Il servizio del TG1 delle 13.30 ha mostrato una scena che vale più di molti convegni sui diritti: una ragazza di appena diciotto anni, nascosta dietro un velo integrale e gli occhiali scuri, davanti a un’autorità talebana chiede di lasciare il marito che accusa di averla picchiata. La sua ostinazione racconta ciò che sta accadendo alle donne afghane meglio di qualsiasi formula diplomatica. E interroga anche noi: l’Occidente che venticinque anni fa promise di liberarle oggi sembra essersi abituato alla loro scomparsa.

C’è un’immagine, passata oggi nel TG1 delle 13.30, che dovrebbe restare davanti agli occhi più a lungo dei pochi minuti concessi da un telegiornale. Una ragazza afghana di diciotto anni siede davanti ad Abdullah Sarhadi, ex comandante talebano e uomo di potere dell’Emirato. La BBC, che ha potuto documentare la scena, la chiama Tuba, nome di fantasia per proteggerla. Il volto non si vede: niqab, occhiali scuri, la consueta cancellazione visiva alla quale il regime costringe le donne. Ma la voce, quella sì, si sente. E soprattutto resiste. Dice di voler divorziare dal marito, che accusa di mesi di maltrattamenti e percosse. Sarhadi cerca di farle cambiare idea. Le domanda, in sostanza, chi vorrà sposarla dopo il divorzio. Lei risponde con una frase terribile nella sua semplicità: il suo onore e la sua dignità sono già stati distrutti.

Bisogna fermarsi qui. Perché la notizia non è semplicemente che in Afghanistan una donna vuole divorziare. La notizia è che una donna deve quasi sfidare un sistema politico, religioso e giudiziario per ottenere la possibilità di sottrarsi a un uomo che afferma di averla picchiata. Il marito pretende, secondo il racconto raccolto dalla BBC, una somma quattro volte superiore a quella originariamente versata per il matrimonio; il governatore suggerisce come soluzione che alla giovane venga assegnata una stanza separata e che il marito sia ammonito a non picchiarla più. La famiglia, insoddisfatta, vuole rivolgersi ai tribunali, pur sapendo quanto sia difficile per una donna ottenere la separazione senza il consenso del marito.

È uno di quei casi in cui la parola “diritti” smette di essere un lemma da talk show e torna a significare qualcosa di elementare: poter dire no. Poter uscire da una stanza. Poter studiare. Poter lavorare. Poter essere visitata da un medico. Poter camminare in un parco. Poter mostrare il volto. Poter parlare senza che la propria voce sia considerata una provocazione morale. Il grande reportage sulle donne afghane che accompagna questa storia descrive precisamente una gabbia costruita un divieto alla volta: niente scuola oltre la sesta classe, niente università, interdizione dalla maggior parte delle professioni, fortissime limitazioni alla libertà di movimento e perfino alla possibilità di parlare o cantare in pubblico.

Dal 14 maggio scorso quella gabbia possiede anche un’altra sbarra. Il Decreto n. 18 sulla separazione giudiziale dei coniugi ha codificato un sistema nel quale la disuguaglianza è strutturale: l’uomo conserva il potere unilaterale di divorziare, mentre la donna deve affrontare un percorso giudiziario molto più restrittivo. Non lo sostengono soltanto le attiviste afghane. La stessa missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, l’UNAMA, ha denunciato il decreto come un ulteriore passo nell’erosione dei diritti delle donne e delle ragazze e nell’istituzionalizzazione della discriminazione. Il dossier fornito dalle testimonianze dal Paese riferisce inoltre che, in meno di cinque anni, le autorità talebane hanno prodotto circa 140 norme, ordinanze e decreti restrittivi delle libertà femminili.

Qui un cattolico dovrebbe avere qualcosa da dire senza alcun complesso di inferiorità e senza alcuna indulgenza verso il relativismo culturale. Non tutto ciò che viene giustificato in nome della religione è religioso. Non tutto ciò che appartiene a una tradizione è per questo sottratto al giudizio morale. E soprattutto non si può invocare Dio per diminuire la dignità che Dio stesso ha posto nella persona.

La concezione cristiana del matrimonio, da questo punto di vista, è radicalmente incompatibile con l’idea della donna come proprietà dell’uomo. Il Catechismo è persino più netto di molti discorsi contemporanei: il consenso che costituisce il matrimonio deve essere un atto libero della volontà e non può essere determinato da violenza o grave costrizione; «nessuna potestà umana» può sostituirsi a quel consenso. Se manca quella libertà, per la Chiesa manca il matrimonio stesso. È importante ricordarlo proprio oggi, perché a volte qualcuno confonde la difesa cattolica dell’indissolubilità matrimoniale con la pretesa che una donna debba sopportare qualsiasi violenza pur di “salvare la famiglia”. Non è così. L’indissolubilità non consacra l’abuso. La fedeltà non è schiavitù. E il sacramento non trasforma la casa in una prigione.

Anche Dignitas infinita parla un linguaggio che rende impossibile qualsiasi ambiguità: la violenza contro le donne è uno «scandalo globale» e la Chiesa rivendica la piena uguaglianza della loro dignità e dei loro diritti. Il documento denuncia espressamente maltrattamenti, discriminazioni, violenza sessuale, poligamia e femminicidio. Questa è antropologia cristiana: uomo e donna diversi, certamente, ma uguali nella dignità personale. Non un uomo padrone e una donna subordinata.

Per questo la scena mostrata dal TG1 possiede anche un valore teologico. Tuba è quasi invisibile e tuttavia è la persona più visibile della stanza. Attorno a lei stanno uomini investiti del potere, guardie, funzionari, anziani. Dopo il colloquio, secondo il reportage della BBC, Sarhadi arriverà a definire le donne prive di senno e deficienti nell’intelligenza, provocando le risate degli uomini presenti.Ma proprio quella giovane, alla quale il sistema concede meno parola di tutti, è l’unica che in quella scena sembri pronunciare fino in fondo la parola “dignità”.

E allora il problema diventa nostro.

Venticinque anni fa, dopo l’11 settembre, l’Afghanistan fu raccontato all’opinione pubblica occidentale anche attraverso la condizione delle donne. La liberazione dalle prigioni talebane divenne uno degli argomenti morali utilizzati per spiegare una guerra che aveva, naturalmente, ben altre e più complesse ragioni geopolitiche. Per vent’anni una generazione di ragazze ha preso quella promessa sul serio. È tornata a scuola, è entrata nelle università, negli ospedali, nelle televisioni, nei tribunali e nel Parlamento. Nell’agosto del 2021, con il ritiro occidentale e il ritorno dei talebani a Kabul, quelle porte hanno cominciato a richiudersi una dopo l’altra.

Ed è forse questo l’aspetto moralmente più imbarazzante della vicenda. Noi non abbiamo soltanto assistito alla repressione delle donne afghane: abbiamo assistito alla trasformazione della loro tragedia in rumore di fondo. All’inizio c’erano le manifestazioni, gli editoriali, le fotografie delle ragazze escluse dall’università. Poi sono arrivati Gaza, l’Ucraina, l’Iran, le crisi economiche, le elezioni, nuove emergenze. L’Afghanistan è scivolato lentamente fuori dalle prime pagine. Le ragazze, invece, sono rimaste lì.

E mentre esse scompaiono dallo spazio pubblico, il mondo torna gradualmente a parlare con coloro che le hanno cancellate. La Russia ha riconosciuto il governo talebano; la Cina intrattiene rapporti diplomatici; l’India ha riaperto canali; l’Europa deve necessariamente confrontarsi con Kabul su sicurezza, migrazioni e rimpatri. Secondo il reportage raccolto nel materiale di partenza, il 14 maggio, proprio nel giorno della pubblicazione del nuovo decreto sulla separazione coniugale, una delegazione talebana era stata invitata a Bruxelles per discutere anche di espulsioni e rimpatri.

È qui che il realismo politico rischia di diventare cinismo. Parlare con i talebani può essere necessario: la diplomazia esiste precisamente perché talvolta bisogna parlare con governi che non condividiamo e perfino con regimi che condanniamo. Ma trattare non può significare dimenticare. Non si possono citare i diritti delle donne nelle dichiarazioni del mattino e considerarli una variabile secondaria al tavolo negoziale del pomeriggio. Se i diritti umani valgono soltanto quando non disturbano gli interessi economici, migratori o strategici, allora non sono più diritti: sono ornamenti retorici.

La vicenda afghana mette a nudo anche una contraddizione dell’Occidente contemporaneo. Nelle nostre società combattiamo battaglie linguistiche sofisticatissime sulla rappresentazione, sull’identità, sui pronomi, sulla visibilità. A migliaia di chilometri da noi milioni di donne chiedono ancora le cose che hanno reso possibile la nostra modernità: andare a scuola, lavorare, scegliere il proprio marito, essere curate, camminare da sole, non essere picchiate. Non significa che le questioni delle società occidentali siano irrilevanti. Significa che abbiamo smarrito qualche volta la proporzione delle tragedie.

In Afghanistan il problema non è che una donna sia rappresentata male. È che si vuole impedirle di essere rappresentata affatto.

La sanità ne offre il paradosso più atroce. Alle donne viene impedito di essere curate liberamente dagli uomini e nello stesso tempo si ostacola la formazione delle future dottoresse, infermiere e ostetriche. In un Paese con una mortalità materna drammatica, la discriminazione ideologica diventa così una possibile sentenza di morte differita: arriva attraverso un parto difficile, un’emorragia non curata, un medico che non può visitare la paziente o una dottoressa che non è mai stata autorizzata a formarsi.

Poi c’è Tuba.

Diciotto anni. Una stanza piena di uomini. Un marito che lei accusa di averla picchiata. Un uomo di potere che le domanda chi vorrà sposarla se divorzia. E lei che gli risponde che il suo onore è già stato distrutto.

Forse dovremmo cominciare da quella frase. Perché la libertà non è sempre una folla in piazza. A volte è una ragazza completamente coperta che trova la forza di dire di no. Non vediamo il suo viso, ma riconosciamo qualcosa che appartiene a ogni essere umano: la coscienza che esiste un limite oltre il quale nessun potere può pretendere obbedienza.

Nella tradizione cristiana quella frontiera possiede un nome: dignità.

Non la concede un governo, non la produce una maggioranza, non dipende dal sesso, dalla religione, dalla nazionalità o dalla condizione sociale. Precede lo Stato. E proprio per questo lo giudica.

Venticinque anni fa promettemmo alle donne afghane che non sarebbero più tornate nella gabbia. Cinque anni fa abbiamo assistito alla chiusura della porta. Oggi rischiamo di abituarci al rumore della serratura. Tuba, diciottenne, nascosta dietro un velo ma capace di opporsi a un intero sistema, ci ricorda invece che la dignità non è occidentale né orientale, progressista né conservatrice. È umana. E quando una donna deve chiedere a uomini armati il permesso di non essere più picchiata, non siamo davanti a una differenza culturale da rispettare: siamo davanti a un’ingiustizia da chiamare con il suo nome.