La Camera nega l’accesso alle chat del sottosegretario, mentre la destra torna a evocare Paolo Borsellino come riferimento identitario. Ma tra tutela della vita privata, trasparenza delle istituzioni e memoria dell’antimafia il confine è più sottile degli slogan. E sulla presunta “candidatura” di Borsellino al Quirinale del 1992 i fatti raccontano una storia molto meno lineare.

Il caso Delmastro mette insieme tre questioni che la politica italiana preferisce confondere: la privacy, la trasparenza e la memoria dell’antimafia. La vita privata non può diventare un reality giudiziario. Ma la prerogativa parlamentare non può neppure trasformarsi nel diritto a una zona d’ombra. E Paolo Borsellino meriterebbe di essere sottratto, finalmente, alla gara per arruolarlo post mortem.

C’è un equivoco che attraversa tutta la vicenda delle chat di Andrea Delmastro: l’idea che si debba scegliere tra due soli mondi possibili. O consegnare il telefono di un uomo alla curiosità generale, facendo dei suoi messaggi un romanzo d’appendice, oppure chiuderlo a doppia mandata in nome della privacy e delle prerogative parlamentari.

È una falsa alternativa.

Perché la trasparenza non è voyeurismo. E la privacy non è opacità.

Nessuno ha il diritto di conoscere gli amori, le debolezze, le battute infelici, le amicizie, le confidenze o le sciocchezze private di Andrea Delmastro che non abbiano alcuna relazione con fatti di interesse pubblico o giudiziario. Un telefono oggi contiene una vita, e su questo Carlo Nordio ha posto una questione reale: acquisire indiscriminatamente uno smartphone significa potenzialmente entrare in anni di relazioni che riguardano anche persone del tutto estranee a un’indagine. 

Ma qui sta il punto: la Procura di Roma non aveva chiesto di pubblicare le chat di Delmastro sui giornali. Aveva chiesto alla Camera l’autorizzazione a prenderne cognizione e ad acquisire le comunicazioni presenti sul telefono sequestrato a un indagato, ritenendole utili per ricostruire costituzione, finanziamento e gestione di una società di ristorazione. Il procedimento riguarda ipotesi di intestazione fittizia, riciclaggio e agevolazione mafiosa. E va ripetuto senza ambiguità: Andrea Delmastro non è indagato

Non è una postilla. È la premessa necessaria.

Ma non essere indagato non significa essere irrilevante rispetto all’accertamento di fatti che riguardano altri. Delmastro era stato socio dell’iniziativa imprenditoriale; soprattutto, non era un signore qualunque che nel tempo libero aveva deciso di investire in un ristorante. Era un parlamentare e, in quella fase, sottosegretario di Stato alla Giustizia. È esattamente questa circostanza a rendere legittimo pretendere da lui non meno garanzie di quelle riconosciute a ogni cittadino, ma anche non meno chiarezza.

Naturalmente esiste l’articolo 68 della Costituzione. Ed è bene che esista. Il parlamentare dispone di una tutela particolare della propria corrispondenza perché la democrazia deve impedire che un potere giudiziario possa penetrare arbitrariamente nelle comunicazioni di chi esercita il mandato parlamentare. Ma una garanzia in più non dovrebbe diventare un diritto in più all’opacità.

Ed è proprio qui che maggioranza e minoranza della Giunta si sono divise. La maggioranza ha ritenuto la richiesta troppo ampia e non sufficientemente indispensabile; la relazione di minoranza ha sostenuto l’opposto: telefono determinato, interlocutori determinati, vicenda societaria determinata, finalità probatoria determinata. Ha aggiunto un argomento difficile da liquidare: i criteri di pertinenza, selezione e minimizzazione avrebbero potuto proteggere tutto ciò che fosse estraneo all’inchiesta, senza impedire l’acquisizione del materiale pertinente. La Camera, il 5 agosto, ha invece negato l’autorizzazione con 206 voti contro 133. 

È questa, forse, la strada che sarebbe stato più ragionevole percorrere: non “fuori tutte le chat”, ma “dentro soltanto le chat necessarie”. Alla magistratura ciò che serve all’indagine; alla vita privata il silenzio che le è dovuto. E ai giornali, eventualmente, soltanto ciò che possiede un vero interesse pubblico.

Perché un Paese civile deve saper difendere contemporaneamente il diritto di Delmastro a non vedersi denudato davanti alla nazione e il diritto dei cittadini a non sospettare che una prerogativa parlamentare sia diventata una serranda abbassata su un accertamento scomodo.

Poi, inevitabilmente, è arrivato Paolo Borsellino.

Ormai la destra italiana lo cita con una frequenza che rischia di produrre l’effetto contrario alla memoria. Borsellino come ascendente politico, Borsellino come certificato genealogico, Borsellino come immaginario ministro di Fratelli d’Italia, Borsellino come Presidente della Repubblica mancato per colpa degli altri.

Ignazio La Russa, il 19 luglio scorso, è arrivato a ipotizzare che, se fosse vivo, Borsellino potrebbe essere ministro di Fratelli d’Italia. È una frase rivelatrice proprio perché è indimostrabile: nessuno può sapere che cosa penserebbe nel 2026 un uomo assassinato nel 1992. 

Il 5 agosto, mentre la Camera discuteva proprio delle chat di Delmastro, Galeazzo Bignami ha fatto un passo ulteriore: ha ricordato che nel 1992 il Movimento sociale italiano non riuscì a eleggere Borsellino al Quirinale, definendo quella mancata elezione una sconfitta per la destra. 

Ed è qui che il fact-checking riserva una sorpresa.

Il voto del MSI a Paolo Borsellino non è una leggenda inventata oggi. È realmente avvenuto. All’undicesimo scrutinio per il Quirinale, il 19 maggio 1992, Borsellino ottenne 47 voti, dopo che Gianfranco Fini aveva dato ai parlamentari missini l’indicazione di votarlo. Quattro giorni dopo sarebbe avvenuta la strage di Capaci. 

Quindi Bignami, su questo punto, parte da un fatto vero.

Ma è proprio il resto della storia a rendere molto più discutibile la narrazione odierna della “candidatura Borsellino”.

Secondo una ricostruzione fondata anche sulla dichiarazione resa allora dallo stesso magistrato al GR1, il deputato missino Guido Lo Porto, suo vecchio amico, lo aveva preventivamente contattato per sondarne la disponibilità. Borsellino avrebbe espresso il proprio diniego. E quando, nonostante questo, arrivarono i 47 voti, commentò pubblicamente che il Parlamento avrebbe dovuto votare candidati seri e non attribuire voti meramente “dimostrativi”. 

Qui cambia tutto.

Il fatto storico è dunque: il MSI votò Borsellino.

La versione mitologica diventa invece: “la destra candidò Borsellino, avrebbe potuto farlo Presidente della Repubblica e gli altri glielo impedirono”.

Non sono la stessa cosa.

Non esisteva una candidatura accettata da Borsellino, né un suo progetto politico per il Quirinale. Esisteva l’indicazione di voto di un partito, per un singolo scrutinio, verso un uomo che — stando alle ricostruzioni disponibili — aveva fatto sapere di non gradire l’operazione. Curiosamente, la versione più enfatica della vicenda era stata sostenuta alla Camera già nel 2018 proprio da Andrea Delmastro, che disse che “la destra italiana propose” Borsellino alla Presidenza della Repubblica e immaginò quale Italia migliore ne sarebbe derivata. 

Dunque non una bufala. Qualcosa di più sottile e, politicamente, più interessante: un fatto vero trasformato negli anni in una leggenda identitaria.

E anche l’altra frase pronunciata da Bignami in Aula merita cautela. Dire che fu Scalfaro a “liberare 300 mafiosi dal 41-bis” è una semplificazione molto pesante. La Commissione parlamentare antimafia ricostruì che nel 1993-94 furono 334 i decreti non rinnovati, ma attribuì la decisione al ministro della Giustizia Giovanni Conso; 52 furono successivamente ripristinati e soltanto 23 riguardavano, secondo quella relazione, detenuti siciliani di accertato spessore criminale. Il ruolo e le conoscenze di Scalfaro in quella complessa stagione sono stati oggetto di discussione e indagini, ma attribuirgli personalmente l’atto con la formula “Scalfaro liberò 300 mafiosi” trasforma una vicenda istituzionale controversa in uno slogan. 

Ed è forse questo il vero problema dell’uso politico di Borsellino.

Non che la destra non possa ricordarlo. Sarebbe altrettanto assurdo consegnarlo alla sinistra. Borsellino non è proprietà ereditaria di nessuno. Non è una tessera da esibire all’ingresso di un partito. Sergio Mattarella lo ha definito, insieme a Falcone, parte della “coscienza democratica della Repubblica”. È il posto più esatto nel quale collocarlo. 

La memoria di Borsellino dovrebbe essere scomoda soprattutto per chi lo invoca.

Perché ricordarlo non significa immaginare come avrebbe votato oggi, con chi si sarebbe candidato, quale ministro sarebbe diventato o su quale banco del Parlamento avrebbe applaudito. Significa chiedersi quale atteggiamento avrebbe preteso dalle istituzioni davanti a una zona d’ombra.

E allora il paradosso di questi giorni diventa quasi perfetto: mentre si invoca Borsellino come nume tutelare, si vota per impedire alla magistratura di vedere conversazioni che essa considera rilevanti in un’indagine riguardante ipotesi di riciclaggio e agevolazione mafiosa. Delmastro non è accusato di quei reati, ed è giusto ribadirlo fino alla noia. Ma proprio perché non è accusato, proprio perché rivendica la propria estraneità, la piena chiarificazione poteva essere anche nel suo interesse.

Non occorre mettere la sua vita privata in piazza.

Occorreva forse fare una cosa assai più semplice e assai meno spettacolare: lasciare che chi deve accertare i fatti vedesse ciò che serve ad accertarli, e che nessun altro vedesse il resto.

Questa si chiama tutela della privacy.

L’altra cosa si chiama trasparenza.

E una democrazia adulta dovrebbe essere abbastanza forte da praticarle entrambe, senza aver bisogno di tirare Paolo Borsellino per la giacca ogni volta che non sa come uscire da una contraddizione.