Leone XIV commissaria la Casa Sollievo della Sofferenza. Cento milioni di debiti, una gestione opaca e la domanda che San Giovanni Rotondo si porta dietro da decenni: può un ospedale costruito sulla santità fare i conti con il mercato?

“Stiamo tentando in tutti i modi di risolvere il problema
e aiutare l’ospedale a uscire dalle difficoltà in cui si trova.”

— Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, gennaio 2026

C’è qualcosa di quasi simbolicamente perfetto nel fatto che sia toccato a Leone XIV — il Papa che prima di diventare pontefice era matematico, e che si vanta di saper leggere da solo un budget — mettere mano ai conti dell’ospedale fondato dal santo dei miracoli. Padre Pio da Pietrelcina, le stimmate, le folle di pellegrini, la mistica del dolore offerto. E poi: cento milioni di debiti, fornitori non pagati, medici e infermieri in agitazione, l’arcivescovo locale che minaccia le dimissioni se non si trova una soluzione. La Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo è, da decenni, la croce e la delizia del Vaticano. Ora Leone XIV ha deciso che è il momento di fare la croce soltanto — e di togliersi la delizia di rimandare il problema all’anno successivo.

Un commissariamento che non si chiama commissariamento

Con il linguaggio diplomatico che è cifra stilistica della Curia romana, il provvedimento di Leone XIV non si chiama commissariamento. Si chiama istituzione di una «commissione di indirizzo e vigilanza». Ma i poteri che le vengono attribuiti dal chirografo papale non lasciano spazio a interpretazioni: la commissione può modificare gli statuti della fondazione, firmare contratti, interagire con le amministrazioni pubbliche italiane, chiamare consulenti esterni, accedere a tutti i dati e i documenti. Può fare, in sostanza, tutto quello che fa un commissario straordinario — con la differenza che si chiama in modo più rassicurante per chi lavora lì dentro e teme per il proprio posto.

È una scelta lessicale comprensibile. La Casa Sollievo della Sofferenza non è un’azienda qualsiasi: è un luogo che porta il nome e il carisma di uno dei santi più amati del cattolicesimo popolare italiano. Chiamarla «in liquidazione» o anche solo «in commissariamento» avrebbe prodotto una reazione nell’opinione pubblica e tra i fedeli che nessun ufficio stampa vaticano avrebbe potuto gestire con serenità. Meglio una «commissione di indirizzo». Il risultato è lo stesso. Il messaggio è più morbido.

La peculiarità di un ospedale che appartiene al Papa

Per capire perché questo commissariamento è diverso dagli altri, bisogna ricordare una cosa che molti ignorano: la Casa Sollievo della Sofferenza è di proprietà diretta della Santa Sede. Come il Bambino Gesù di Roma. Come la metà del Fatebenefratelli sull’isola Tiberina. Non è un ospedale cattolico nel senso di un ospedale gestito da una congregazione religiosa con un legame morale con la Chiesa: è un ospedale del Papa, nel senso letterale del termine. I suoi debiti sono i debiti del Vaticano. Il suo eventuale fallimento sarebbe il fallimento della Santa Sede come gestore sanitario. Non è una questione di immagine. È una questione di bilancio consolidato — e Leone XIV, che quel bilancio sa leggerlo, l’ha capita bene.

Il cardinale Tarcisio Bertone, ai tempi di Benedetto XVI, aveva immaginato qualcosa di ancora più ambizioso: un polo sanitario cattolico che unisse l’ospedale di padre Pio, il Bambino Gesù, il San Raffaele di Milano e il Gemelli. Un colosso della sanità privata cattolica gestito direttamente da Roma. Il progetto non andò in porto — per ragioni che si intrecciano con le vicende finanziarie e giudiziarie di quegli anni. Ma l’idea diceva qualcosa di importante: che il Vaticano sa di avere in mano asset sanitari di primissimo piano, e che non sa sempre bene cosa farsene.

Il deficit strutturale e il problema che si ripropone

Il vero problema della Casa Sollievo — quello che la commissione dovrà affrontare senza potersi limitare a rimandarlo — è che il suo deficit non è congiunturale. È strutturale. Ogni anno si produce un buco, ogni anno il Vaticano lo copre, ogni anno il buco si ripropone l’anno successivo. È la logica del coperchio che non chiude: si può tenere premuto per un po’, ma prima o poi la pentola trabocca. Cento milioni di debiti complessivi, fornitori non pagati, un management che ha cercato di risanare con tagli e nuovi contratti provocando l’agitazione dei lavoratori: è il classico circolo vizioso di una struttura che ha perso l’equilibrio tra la sua missione carismatica e la sua sostenibilità economica.

La domanda di fondo — quella che nessun chirografo risolve, e che la commissione dovrà rispondere con i fatti — è se un ospedale costruito sulla santità di un frate stigmatizzato possa funzionare secondo le stesse logiche di qualsiasi altra struttura ospedaliera. San Giovanni Rotondo non è Milano o Roma. È il Gargano. È un territorio che attira pazienti da tutto il Sud non perché sia geograficamente comodo ma perché porta il nome di Padre Pio. Quella forza attrattiva è reale e preziosa — ma non si traduce automaticamente in sostenibilità economica se la gestione non è all’altezza.

Il deficit è strutturale e limitarsi a coprirlo ogni anno non risolve il problema che si ripropone l’anno successivo. Oltretevere è maturata la certezza che senza un intervento drastico l’ospedale sarebbe stato destinato al fallimento.

La squadra del Papa matematico

Leone XIV ha scelto per questa commissione uomini di sua stretta fiducia. Il presidente è Maximino Caballero Ledo, il «ministro delle finanze» vaticano, indicato dal gesuita Guerrero — l’uomo che Francesco aveva scelto per razionalizzare i conti della Santa Sede — come suo successore: continuità nella riforma finanziaria, dunque, non un cambio di rotta. Il coordinatore è Fabio Gasperini, segretario dell’APSA, l’ente che gestisce il patrimonio della Santa Sede. Tra i membri figurano il Sostituto agli affari generali della Segreteria di Stato, monsignor Rudelli — fedelissimo di Parolin — e monsignor Piccinotti, prefetto dell’APSA, che con il Papa ha «una notevole consuetudine». È una squadra che conosce i conti vaticani dall’interno. Non è una commissione di facciata.

Significativa anche la presenza di monsignor Giorgio Ferretti, arcivescovo di Foggia-Bovino: un legame con il territorio, un segnale che il rilancio non può avvenire ignorando il contesto locale — la Regione Puglia, con cui l’ospedale è convenzionato, è parte necessaria di qualsiasi soluzione sostenibile. Senza quel rapporto funzionante, nessuna ristrutturazione regge.

Quello che i santi non possono fare

C’è una lezione più generale in questa storia, che va oltre i bilanci e i chirografi. I santi costruiscono ospedali — Padre Pio lo fece con una tenacia e una visione straordinarie, raccogliendo donazioni da tutto il mondo, trasformando un convento sul Gargano in uno dei principali centri sanitari del Mezzogiorno. Ma i santi non gestiscono gli ospedali. Lo fanno gli uomini. E gli uomini, se non sono controllati, se non rendicontano, se operano in sistemi opachi e senza trasparenza, producono inefficienze, debiti, e — a volte — qualcosa di peggio.

La Casa Sollievo della Sofferenza è nata da una visione mistica. Dovrà salvarsi con una visione manageriale. Leone XIV — il Papa che sa leggere un budget — ha deciso che è il momento di provare. È una scommessa difficile, in un territorio difficile, su un’istituzione che porta il peso di un nome ingombrante. Ma è anche l’unica strada percorribile. Perché Padre Pio ha fatto i miracoli che ha fatto. Cento milioni di debiti, però, non si coprono con le preghiere.