A dieci anni dalla sua introduzione, il conto di base resta quasi sconosciuto nonostante una platea potenziale di milioni di persone. La Banca d’Italia denuncia “comportamenti oppositivi” da parte degli intermediari. Dietro una questione apparentemente bancaria si nasconde però qualcosa di più profondo: senza un conto corrente, oggi, si rischia di restare ai margini non solo della finanza, ma della società.
Centottantamila conti aperti in un Paese di quasi sessanta milioni di abitanti. Basterebbe questo numero per capire che qualcosa non funziona. Il conto di base dovrebbe essere lo strumento più semplice per consentire anche a chi ha poco denaro, pochi documenti o una vita amministrativamente complicata di entrare nel circuito economico. Invece rimane spesso nascosto nei cataloghi delle banche, poco pubblicizzato e, in alcuni casi, ostacolato da procedure che sembrano costruite proprio per scoraggiare chi ne avrebbe maggiormente bisogno. Il paradosso è che nell’Italia dei pagamenti elettronici possedere un conto non è più un lusso: sta diventando una condizione minima di cittadinanza.
Il nome prometteva semplicità: conto di base. Quasi la versione bancaria del pane e dell’acqua, ciò che dovrebbe essere sufficiente per partecipare alla vita economica senza entrare nel labirinto delle offerte, dei pacchetti premium, delle carte dorate e delle commissioni che spesso il cliente scopre soltanto quando arrivano gli estratti conto.
Dieci anni dopo, però, il conto di base rimane una specie di fantasma.
Secondo i dati della Banca d’Italia, alla fine del 2025 i rapporti aperti in Italia erano appena 180 mila. Un numero sorprendentemente basso se confrontato con la platea potenziale, che viene stimata in diversi milioni di persone. E ancora più sorprendente se si guarda agli altri Paesi europei: la Germania e la Svezia hanno superato il milione di rapporti, l’Irlanda ne conta centinaia di migliaia, così come la Francia. L’Italia, ancora una volta, riesce nel piccolo miracolo di trasformare un diritto formalmente riconosciuto in qualcosa che pochi conoscono e ancora meno riescono concretamente a utilizzare.
La Banca d’Italia ha deciso di intervenire pubblicando nuovi orientamenti di vigilanza. Nel linguaggio educato delle istituzioni si parla di “comportamenti oppositivi” degli intermediari. Tradotto dal burocratese significa che alcune banche, Poste italiane e altri prestatori di servizi di pagamento non sembrano mostrare un entusiasmo travolgente nell’offrire un prodotto che pure sono obbligati a mettere a disposizione.
Non è difficile capire perché. Il conto di base nasce per essere semplice, poco costoso e, per alcune fasce della popolazione, completamente gratuito. Non è esattamente il prodotto sul quale un istituto finanziario costruisce i propri margini migliori.
E così accade qualcosa di molto italiano: la norma c’è, il diritto esiste, il prodotto formalmente è disponibile, ma fra il cittadino e quel diritto si costruisce una lunga serie di porte socchiuse.
C’è chi non inserisce chiaramente il conto di base nel proprio catalogo. C’è chi non lo pubblicizza. C’è chi lo offre senza tutti i servizi previsti. Ci sono poi sistemi informatici che sembrano conoscere soltanto un tipo perfetto di cliente: quello con carta d’identità, codice fiscale ordinario, residenza stabile e una vita amministrativamente senza sbavature. Quando davanti allo sportello compare qualcuno con una ricevuta della richiesta di permesso di soggiorno, un codice fiscale provvisorio o una documentazione diversa da quella standard, improvvisamente la tecnologia diventa impotente.
“Il sistema non lo permette”, viene detto spesso.
È una delle frasi più potenti della burocrazia contemporanea, perché consente di trasformare una decisione umana in una necessità informatica. Non è più qualcuno che ti sta dicendo di no. È il computer. E contro il computer non si protesta.
Il punto, però, è che molti di quei documenti sono perfettamente legittimi. Il problema non è la legalità della persona, ma la rigidità delle procedure predisposte dagli intermediari. Ed è esattamente qui che la Banca d’Italia invita gli operatori a cambiare atteggiamento.
La questione potrebbe sembrare marginale. In fondo parliamo soltanto di un conto corrente.
Ma oggi un conto corrente non è più “soltanto” un conto corrente.
Serve per ricevere uno stipendio, pagare un affitto, domiciliare le bollette, incassare una pensione, sottoscrivere un contratto, effettuare un bonifico, ottenere una carta di pagamento. In un’economia che progressivamente elimina il contante e trasferisce ogni relazione finanziaria dentro circuiti digitali, non possedere un conto significa diventare economicamente invisibili.
È qui che la questione bancaria si trasforma in una questione sociale.
Il conto di base nasce proprio per questo. L’Europa lo aveva immaginato come strumento di inclusione finanziaria, destinato soprattutto a chi rischia di essere respinto dal sistema tradizionale: persone con redditi bassi, migranti, anziani, individui in condizioni di precarietà e persone senza dimora.
In Italia, per chi ha un Isee inferiore a 11.600 euro il conto può essere completamente gratuito. È prevista inoltre una particolare disciplina per i pensionati con reddito annuo lordo fino a 18 mila euro. Non stiamo dunque parlando di un beneficio marginale, ma di uno strumento che dovrebbe consentire alle fasce più fragili della popolazione di non pagare un pedaggio per il semplice diritto di esistere economicamente.
Perché questo è il punto che spesso dimentichiamo: la povertà costa.
Costa non avere accesso ai servizi ordinari. Costa dover pagare commissioni più alte. Costa non poter domiciliare un’utenza. Costa non avere una carta. Costa persino ricevere denaro.
E spesso costa anche dimostrare continuamente di essere una persona degna di fiducia.
Le banche naturalmente hanno obblighi precisi in materia di antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo. Non ogni richiesta deve essere automaticamente accettata. Esistono casi nei quali l’intermediario può legittimamente rifiutare l’apertura del conto: se la persona non soggiorna legalmente nell’Unione europea, se intende utilizzarlo per attività imprenditoriali, se possiede già un altro conto di pagamento in Italia o se non è possibile effettuare le verifiche previste dalla normativa.
Ma proprio perché il diritto ammette eccezioni precise, tutto ciò che sta fuori da quelle eccezioni dovrebbe essere semplice.
E invece non sempre lo è.
Federconsumatori ricorda un dettaglio fondamentale: quando una banca rifiuta l’apertura di un conto di base, deve motivare la decisione per iscritto e farlo entro dieci giorni. Non basta dunque il tradizionale rimbalzo da sportello, la risposta vaga o la frase secondo cui “la direzione non autorizza”.
La trasparenza comincia anche da un no scritto.
È un principio apparentemente insignificante che restituisce invece una forma di dignità al cittadino. Perché quando un rifiuto viene scritto, può essere contestato. Quando rimane soltanto una frase pronunciata davanti a uno sportello, scompare insieme alla persona che l’ha pronunciata.
Il problema rischia peraltro di diventare ancora più rilevante nei prossimi anni. I flussi migratori portano agli sportelli persone che non sempre possiedono la documentazione standard alla quale sono abituati i sistemi bancari. Eppure proprio per chi arriva in un nuovo Paese il conto corrente diventa rapidamente necessario per lavorare, ricevere un salario e trovare una casa.
La questione della casa conduce poi a una delle storie più singolari e dolorose nascoste dietro la burocrazia italiana.
Chi non ha una residenza anagrafica tradizionale può in alcune città utilizzare indirizzi convenzionali. A Roma uno di questi è via Modesta Valenti.
Non è una strada.
È il nome di una donna.
Modesta Valenti era nata a Capodistria e aveva avuto una vita diversa prima di finire per strada. Arrivata a Roma, viveva nei pressi della stazione Termini. Il 31 gennaio 1983 si sentì male in una giornata di freddo intenso. Alcuni passanti chiamarono i soccorsi, ma secondo la vicenda tramandata negli anni i sanitari avrebbero esitato o rifiutato di trasportarla perché era sporca, maleodorante e infestata dai pidocchi. Morì dopo ore di agonia.
Da allora il suo nome è diventato nella Capitale l’indirizzo amministrativo di tante persone senza dimora.
Ed è difficile immaginare una metafora più efficace.
Una donna alla quale la società non riuscì a riconoscere pienamente la dignità mentre era viva presta oggi il proprio nome affinché altri invisibili possano risultare, almeno burocraticamente, esistenti.
Da via Modesta Valenti possono ottenere una residenza convenzionale, ricevere documenti e provare ad accedere ai servizi.
Anche a un conto corrente.
Forse è questo che dovremmo ricordare quando parliamo dei 180 mila conti di base aperti in Italia.
Dietro quel numero non ci sono soltanto clienti.
Ci sono persone che cercano di entrare nel perimetro della normalità amministrativa.
Il problema non è dunque convincere le banche a fare beneficenza. Nessuno glielo chiede. Si tratta semplicemente di applicare un diritto che il legislatore europeo e quello italiano hanno già riconosciuto.
In fondo la contraddizione è tutta qui. Viviamo in una società nella quale quasi ogni cosa passa attraverso una banca e contemporaneamente tolleriamo che proprio l’accesso più elementare al sistema bancario possa trasformarsi in un percorso a ostacoli.
Si parla molto di inclusione, di digitalizzazione, di lotta all’evasione, di pagamenti elettronici e di riduzione dell’uso del contante. Tutti obiettivi legittimi. Ma se vogliamo una società nella quale il denaro passa sempre più attraverso un conto, dobbiamo anche garantire che quel conto sia realmente accessibile.
Altrimenti la digitalizzazione rischia di produrre una nuova forma di povertà: non quella di chi non possiede uno smartphone, ma quella di chi, pur possedendolo, rimane fuori dal sistema.
Il conto di base dovrebbe servire precisamente a impedirlo.
Centottantamila rapporti in dieci anni dicono che, almeno finora, non ci siamo riusciti.
E forse il dato più preoccupante non è neppure quanti conti siano stati aperti, ma quanti cittadini non abbiano mai saputo di poterli chiedere.
Il conto di base non è un regalo delle banche né una misura assistenziale: è uno strumento previsto dalla legge per impedire che povertà, precarietà o documenti non standard diventino una condanna all’esclusione finanziaria. Se soltanto 180 mila persone lo utilizzano a fronte di milioni di potenziali beneficiari, il problema non può essere attribuito unicamente alla scarsa educazione finanziaria. La Banca d’Italia parla apertamente di comportamenti oppositivi degli intermediari. In una società nella quale senza un conto diventa difficile perfino lavorare o affittare una casa, garantire l’accesso ai servizi bancari essenziali significa ormai garantire una piccola ma concreta forma di cittadinanza.
