Nel nuovo film francese di Gilles de Maistre un bambino perduto nel Sahara sopravvive grazie alle creature che l’uomo considera inferiori. Non è un film cristiano, e sarebbe scorretto battezzarlo a posteriori. Eppure, dietro l’ecologismo talvolta ingenuo e alcune debolezze narrative, affiora una domanda profondamente spirituale: che cosa rende davvero umano l’uomo? E quanto vale una persona quando il mondo vuole trasformarla in spettacolo?
C’è qualcosa di biblico, prima ancora che di cristiano, nell’immagine di un bambino perduto nel deserto che dovrebbe morire e invece viene custodito dalla creazione. L’Enfant du désert, il film franco-belga di Gilles de Maistre uscito in Francia nell’aprile 2026, parte da qui: dal piccolo Hadara, figlio di nomadi, separato dalla famiglia a due anni durante una tempesta di sabbia e sopravvissuto per dieci anni insieme agli struzzi. Il film si ispira liberamente al libro della giornalista svedese Monica Zak, a sua volta nato da un racconto familiare tramandato dai discendenti di Hadara; lo stesso de Maistre ricorda che, una volta ritrovato a dodici anni, il ragazzo imparò nuovamente a parlare, leggere, scrivere e vivere nella comunità, arrivando poi a formare una propria famiglia.
È materiale quasi irresistibile per il cinema: un Mowgli del Sahara, ma senza giungla, senza favola dichiarata e soprattutto senza la consolazione della vegetazione. Qui c’è il deserto, cioè lo spazio cinematografico dell’essenziale. Gilles de Maistre lo comprende bene. Con il direttore della fotografia Vincent Van Gelder trasforma dune, orizzonti, tramonti e improvvisi mutamenti della luce in qualcosa di più di uno sfondo. Lo stesso regista racconta quanto sia stata complessa la fotografia nel Sahara, dove il colore della sabbia muta continuamente con il sole, le nubi e perfino le piogge eccezionali incontrate durante le riprese. Il deserto diventa così il vero coprotagonista: bellissimo e terribile, materno e mortale, capace di proteggere e di inghiottire.
Ed è proprio qui che L’Enfant du désert trova le sue immagini migliori. De Maistre possiede un talento indiscutibile quando smette di spiegare e lascia semplicemente convivere nell’inquadratura bambino, animale e paesaggio. La relazione fra Hadara e gli struzzi non funziona perché il film pretende di umanizzare gli animali, ma perché, nei momenti più riusciti, compie l’operazione inversa: restituisce l’uomo alla propria fragilità creaturale. Hadara ha fame, sete, paura, freddo. Non domina niente. Deve osservare, attendere, imitare, affidarsi. È una pedagogia elementare della dipendenza.
Non sorprende che la campagna promozionale abbia scelto come frase-guida «Quand la nature sauve l’homme», “quando la natura salva l’uomo”. È una formula efficace, ma anche il punto sul quale una lettura cristiana può diventare più interessante del messaggio ecologista immediato del film.
Perché, in senso cristiano, la natura non salva l’uomo. Almeno non nel significato ultimo del verbo “salvare”. La natura non è Dio, non è una divinità materna, non è una forza morale infallibile. Può nutrire e uccidere, proteggere e travolgere. Il deserto che custodisce Hadara è lo stesso deserto che lo ha separato dalla madre. Sarebbe dunque una lettura ingenuamente panteistica trasformare la vicenda in una semplice apologia della “natura buona” contrapposta all’“uomo cattivo”.
Ed è proprio correggendo quella semplificazione che il film acquista, paradossalmente, una profondità cristiana che forse nemmeno cerca deliberatamente.
La creazione può non essere la salvezza, ma può diventarne segno. Può essere mediazione di una Provvidenza. La Bibbia conosce molto bene questa grammatica: il creato che nutre, l’acqua che appare quando tutto sembra perduto, gli animali che diventano inconsapevoli strumenti di custodia, il deserto che non è soltanto luogo della morte ma anche della rivelazione. Non occorre trasformare gli struzzi di Hadara nei corvi di Elia per cogliere la parentela simbolica. Il bambino non si salva perché conquista l’ambiente, ma perché viene accolto da esseri viventi dai quali non aveva alcun diritto di aspettarsi qualcosa.
Questa è forse la prima grande morale di L’Enfant du désert: viviamo perché qualcuno, prima di ogni nostro merito, ci ha custoditi.
È una verità profondamente cristiana. Nessun uomo si dà la vita da solo. Prima di diventare autonomi siamo stati dipendenti; prima di poter amare siamo stati amati; prima di poter nutrire qualcuno siamo stati nutriti. Hadara rende visibile questa condizione originaria dell’essere umano proprio attraverso una situazione estrema. Perfino quando sembra assolutamente solo, la sua vita continua perché entra dentro una rete di relazioni.
De Maistre, del resto, ha costruito realmente le riprese secondo una filosofia della relazione più che dell’addestramento. Nel dossier ufficiale del film afferma di rifiutare la costrizione degli animali e di avere lavorato perché bambini e struzzi sviluppassero un rapporto di fiducia. Per lui la cooperazione dell’animale può nascere soltanto attraverso una relazione non coercitiva e “tenera”. Dietro la retorica promozionale c’è quindi anche una precisa scelta di metodo, e questo si percepisce nelle sequenze migliori: gli animali non sono effetti speciali viventi collocati accanto al protagonista, ma presenze con cui il corpo del bambino deve imparare a entrare in relazione.
È qui che il cinema di De Maistre risulta infinitamente più convincente quando tace che quando parla.
Il principale limite del film sta infatti nella cornice narrativa contemporanea. La storia di Hadara ci giunge attraverso Sun, adolescente che scopre che il racconto ricevuto dal nonno non è una semplice favola della buonanotte. È un espediente narrativo comprensibile: consente di lavorare sulla memoria, sulla trasmissione e sul diritto di raccontare la storia di un altro. Lo stesso regista afferma che una delle domande adulte del film riguarda proprio questo: chi possiede il diritto di appropriarsi di una vicenda e di trasformarla in racconto?
Ma cinematograficamente è anche il punto fragile dell’opera. Il doppio racconto interrompe talvolta proprio ciò che il film aveva conquistato: il silenzio, l’immensità, la dimensione quasi mitica della sopravvivenza. Diverse recensioni francesi hanno notato questa discontinuità, insieme a un certo didascalismo e a personaggi antagonisti troppo schematici. La media della critica professionale raccolta da AlloCiné è rimasta infatti nettamente più fredda di quella del pubblico: la fotografia e la potenza del paesaggio sono state generalmente apprezzate, mentre sceneggiatura, recitazione di alcuni comprimari e insistenza sui “buoni sentimenti” hanno diviso i recensori.
Ed è una critica fondata. Il film non sempre si fida abbastanza delle proprie immagini. Quando Hadara corre sulle dune, osserva gli struzzi, cerca acqua, accarezza un animale o impara semplicemente a sopravvivere, De Maistre possiede già tutto quello che gli serve. Quando invece aggiunge personaggi costruiti per spiegare al pubblico chi siano i buoni e chi siano i cattivi, il racconto perde ambiguità e dunque perde cinema. Il male cinematograficamente interessante non è mai quello che arriva con un cartello al collo. La modernità predatoria che vuole impadronirsi di Hadara, fotografarlo, raccontarlo, trasformarlo in fenomeno, avrebbe meritato figure meno caricaturali e per questo più inquietanti.
Ed è tuttavia proprio da questo segmento imperfetto che emerge la seconda grande intuizione morale del film: un essere umano non è una notizia da possedere.
Qui diventa significativo Christian, il giovane giornalista interpretato da Kev Adams. Nonostante le riserve espresse da una parte della critica sulla costruzione del personaggio, il suo conflitto morale è forse più interessante del suo rendimento drammaturgico. Di fronte alla possibilità di ottenere notorietà attraverso Hadara, il giornalista è chiamato a scegliere fra il successo della storia e la dignità della persona. Nella ricezione del film è stata sottolineata proprio la decisione di preservare Hadara invece di trasformarlo in occasione di gloria personale.
E qui, molto più che negli animali “buoni”, si trova a mio giudizio lo spunto cristiano più forte.
Il contrario dell’amore non è soltanto l’odio. È anche l’uso.
Usare una persona significa ridurla da fine a mezzo: mezzo per guadagnare denaro, audience, prestigio, follower, una carriera. È una tentazione terribilmente contemporanea. Hadara rischia di sopravvivere al Sahara per essere divorato dall’immagine. Non più dalle belve, ma dagli uomini che vogliono trasformare la sua eccezionalità in prodotto.
È difficile non vedere in questo un film che, forse involontariamente, parla anche del nostro ecosistema mediatico. Il bambino selvaggio diventa “contenuto”. La sofferenza diventa storytelling. L’intimità diventa materiale da pubblicare. La vita dell’altro diventa capitale simbolico di chi la racconta.
La scelta morale è allora quella di rinunciare.
Rinunciare a possedere una storia che ci è stata affidata. Rinunciare al successo quando il successo comporta l’umiliazione di un altro. Rinunciare perfino al diritto tecnicamente possibile di mostrare qualcosa quando il bene della persona chiede il silenzio.
Questa sì è un’intuizione profondamente evangelica. Perché nella logica cristiana l’altro non vale per ciò che può darci. Vale prima. Vale in sé. È prossimo prima di essere pubblico, fratello prima di essere personaggio, persona prima di essere notizia.
C’è poi una terza dimensione, più sottile. Hadara non rimane nel deserto. Viene ritrovato, ritorna fra gli uomini, reimpara la parola, la cultura, la relazione sociale e arriva a costruire una famiglia. È un elemento decisivo perché impedisce, almeno in parte, che L’Enfant du désert cada nel mito rousseauiano dell’“uomo naturale” puro contrapposto alla civiltà corrotta. Il regista stesso sottolinea l’eccezionalità del fatto che, dopo dieci anni senza codici umani, Hadara abbia potuto reintegrarsi, imparare nuovamente a parlare, leggere e vivere socialmente.
Gli animali gli hanno permesso di restare vivo. Ma sono gli uomini che gli consentono di ritrovare pienamente una storia, un linguaggio, una memoria, una genealogia, una comunità.
È un punto antropologicamente importante. L’uomo non diventa più umano fuggendo da ogni relazione umana. Non siamo semplicemente una specie animale particolarmente intelligente. Siamo esseri di parola, promessa, memoria, responsabilità. Abbiamo bisogno del creato, ma abbiamo bisogno anche degli altri uomini. Una sana ecologia cristiana non mette dunque “natura” e “umanità” l’una contro l’altra. Dice piuttosto che l’uomo smette di essere pienamente umano quando trasforma il creato in una cosa da sfruttare, così come smette di essere pienamente umano quando trasforma gli altri uomini in cose da usare.
Qui L’Enfant du désert sfiora quasi il Francesco d’Assisi del Cantico delle creature. Non perché presenti una spiritualità francescana esplicita, che nel film semplicemente non c’è, ma perché suggerisce una distinzione fondamentale: la creatura non è né dio né oggetto. È altra da me e insieme legata a me. Non devo adorarla. Non devo possederla. Posso entrare in relazione con essa.
È questa la parte più bella del messaggio ecologico del film, e anche quella che va salvata da certe sue semplificazioni. Il rischio di De Maistre è infatti un naturalismo un po’ sentimentale: gli animali innocenti da una parte, gli uomini predatori dall’altra. La realtà è più difficile. Anche il deserto uccide. Anche l’animale è governato dall’istinto. E soprattutto esistono uomini capaci di custodia, sacrificio e gratuità. Il vero discrimine morale non passa fra natura e cultura, ma fra custodia e possesso.
Il regista dichiara apertamente che i suoi film vogliono opporsi all’uomo che si appropria del mondo selvaggio facendone divertimento o sfruttamento e che al centro del suo cinema pone anche infanzia, famiglia, amicizia e capacità di cambiare il mondo. È un programma nobile, forse fin troppo esplicito. Il cinema però diventa grande quando il messaggio smette di essere pronunciato e si fa forma, gesto, sguardo. L’Enfant du désert raggiunge questa altezza solo a tratti.
La musica di Armand Amar tende ad accompagnare con generosità l’emozione, qualche passaggio vuole commuovere troppo dichiaratamente e la cornice contemporanea non possiede sempre la stessa verità fisica delle sequenze ambientate nel Sahara. La critica che ha parlato di eccesso di buoni sentimenti non va liquidata come cinismo: il sentimento cinematografico diventa più potente quando lo spettatore è libero di scoprirlo, non quando viene continuamente indirizzato verso di esso. L’Enfant du désert avrebbe probabilmente guadagnato togliendo spiegazioni, alleggerendo il presente e affidandosi ancora di più al volto dei tre giovanissimi interpreti di Hadara, agli animali e al silenzio.
Eppure sarebbe ingeneroso fermarsi ai difetti. Perché al centro rimane un’immagine semplice e forte: un bambino indifeso continua a vivere perché altre creature gli fanno spazio.
Forse la morale ultima del film è tutta qui.
Non siamo grandi quando dominiamo. Siamo grandi quando facciamo spazio alla vita dell’altro.
Gli struzzi non chiedono ad Hadara da dove venga, quale lingua parli, che cosa possa restituire. Lo accolgono. Il giornalista diventa moralmente adulto quando smette di chiedersi quanto possa ricavare dalla storia di Hadara e comincia a chiedersi che cosa debba fare perché Hadara rimanga libero. Sun, infine, scopre che raccontare una storia significa ricevere una memoria della quale non si è proprietari.
Accogliere, custodire, trasmettere senza possedere: sono tre verbi che appartengono pienamente anche alla grammatica cristiana.
Per questo L’Enfant du désert non è un film religioso e non ha bisogno di essere trasformato artificialmente in una parabola evangelica. Ma può essere guardato cristianamente. E da quella prospettiva perfino il suo slogan pubblicitario acquista una sfumatura diversa. Non è la natura che “redime” Hadara. Sono delle creature che gli permettono misteriosamente di non morire. La sua vera salvezza umana si compirà quando alla vita biologica ritrovata si aggiungeranno il volto dell’altro, la parola, la famiglia, la memoria e infine la libertà di non essere posseduto da nessuno.
La morale
Se dovessi condensare il film in una sola frase, non direi dunque «la natura è migliore dell’uomo». Sarebbe troppo poco e, in fondo, sarebbe falso. Direi: la vita ci è affidata, non ci appartiene; diventiamo veramente umani quando smettiamo di possederla e impariamo a custodirla.
È qui che il piccolo film familiare di Gilles de Maistre, nonostante qualche ingenuità, incontra una domanda assai più grande del proprio racconto. Nel deserto Hadara impara che nessuno vive da solo. E quando torna tra gli uomini, sono gli uomini a dover imparare la lezione che lui ha ricevuto dagli animali: la forza autentica non consiste nel prendere. Consiste nel proteggere.
L’Enfant du désert non è un capolavoro: è troppo didascalico per esserlo e talvolta confonde la tenerezza con il sentimentalismo. Ma possiede un nucleo morale limpido. Il creato non è una merce, l’animale non è un giocattolo, la sofferenza non è uno spettacolo e soprattutto la persona non è un contenuto da monetizzare. In un tempo che trasforma tutto in immagine, Hadara ci ricorda una verità antica: ciò che amiamo davvero non lo possediamo. Lo custodiamo.
