicinali, non sono esenti da rischi, anche se le reazioni serie sono rare e, nel caso delle vaccinazioni raccomandate, il rischio della malattia è assai maggiore.

Questa precisazione è fondamentale perché la risposta alla superstizione non può essere un’altra superstizione. Un vaccino non è acqua benedetta. È un prodotto medico che deve essere studiato, autorizzato, sorvegliato, migliorato e, quando necessario, criticato.

Ma una cosa è vigilare sulla medicina. Un’altra è costruire una religione del sospetto.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una singolare metamorfosi culturale. Vaccini che per generazioni erano considerati una delle conquiste più evidenti della civiltà sanitaria sono improvvisamente diventati, in alcune narrazioni, responsabili di quasi tutto: autismo, infertilità, tumori, malattie neurologiche, morti improvvise, modificazioni genetiche, perfino oscuri programmi di controllo delle popolazioni. Il passaggio logico è impressionante: quando una malattia scompare grazie alla vaccinazione, smettiamo di temere la malattia e cominciamo a temere il vaccino.

È il paradosso del successo della prevenzione.

Nessun giovane genitore italiano ha visto una corsia piena di bambini soffocati dalla difterite. Pochissimi hanno incontrato un coetaneo costretto per tutta la vita dalle conseguenze della poliomielite. Il vaccino diventa così vittima della propria vittoria: poiché ha fatto sparire il nemico, possiamo convincerci che il nemico non sia mai esistito.

Palermo ci costringe brutalmente a ricordare che esiste.

C’è poi un particolare di questa vicenda che dovrebbe farci riflettere senza trasformarlo in un’arma contro una famiglia. Secondo quanto riferito agli inquirenti, i genitori avrebbero collegato la loro contrarietà alle vaccinazioni alla convinzione che l’autismo di un parente fosse stato provocato da un vaccino. È uno dei fantasmi più resistenti della medicina contemporanea.

Eppure sul punto la conoscenza scientifica non è ambigua. Nel dicembre 2025 il comitato globale dell’OMS sulla sicurezza vaccinale ha riesaminato 31 studi pubblicati in quindici anni e ha nuovamente concluso che non esiste evidenza di un rapporto causale tra vaccini e autismo.

Ecco allora il dramma della disinformazione: non rimane dentro uno smartphone.

Prima è un post. Poi diventa una convinzione. Poi diventa una scelta. E qualche volta la scelta incontra un batterio.

È a quel punto che scopriamo come il confine tra una teoria apparentemente innocua condivisa sui social e la vita reale possa essere terribilmente sottile.

Per questo parlare dei danni prodotti dalla cultura no-vax non significa insultare le persone che hanno paura dei vaccini. Significa distinguere la paura, che va ascoltata, dall’industria della paura, che va contestata. Ci sono madri e padri sinceramente inquieti, spesso bombardati da informazioni contraddittorie e incapaci di distinguere una pubblicazione scientifica da un video ben montato. E poi esistono influencer, professionisti della disinformazione e imprenditori del sospetto che hanno costruito notorietà trasformando ogni coincidenza temporale in causalità scientifica.

«È successo dopo il vaccino» diventa «è successo a causa del vaccino». Fra quelle due frasi passa quasi tutta l’epidemiologia moderna. E passa anche una grande questione morale.

Perché la vaccinazione non riguarda soltanto me. Questa è forse la parte del discorso che il cristianesimo può comprendere meglio di una società fondata sull’individuo sovrano. Io non sono un’isola biologica. Respiro l’aria degli altri, posso trasmettere un batterio senza saperlo, vivo accanto a neonati, anziani, malati oncologici, immunodepressi, persone nelle quali una vaccinazione può avere efficacia ridotta o essere controindicata.

La salute possiede una dimensione comunitaria.

Vaccinarsi, quando è indicato e non vi sono controindicazioni, può diventare allora una singolare forma di amicizia con l’umanità.

Non perché lo Stato debba entrare senza limiti nel corpo del cittadino. Non perché l’industria farmaceutica sia infallibile. Non perché il medico debba sostituirsi alla coscienza. Ma perché la libertà cristianamente intesa non coincide mai con il diritto di comportarsi come se gli altri non esistessero.

«Nessuno si salva da solo» non è soltanto una bella frase per le giornate della fraternità. È epidemiologia.

Il vaccino ha qualcosa di profondamente anti-individualistico: io compio un gesto sul mio corpo che protegge anche corpi che non conosco. Una parte del vantaggio ritorna a me; un’altra entra invisibilmente nella comunità. È una delle rare circostanze in cui un atto sanitario personale produce direttamente un bene comune.

Questo non significa beatificare la tecnologia. Il cristianesimo non ha mai adorato la scienza. Ma proprio per questo può amarla senza farne un idolo. La ragione, la ricerca, il medico che studia, il biologo che identifica un patogeno, la donna o l’uomo che trascorrono anni in laboratorio per impedire a un bambino di morire appartengono alla stessa storia dell’intelligenza umana che il credente riconosce come dono e responsabilità.

I vaccini sono una parte di questa storia. Non l’unica. Non perfetta. Non infallibile. Ma straordinaria.

L’OMS ricorda che le vaccinazioni pediatriche hanno salvato almeno 154 milioni di vite negli ultimi cinquant’anni. Centocinquantaquattro milioni. È difficile perfino immaginare una moltitudine simile. Sono città intere, generazioni, famiglie che esistono perché una malattia non ha avuto l’ultima parola.

E tuttavia il successo crea smemoratezza.

Nel 2025, a livello mondiale, circa 13,5 milioni di bambini non hanno ricevuto nemmeno una vaccinazione nel loro primo anno di vita. La copertura completa contro difterite, tetano e pertosse si è fermata all’85 per cento. L’OMS avverte che proprio le sacche di sottovaccinazione consentono alla difterite di tornare a circolare e produrre focolai.

La storia sanitaria non procede dunque soltanto in avanti. Può anche tornare indietro. Una malattia non è sconfitta perché abbiamo smesso di pronunciarne il nome. È sconfitta finché continuiamo a fare ciò che l’ha fatta scomparire.

Anna Rosa non deve diventare un manifesto. Sarebbe una seconda violenza usare il volto di una bambina per regolare conti politici con i no-vax. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile archiviare la sua morte come una fatalità priva di significato pubblico.

A Palermo, dopo la notizia, le vaccinazioni con l’esavalente sono immediatamente aumentate. È il meccanismo antico della paura: ciò che ieri sembrava pericoloso diventa improvvisamente desiderabile quando ricompare la malattia vera.

E questa è forse la parte più amara della storia. Avevamo i libri. Avevamo i dati. Avevamo i medici. Avevamo decenni di epidemiologia. Avevamo perfino la memoria dei nostri nonni. Non avrebbe dovuto essere necessaria la morte di una bambina.

Il caso di Palermo non autorizza nessuna caccia al no-vax e non dispensa la giustizia dal verificare con rigore ogni responsabilità. Ma obbliga la società a uscire dalla comoda equivalenza tra competenza scientifica e opinione social. I vaccini possono essere studiati, discussi e sorvegliati; non possono essere trasformati nel capro espiatorio universale delle nostre paure senza conseguenze. Quelle conseguenze hanno di nuovo i nomi antichi di difterite, morbillo, pertosse e poliomielite. La civiltà aveva costruito contro di esse una straordinaria forma di amicizia fra sconosciuti: ciascuno protegge se stesso e, insieme, custodisce l’altro. Quando spezziamo questa alleanza, i primi a pagare non sono le ideologie. Sono i più piccoli.