Varsavia revoca un’onorificenza a Zelensky per il caso UPA. Le ferite del passato riemergono mentre Mosca osserva soddisfatta la frattura tra due alleati strategici
Per oltre quattro anni la Polonia è stata il principale retroterra politico, logistico e militare dell’Ucraina aggredita dalla Russia. Oggi, però, una controversia storica rischia di incrinare uno dei rapporti più importanti dell’Europa orientale. La decisione del presidente polacco Karol Nawrocki di revocare a Volodymyr Zelensky l’onorificenza dell’Aquila Bianca, la più alta distinzione dello Stato polacco, ha trasformato una disputa memoriale in una crisi diplomatica. E a Mosca non potrebbero esserci notizie migliori.
La memoria che divide
La scintilla è stata l’intitolazione di un’unità delle forze speciali ucraine agli “eroi dell’UPA”, l’Esercito Insurrezionale Ucraino che negli anni Quaranta combatté contro sovietici e nazisti ma che viene accusato di aver perpetrato massacri contro la popolazione polacca in Volinia e Galizia orientale.
Per gli ucraini l’UPA rappresenta uno dei simboli della lunga lotta per l’indipendenza nazionale. Per i polacchi, invece, evoca una delle pagine più tragiche della loro storia contemporanea. Due memorie nazionali che si guardano da prospettive opposte e che oggi tornano a scontrarsi proprio mentre l’Ucraina combatte per la propria sopravvivenza.
Karol Nawrocki, esponente del nazionalismo conservatore polacco, ha motivato la sua decisione affermando di non voler “tradire il sacrificio degli antenati”. Da Kiev la risposta è stata altrettanto dura: l’Ucraina rivendica il diritto di raccontare la propria storia senza che siano altri Paesi a stabilire chi debba essere ricordato come eroe.
Un gesto che va oltre la storia
La revoca dell’onorificenza non è un semplice atto simbolico. È un messaggio politico. Negli ultimi mesi i rapporti tra Varsavia e Kiev si erano già raffreddati a causa delle dispute sul grano ucraino, degli aiuti ai rifugiati e delle crescenti tensioni interne alla politica polacca.
La restituzione delle decorazioni polacche da parte di alcuni ex presidenti ucraini e di altre personalità pubbliche dimostra come la vicenda abbia assunto una dimensione nazionale. Non si tratta più soltanto di una controversia tra due capi di Stato, ma di una questione identitaria che coinvolge l’opinione pubblica di entrambi i Paesi.
Il paradosso è evidente. Nel momento in cui la guerra avrebbe bisogno di rafforzare la solidarietà tra gli alleati, riemergono antiche ferite che sembravano almeno temporaneamente ricucite dall’invasione russa del 2022.
La trappola delle memorie contrapposte
Lo storico americano Timothy Snyder ha osservato come la questione non possa essere compresa senza collocarla nel contesto della più lunga guerra europea del XXI secolo. Ogni nazione cerca nel passato figure e simboli capaci di alimentare la resistenza presente.
Il problema nasce quando la memoria seleziona soltanto ciò che conferma la propria narrazione. Gli ucraini ricordano l’UPA come movimento di liberazione nazionale; i polacchi ne ricordano soprattutto i crimini. Entrambe le letture contengono elementi di verità, ma nessuna esaurisce la complessità della storia.
La politica contemporanea, tuttavia, raramente premia la complessità. Premia invece le identità forti, i simboli semplici e le contrapposizioni nette. Così il passato diventa un campo di battaglia parallelo a quello combattuto sul terreno.
Mosca osserva e sorride
C’è un vincitore evidente in questa disputa: il Cremlino.
Da oltre tre anni la strategia russa punta non soltanto a logorare militarmente l’Ucraina, ma anche a indebolire la coesione occidentale che ne sostiene la resistenza. Ogni tensione tra Kiev e i suoi alleati rappresenta una vittoria politica per Mosca.
Non è un caso che esponenti russi abbiano accolto con soddisfazione la polemica tra Varsavia e Kiev. La Russia conosce bene il potere delle guerre della memoria e sa che le divisioni storiche possono essere sfruttate per erodere alleanze apparentemente solide.
Per questo l’avvertimento del premier polacco Donald Tusk merita attenzione: «Se litighiamo sul passato, il futuro sarà scritto da qualcun altro».
La storia non può essere cancellata e le ferite della Volinia meritano verità e memoria. Ma quando la politica trasforma il ricordo in un’arma, il rischio è che le vittime di ieri diventino inconsapevolmente strumenti delle strategie di oggi. Mentre Polonia e Ucraina discutono sui fantasmi del Novecento, il Cremlino continua a combattere la sua guerra del XXI secolo. E ogni crepa nell’asse tra Varsavia e Kiev è una crepa che Mosca spera di allargare.
