Un quattordicenne uccide i nonni, raggiunge la Debsirin Nonthaburi School e apre il fuoco contro insegnanti e personale prima di togliersi la vita. Il movente resta da accertare, ma la tragedia riapre una questione che la Thailandia conosce da tempo: la diffusione delle armi e la facilità con cui una crisi individuale può trasformarsi in una strage.
Prima la casa dei nonni, poi la scuola. In mezzo una pistola da 9 millimetri che, secondo le prime ricostruzioni della polizia, apparteneva proprio al nonno del ragazzo. Otto morti complessivi, compreso l’autore della strage, e più di venti feriti. A Nonthaburi, alle porte di Bangkok, l’orrore ha assunto il volto quasi infantile di uno studente di appena quattordici anni. Definirlo semplicemente un “mostro”, tuttavia, sarebbe forse il modo più comodo per evitare la domanda più difficile: come può un adolescente arrivare ad avere tra le mani un’arma capace di trasformare pochi minuti di rabbia o disperazione in un cimitero?
Ci sono mattine in cui una scuola smette improvvisamente di essere una scuola. La campanella, i corridoi, le uniformi, gli insegnanti e i quaderni diventano la scenografia di qualcosa che non dovrebbe appartenere al mondo dell’adolescenza. È accaduto venerdì 7 agosto alla Debsirin Nonthaburi School, nel distretto di Bang Kruai, alla periferia nord-occidentale di Bangkok, dove un ragazzo di quattordici anni è entrato armato e ha aperto il fuoco.
Secondo le prime ricostruzioni degli investigatori, il giovane avrebbe esploso almeno 26 colpi. Altre decine di munizioni sono state trovate sul posto. Cinque tra insegnanti e membri del personale scolastico sono morti e più di venti persone sono rimaste ferite, alcune gravemente. Poco prima della sparatoria, il ragazzo avrebbe ucciso nella loro abitazione il nonno di 73 anni e la nonna di 74. Successivamente si sarebbe tolto la vita all’interno della scuola.
Il bilancio complessivo è dunque di otto morti, comprendendo anche il giovane attentatore. È una precisazione necessaria nelle prime ore di una tragedia, quando cifre, testimonianze e ricostruzioni si rincorrono e spesso si contraddicono. Ma una volta contati i morti rimane la domanda che nessuna statistica può risolvere: perché?
Gli investigatori cercheranno la risposta nel computer del ragazzo, nelle sue ricerche online, nei rapporti familiari, nella vita scolastica e nelle testimonianze di chi lo conosceva. Probabilmente emergeranno elementi sul suo carattere, sulle sue paure, sulle eventuali frustrazioni e forse sull’interesse per precedenti massacri. Ed è altrettanto probabile che, come accade dopo ogni strage, comincerà la ricerca della spiegazione unica e rassicurante: il bullismo, i videogiochi, Internet, la famiglia, la scuola, il disagio psichico.
Il problema è che le tragedie raramente obbediscono a spiegazioni così semplici. Un adolescente può soffrire, essere isolato, vivere una crisi familiare o attraversare un periodo di rabbia senza diventare un assassino. Un videogioco non spara, un motore di ricerca non impugna una pistola e Internet, per quanto possa amplificare fantasie distruttive, non preme materialmente il grilletto. Fra il disagio e la strage esiste un elemento concreto che troppe volte viene messo ai margini del racconto: l’arma.
Ed è forse questo il punto sul quale la Thailandia dovrà interrogarsi con maggiore serietà. Una crisi adolescenziale può durare un pomeriggio, un accesso d’ira pochi minuti, un pensiero violento può attraversare la mente e poi scomparire. Una pistola rende invece irreversibili quei minuti. Trasforma una rabbia in un omicidio, una fantasia in un massacro, una crisi personale nella tragedia di decine di famiglie.
La questione è tanto più grave in un Paese nel quale la presenza di armi da fuoco nelle mani dei civili è particolarmente elevata rispetto al resto del Sud-est asiatico. Le stime internazionali parlano di milioni di armi presenti nel Paese, legalmente o illegalmente detenute. Questo naturalmente non significa trasformare ogni proprietario di una pistola in un potenziale assassino. Significa riconoscere un principio quasi banale: quanto più le armi sono diffuse, tanto maggiore è la possibilità che una di esse finisca nella mano sbagliata, nella casa sbagliata, nel momento peggiore.
La Thailandia, del resto, non arriva impreparata a questo genere di tragedie. Nell’ottobre del 2022 il Paese fu sconvolto dal massacro di Nong Bua Lam Phu, quando un ex poliziotto armato di pistola e coltello assaltò un centro per l’infanzia provocando una delle peggiori stragi della storia recente thailandese, con decine di vittime e moltissimi bambini uccisi. Nel 2023 un altro quattordicenne aprì il fuoco nel centro commerciale Siam Paragon di Bangkok, uccidendo due persone e ferendone altre. Solo pochi mesi fa un’altra sparatoria in una scuola di Hat Yai aveva provocato la morte della direttrice dell’istituto e il ferimento di altre persone.
Ogni volta, dopo le sirene e le ambulanze, arriva la promessa di controlli più severi. Si discute di nuove licenze, di porto d’armi, di registrazione delle pistole, di poligoni e di verifiche psicologiche. Poi arrivano i funerali, le fotografie delle vittime, le corone di fiori, i discorsi delle autorità. Con il trascorrere delle settimane diminuisce l’indignazione e molto spesso le armi restano dove erano.
Eppure la tragedia di Nonthaburi pone una domanda persino più elementare di quella relativa al possesso legale delle armi: come vengono custodite? Perché il problema non riguarda soltanto l’adulto che compra una pistola, ma tutte le persone che vivono nella sua casa. Riguarda i figli e i nipoti, gli adolescenti fragili, chi attraversa una crisi, chi per qualche minuto può perdere ogni capacità di misurare le conseguenze delle proprie azioni. Se davvero l’arma utilizzata dal ragazzo apparteneva al nonno, proprio la custodia delle pistole diventa uno degli elementi centrali sui quali riflettere.
C’è poi un’altra dimensione che non può essere ignorata: quella del contagio culturale delle stragi. Per anni abbiamo pensato alle sparatorie scolastiche come a una malattia quasi esclusivamente americana. Columbine, Sandy Hook e Uvalde erano nomi entrati nell’immaginario collettivo come simboli di un fenomeno legato alla particolare diffusione delle armi negli Stati Uniti. Oggi sappiamo che anche quella grammatica della violenza può viaggiare. Viaggiano le immagini, i filmati, le fotografie degli attentatori, le loro biografie, i manifesti lasciati online, le ricostruzioni minuto per minuto delle stragi precedenti.
Anche per questo le autorità thailandesi hanno chiesto nelle prime ore dell’attacco di interrompere le dirette social dalla zona della scuola e di non diffondere immagini capaci di interferire con l’operazione di polizia. È un dettaglio importante, perché esiste una responsabilità anche nel modo in cui raccontiamo una strage. Il nome di chi uccide non dovrebbe diventare più memorabile di quello di chi è stato ucciso. La fotografia dell’attentatore non dovrebbe trasformarsi in un’icona oscura e la sua storia personale non dovrebbe assumere il fascino perverso dell’antieroe.
Anche chiamare immediatamente “mostro” un ragazzo di quattordici anni può diventare una comoda scorciatoia. I mostri appartengono infatti a un’altra specie, arrivano da fuori, ci permettono di sentirci al sicuro dalla loro diversità. Ma il ragazzo di Nonthaburi veniva da dentro una famiglia, da dentro una scuola, da dentro la stessa società che ora prova a comprenderne il gesto. Indossava un’uniforme scolastica e aveva appena quattordici anni.
Questa constatazione non significa trasformarlo in una vittima cancellando le vittime vere. Cinque persone sono andate a lavorare in una scuola venerdì mattina e non sono tornate a casa. Due anziani sono stati trovati morti nella propria abitazione. Più di venti persone sono state ferite e molti ragazzi porteranno probabilmente a lungo nella memoria il rumore di quegli spari. La responsabilità dell’autore della strage non viene ridotta dalla sua età. Proprio quella giovane età, però, obbliga a domandarsi quali segnali non siano stati colti e soprattutto come sia stato possibile per lui avere accesso a un’arma.
La polizia ricostruirà la sequenza degli eventi. Gli psicologi tenteranno di capire il percorso che ha portato un adolescente a uccidere i propri nonni e poi a sparare nella sua scuola. Le autorità discuteranno ancora una volta di licenze, controlli e sicurezza. Ma una società dovrebbe avere il coraggio di porsi una domanda forse ancora più semplice: perché un ragazzo in crisi riesce a trovare una pistola prima che qualcuno riesca a trovare lui?
È questa la domanda che rimane quando le sirene tacciono. Una scuola può installare telecamere, cancelli e metal detector, predisporre piani di evacuazione e preparare il personale alle emergenze. Ma una parte della sicurezza degli studenti si decide molto prima del cancello della scuola, dentro le case, nei luoghi in cui le armi vengono conservate e nella cultura con cui una società considera la loro presenza.
A Nonthaburi venerdì mattina quella lezione è stata pagata con otto vite. Sarebbe ancora più tragico se, dopo i funerali e dopo qualche settimana di indignazione, tutto tornasse semplicemente come prima.
La strage della Debsirin Nonthaburi School non può essere spiegata frettolosamente con il bullismo, Internet, i videogiochi o il disagio di un adolescente. Il movente dovranno accertarlo gli investigatori. Ma un fatto è già evidente: un ragazzo di quattordici anni ha avuto accesso a una pistola e ha trasformato una crisi ancora inspiegata in una tragedia collettiva. Dopo anni di massacri e milioni di armi presenti nel Paese, la Thailandia non può limitarsi a piangere le vittime. Deve chiedersi come impedire che un’arma riesca a raggiungere un adolescente prima che una famiglia, una scuola o una società riescano a raggiungere il suo disagio.
