Il nuovo programma promosso dal Ministero delle Imprese e dall’ACI promette un’auto nuova a canone calmierato per chi ha un Isee sotto i 30 mila euro. L’obiettivo è rendere la transizione ecologica accessibile anche alle famiglie meno abbienti. Ma tra rottamazione obbligatoria, requisiti reddituali, controlli bancari e vincoli contrattuali, il rischio è che proprio i più fragili restino ancora una volta fuori.
Cento euro al mese per un’auto nuova, assicurata e con manutenzione compresa. Sembra quasi una piccola rivoluzione in un Paese nel quale acquistare una vettura è diventato sempre più difficile per una famiglia normale. Ma il nuovo noleggio sociale dell’automobile racconta anche un paradosso tutto italiano: nasce per aiutare chi ha meno, ma per accedervi bisognerà dimostrare di avere già abbastanza garanzie economiche, bancarie e amministrative. Una misura potenzialmente innovativa che rischia così di trasformare il diritto alla mobilità in un’altra selezione fra poveri affidabili e poveri troppo poveri per essere aiutati.
L’idea, almeno sulla carta, è semplice e perfino convincente. Un’automobile nuova, meno inquinante, sicura, assicurata e mantenuta a un costo di cento euro al mese. Per molte famiglie italiane, abituate ormai a listini automobilistici che hanno trasformato anche una piccola utilitaria in una spesa da programmare per anni, sembra quasi una promessa fuori stagione.
È il cuore del nuovo programma di noleggio sociale previsto dal Dpcm Automotive e presentato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy insieme all’ACI. La misura punta a tenere insieme due problemi che da anni procedono nella direzione opposta: da una parte la necessità di rinnovare uno dei parchi auto più vecchi d’Europa, dall’altra l’impossibilità per una parte consistente delle famiglie di partecipare alla transizione ecologica semplicemente perché non può permettersela.
È un problema reale. Per anni abbiamo raccontato la mobilità sostenibile come se fosse soltanto una questione di buona volontà. Bisognava comprare auto meno inquinanti, possibilmente elettriche, lasciare a casa i vecchi diesel, entrare nelle città con mezzi più moderni. Tutto giusto, salvo un dettaglio: cambiare automobile costa. E spesso costa molto più di quanto una famiglia con reddito medio o basso possa sostenere.
Il noleggio sociale prova a correggere questo squilibrio. Possono accedervi le persone fisiche con un Isee inferiore a 30 mila euro, a condizione di rottamare una vecchia auto fino alla classe Euro 4 posseduta da almeno dodici mesi. Il contratto durerà almeno tre anni, con un canone di cento euro mensili e un limite di percorrenza di 12 mila chilometri l’anno. Nel prezzo saranno comprese l’assicurazione Rca, la manutenzione ordinaria e straordinaria e il soccorso stradale. Alla fine del triennio sarà inoltre possibile riscattare la vettura con uno sconto sul valore residuo di mercato.
Fin qui l’idea appare persino generosa.
Poi cominciano i requisiti.
Per accedere al programma bisognerà avere un lavoro stabile o una pensione, oppure dimostrare di aver presentato dichiarazioni dei redditi nei tre periodi d’imposta precedenti. Serviranno un conto corrente e una carta di credito. Non bisognerà risultare protestati, segnalati nelle banche dati creditizie o gravati da determinate pendenze. Non si dovrà avere beneficiato di precedenti incentivi automobilistici. Perfino il mancato pagamento di un canone, di una multa o di una franchigia assicurativa potrà comportare la perdita del veicolo.
Ed è qui che la misura rivela la propria contraddizione.
Per aiutare chi ha difficoltà economiche si costruisce un sistema che premia soprattutto chi quelle difficoltà riesce ancora a tenerle sotto controllo.
Il lavoratore precario con reddito intermittente potrebbe trovarsi fuori. La famiglia che non possiede una carta di credito potrebbe essere esclusa. Chi ha avuto problemi bancari in passato potrebbe non superare i controlli. Chi vive una condizione economica realmente fragile rischia dunque di essere considerato troppo rischioso proprio per accedere a una misura nata per le fasce economicamente deboli.
È il vecchio paradosso del welfare selettivo: più sei povero, più devi dimostrare di essere un povero affidabile.
Naturalmente esistono ragioni comprensibili dietro queste cautele. Un’auto rimane un bene costoso, il noleggio comporta responsabilità e il denaro pubblico deve essere utilizzato senza trasformare una misura sociale in una collezione di insoluti. Ma resta la domanda politica: quale idea di fragilità sociale stiamo cercando di sostenere?
Se il beneficiario ideale deve avere un reddito dimostrabile, un conto corrente, una carta di credito, nessuna segnalazione finanziaria e una posizione amministrativa impeccabile, probabilmente non stiamo parlando degli ultimi. Stiamo parlando della fascia immediatamente sopra gli ultimi: persone con redditi modesti, ma già pienamente integrate nel sistema economico e bancario.
Non è poco. Ma è diverso.
E questa differenza dovrebbe essere raccontata con chiarezza, soprattutto quando si utilizza la parola “sociale”.
Poi c’è un’altra particolarità. Chi entrerà nel programma non sceglierà l’auto. Niente marca, niente modello e probabilmente neppure il colore. L’ACI acquisterà attraverso una gara europea un unico modello destinato a tutti i beneficiari. La vettura dovrà rispettare limiti di prezzo, emissioni e caratteristiche tecniche prestabilite e il costruttore dovrà garantire una rete di assistenza sufficientemente capillare sul territorio nazionale.
Anche questa scelta ha una logica. Un grande acquisto centralizzato consente allo Stato di negoziare condizioni migliori, semplificare la manutenzione e contenere i costi. Ma produce inevitabilmente una piccola automobile di Stato, uguale per tutti, scelta attraverso una gara nella quale, curiosamente, potranno partecipare anche quei costruttori cinesi che il governo critica spesso quando parla degli effetti negativi degli incentivi pubblici sulle importazioni.
È uno dei paradossi più gustosi dell’intera operazione.
Il ministro Adolfo Urso ha spiegato infatti che la nuova politica industriale vuole superare gli incentivi “a pioggia”, accusati di aver favorito l’acquisto di automobili straniere e soprattutto cinesi. Eppure la gara sarà europea e, secondo le regole del mercato, non potrà automaticamente escludere costruttori extraeuropei che operano regolarmente nel continente.
La politica industriale incontra così il diritto europeo e scopre che le dichiarazioni sono sempre più semplici dei bandi di gara.
C’è poi il problema delle dimensioni reali della misura. La dotazione iniziale sarà di 50 milioni di euro e, secondo le stime, consentirà di finanziare appena 3 mila o 4 mila veicoli.
In un Paese di quasi sessanta milioni di abitanti.
È evidente quindi che non siamo ancora davanti a una rivoluzione della mobilità sociale. Siamo davanti a un esperimento. Se funzionerà, il governo promette di aumentare le risorse e trasformarlo eventualmente in uno strumento strutturale. Ma la distanza fra la promessa comunicativa e la realtà numerica rimane enorme.
Anche i tempi consigliano prudenza. Bisognerà predisporre il bando europeo, individuare il costruttore, acquistare la flotta, organizzare la distribuzione e infine aprire la piattaforma per le domande. Le prime automobili non arriveranno prima del 2027 inoltrato.
L’automobile a cento euro al mese, insomma, esiste.
Ma per adesso soprattutto nei titoli.
Questo non significa che la misura sia sbagliata. Al contrario, l’idea di introdurre in Italia una forma di social leasing può rappresentare un passaggio importante. La Francia ha già sperimentato strumenti simili e il principio è sensato: se lo Stato pretende che il cittadino sostituisca un veicolo vecchio e inquinante, deve anche occuparsi di chi non dispone dei venti o trentamila euro necessari per comprarne uno nuovo.
La transizione ecologica non può essere costruita come una tassa sui poveri.
Non può diventare una società nella quale chi ha un reddito alto compra un’auto elettrica incentivata e circola liberamente, mentre chi possiede una vecchia utilitaria diesel viene progressivamente espulso dalle città senza avere risorse sufficienti per sostituirla.
Da questo punto di vista, il noleggio sociale coglie un problema reale.
Ma proprio perché il principio è giusto, sarà importante evitare che venga soffocato dalla burocrazia.
Perché il rischio è molto semplice: creare una misura destinata a chi ha meno e costruire intorno all’ingresso un sistema di controlli così severo da renderla accessibile soltanto a chi ha già quasi tutto ciò che serve.
Lavoro stabile, conto corrente, carta di credito, affidabilità bancaria, nessun precedente problema finanziario.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: chi rimane veramente indietro nella transizione ecologica?
È probabilmente il lavoratore intermittente. È la famiglia con un reddito troppo basso per comprare un’auto e troppo instabile per convincere un intermediario finanziario. È chi ha avuto un periodo difficile e porta ancora con sé una segnalazione bancaria. È chi possiede una vecchia macchina non perché ami inquinare, ma perché semplicemente non può comprarne un’altra.
Queste persone sono esattamente quelle che una misura sociale dovrebbe cercare di raggiungere.
Il governo ha davanti quasi un anno prima delle prime consegne. È abbastanza tempo per capire se il noleggio sociale debba diventare soltanto una buona operazione automobilistica o una vera politica di inclusione.
Perché cento euro al mese possono cambiare molto nella vita di una famiglia.
Ma soltanto se quella famiglia riesce ad arrivare allo sportello senza scoprire che, per essere abbastanza povera da ottenere l’auto sociale, deve prima dimostrare di essere abbastanza ricca da meritarsela.
Il noleggio sociale dell’automobile parte da un principio giusto: la transizione ecologica non può essere riservata a chi può permettersi un’auto nuova. Ma un programma destinato alle famiglie con redditi bassi perde una parte della propria funzione se richiede contemporaneamente lavoro stabile, affidabilità bancaria, carta di credito e una storia finanziaria senza inciampi. I cento euro al mese possono essere una piccola rivoluzione, ma soltanto se il welfare automobilistico non finisce per scegliere i poveri più affidabili lasciando ancora una volta indietro quelli che avrebbero maggiormente bisogno di essere aiutati.
