L’audizione dell’ex premier riapre il dossier sulle forniture della pandemia, ma sposta anche il fuoco sulla transazione da oltre 100 milioni conclusa dal governo Meloni con la società di uno dei principali accusatori della gestione Conte. Tra testimonianze, rapporti politici, una lettera anonima e accuse ancora da provare, il vero banco di prova è la trasparenza.
Indagare sugli errori e sugli affari della stagione Covid è doveroso, e Conte deve rispondere delle responsabilità politiche del suo governo. Ma una commissione d’inchiesta perde credibilità se usa criteri diversi a seconda di chi è sotto esame. I cento milioni riconosciuti a JC Electronics non provano alcun favore illecito, così come le accuse sulle mascherine non dimostrano una corruzione di Conte. Proprio per questo servono documenti, riscontri e la stessa severità per tutti.
Ci sono processi nei quali l’imputato, a un certo punto, si alza e comincia a fare domande al giudice. Non succede normalmente nei tribunali. Succede spesso in politica.
È quello che è accaduto nell’audizione di Giuseppe Conte davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid. Doveva essere il giorno del grande interrogatorio dell’ex presidente del Consiglio sulla stagione più drammatica della Repubblica recente: mascherine, commissari, intermediari, Dpcm, piano pandemico, affari nati mentre gli italiani erano chiusi in casa.
E invece, a un certo punto, il fascio di luce si è girato.
Per mesi Fratelli d’Italia ha costruito intorno alle forniture Covid una narrazione pesantissima. Imprenditori ascoltati dalla Commissione hanno raccontato di richieste di percentuali e consulenze che avrebbero coinvolto Luca Di Donna, avvocato che aveva lavorato nello stesso ambiente professionale frequentato da Conte prima di Palazzo Chigi. Dario Bianchi, della JC Electronics, ha riferito che Di Donna gli avrebbe chiesto una percentuale del 10 per cento nell’ambito di una possibile attività di intermediazione. Altri imprenditori hanno fornito racconti analoghi. Sono testimonianze che meritano di essere approfondite, non liquidate con una scrollata di spalle.
Ma da qui ad affermare che Giuseppe Conte sia stato corrotto passa un continente.
Questo è il primo fact-checking necessario.
A oggi non risulta dimostrato che Conte abbia intascato tangenti per le mascherine, né che quelle presunte richieste di denaro fossero effettuate per suo conto. Il procedimento romano riguardante alcune delle ipotesi di traffico di influenze è stato archiviato; e una cosa sono i rapporti, le frequentazioni e le vicinanze professionali, altra cosa è dimostrare penalmente che l’allora presidente del Consiglio fosse parte di un sistema corruttivo.
In uno Stato di diritto dovrebbe essere una distinzione elementare.
Ma la politica italiana ha scoperto da tempo che il punto interrogativo rende meno del punto esclamativo.
E dunque: Conte sapeva? Conte non sapeva? Gli amici di Conte? Lo studio di Conte? I fedelissimi di Conte? Le mascherine di Conte?
Una costruzione narrativa nella quale la prossimità diventa lentamente complicità e la complicità, a forza di titoli e dichiarazioni, finisce per assomigliare a una condanna.
Poi però arriva quel numero.
Cento milioni.
Ed è un numero che ha la sgradevole abitudine di non essere un’opinione.
Il governo Meloni ha effettivamente concluso, il 31 ottobre 2025, una transazione con JC Electronics Italia, la società di Dario Bianchi, per chiudere il contenzioso nato dalla fornitura di mascherine dell’epoca Covid. Bianchi è proprio uno degli imprenditori che più duramente hanno accusato davanti alla Commissione la gestione di quella stagione e i personaggi gravitanti intorno ad essa.
Non è una rivelazione grillina.
Lo ha confermato in Senato il ministro della Salute Orazio Schillaci.
E qui bisogna raccontare tutta la storia, perché altrimenti anche la risposta di Conte diventerebbe propaganda speculare a quella dei suoi accusatori.
JC Electronics aveva infatti vinto in primo grado una causa contro la Presidenza del Consiglio e il ministero della Salute. Il Tribunale di Roma, con sentenza del 7 novembre 2024, aveva condannato le amministrazioni a pagare alla società 203.012.065,34 euro, oltre agli accessori. Il governo sostiene quindi che la transazione da circa cento milioni, definita con il parere favorevole dell’Avvocatura dello Stato, abbia evitato all’erario il rischio di una somma molto più elevata.
È un argomento serio.
Non può essere cancellato dicendo semplicemente: “Meloni ha regalato cento milioni all’amico”.
Ma esiste anche l’altra domanda. Ed è altrettanto seria.
Perché transigere prima della conclusione dell’appello?
Perché rinunciare alla possibilità che il secondo grado riducesse o addirittura rovesciasse la condanna?
E soprattutto: perché una vicenda da cento milioni di euro riguardante proprio la società di uno dei protagonisti delle audizioni più politicamente esplosive della Commissione Covid è rimasta così poco visibile mentre quella stessa Commissione interrogava, accusava e costruiva responsabilità sulla gestione precedente?
Il Parlamento ha chiesto gli atti della transazione, il parere dell’Avvocatura, l’atto d’appello, l’istanza di sospensiva, i verbali negoziali e gli atti di pagamento. Non sono dettagli da complottisti: sono esattamente i documenti che servono per capire se quei cento milioni siano stati un buon accordo per lo Stato oppure una scelta sulla quale il governo deve ancora fornire spiegazioni politiche convincenti.
C’è poi un particolare che rende la storia quasi perfetta nella sua simmetria italiana.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Bianchi era già stato ascoltato dalla Commissione senza rendere centrale, nelle sue precedenti audizioni, l’esistenza della transazione che riguardava la sua società. JC Electronics e lo stesso imprenditore respingono però qualsiasi insinuazione di favore politico e ricordano che il pagamento deriva da una sentenza immediatamente esecutiva e da una transazione predisposta con il patrocinio dell’Avvocatura dello Stato.
Anche questo va detto.
Perché il giornalismo dovrebbe avere esattamente il compito che la politica sembra avere smarrito: complicare le storie troppo semplici.
E la storia semplice, da una parte, è questa: Conte e i suoi amici avrebbero fatto affari sulle mascherine.
La storia semplice, dall’altra, diventa: Meloni ha pagato cento milioni al grande accusatore di Conte per ricompensarlo.
Le prove disponibili, al momento, non autorizzano né la prima né la seconda sentenza.
Autorizzano però parecchie domande.
C’è anche un elemento politicamente imbarazzante: JC Electronics risulta avere avuto in passato un rapporto di finanziamento con Fratelli d’Italia. Anche qui le proporzioni contano: fonti vicine al centrodestra hanno precisato che si sarebbe trattato della partecipazione, nel 2019, a una cena di finanziamento per una cifra di circa 800 euro. Se così è, far discendere cento milioni da ottocento euro sarebbe non giornalismo investigativo ma numerologia.
Resta però la vicinanza politica e resta la presenza di Bianchi ad appuntamenti come Atreju, circostanze che non dimostrano naturalmente alcun illecito ma rendono ancora più necessario che sulla transazione non rimanga neppure l’ombra di un trattamento di favore.
Chi pretende trasparenza dagli altri deve sopportarne una dose doppia quando governa.
Poi c’è la lettera anonima.
O, più prudentemente, il documento anonimo del 2022 che Conte, durante la sua audizione, ha detto di avere depositato in Procura.
Qui bisogna fermarsi prima che la politica ricominci il suo sport preferito.
Una lettera anonima non è una prova.
Non basta un foglio senza firma per trasformare un sospetto in un fatto. Può contenere verità, falsità, vendette, informazioni verificabili o fantasie. Finché ciò che vi è scritto non viene riscontrato autonomamente, resta esattamente questo: un documento da verificare, non una sentenza. L’esistenza e il richiamo del documento sono emersi nelle cronache immediatamente successive all’audizione, mentre non è ancora disponibile una documentazione ufficiale completa che consenta di attribuire valore probatorio al suo contenuto.
Eppure la sua comparsa ha un valore politico.
Perché restituisce alla Commissione la domanda che la Commissione aveva rivolto per mesi soltanto agli altri:
chi controlla i controllori?
Se una commissione parlamentare nasce per capire che cosa è successo nella più grande emergenza sanitaria dell’Italia repubblicana, deve investigare Conte. Deve investigare Arcuri. Deve investigare gli acquisti. Deve chiedere conto dei mediatori, delle consulenze, dei certificati, delle mascherine conformi e di quelle eventualmente non conformi.
Deve farlo senza riguardi.
Conte non può pretendere immunità morale perché governava mentre morivano centinaia di persone al giorno. L’emergenza spiega molte cose, non assolve preventivamente da ogni errore.
Ma la stessa Commissione deve avere il coraggio di guardare anche ciò che è avvenuto dopo Conte.
Perché i cento milioni pagati nel 2025 sono denaro pubblico esattamente come quelli spesi nel 2020.
Non diventano meno pubblici perché a Palazzo Chigi nel frattempo è cambiato l’inquilino.
Ed è qui che la vicenda smette di parlare di mascherine e comincia a parlare del nostro modo di fare politica.
Durante il Covid l’Italia fu il primo grande Paese occidentale investito dalla pandemia. Mancavano dispositivi, conoscenze, protocolli, terapie. Si comprava nel mercato mondiale mentre Stati e intermediari si contendevano container ancora prima che partissero dalla Cina. Furono certamente commessi errori. Alcuni possono essere stati giganteschi. Se qualcuno ne approfittò per arricchirsi illegalmente, deve essere individuato.
Ma giudicare il marzo 2020 con la tranquillità di una stanza parlamentare del 2026 richiede almeno un minimo di pudore storico.
Soprattutto quando alcuni degli accusatori di oggi appartengono a una maggioranza che, sei anni dopo, dispone di documenti, sentenze, ministeri, Avvocatura dello Stato e tempo per decidere — e tuttavia deve ancora spiegare fino in fondo perché abbia preferito chiudere una causa versando oltre cento milioni anziché attendere il giudizio successivo.
Forse la Commissione Covid può ancora essere utile.
A una condizione.
Che smetta di cercare il colpevole e ricominci a cercare i fatti.
Perché se l’obiettivo è stabilire in anticipo che Conte fu il responsabile politico di ogni errore della pandemia, allora non serve una commissione d’inchiesta. Basta una conferenza stampa di Fratelli d’Italia.
Se invece si vuole davvero capire che cosa accadde, bisogna accettare una regola elementare: la lente d’ingrandimento non può cambiare gradazione secondo il colore del governo.
Bisogna controllare i milioni di Arcuri.
Le consulenze di Di Donna. I rapporti con gli intermediari. Le certificazioni delle mascherine. Le eventuali responsabilità politiche di Conte.
Ma anche la sentenza favorevole a JC Electronics. La transazione decisa dal governo Meloni. Il parere dell’Avvocatura. La scelta di non attendere l’appello. I cento milioni.
E quella strana coincidenza per cui chi accusa il governo di ieri diventa creditore, per una cifra enorme, del governo di oggi.
Una coincidenza non è una prova.
Ma è una domanda.
E se abbiamo imparato qualcosa da sei anni di sospetti sulle mascherine dovrebbe essere proprio questo: quando cento milioni di euro appartengono ai cittadini, nessun governo — né quello di Conte né quello di Meloni — può pretendere che smettiamo di fare domande.
