Tra droni, ultimatum e minacce preventive, Kiev teme una nuova offensiva dalla Bielorussia. E prepara il terreno al peggior scenario possibile

Chi ha giocato almeno una volta a Risiko sa che, quando una partita si complica, aprire un nuovo fronte può cambiare gli equilibri del tavolo. È una logica semplice, quasi elementare. Ma nelle guerre vere non si lanciano dadi e il prezzo degli errori si misura in vite umane. Per questo a Kiev osservano con crescente inquietudine ciò che accade oltre il confine settentrionale. Mentre la Russia affronta difficoltà operative in alcune aree del fronte e la Crimea appare sempre più vulnerabile agli attacchi ucraini, il timore è che il Cremlino possa tentare una mossa già vista nel febbraio 2022: utilizzare nuovamente la Bielorussia come piattaforma per minacciare la capitale ucraina e costringere Kiev a disperdere uomini e risorse.

L’ombra del 2022

La memoria della guerra pesa come un macigno. L’invasione russa iniziò anche grazie al territorio bielorusso, da cui partirono le colonne corazzate dirette verso Kyiv. Fu allora che città come Chernihiv divennero simboli della resistenza ucraina, rallentando l’avanzata che avrebbe dovuto abbattere il governo di Volodymyr Zelensky in pochi giorni.

Quell’incubo non è mai davvero scomparso. Negli ultimi mesi l’intelligence ucraina ha registrato una crescente attività militare oltre confine: nuove infrastrutture, movimenti logistici, postazioni per droni e un’intensificazione delle incursioni aeree russe nelle regioni settentrionali dell’Ucraina.

È in questo contesto che va letto l’ultimatum rivolto da Zelensky ad Aleksandr Lukashenko. Secondo Kiev, alcune apparecchiature installate lungo il confine bielorusso consentirebbero ai droni russi di migliorare la navigazione e l’efficacia degli attacchi contro obiettivi civili e militari ucraini. Da qui il messaggio perentorio del presidente ucraino: smantellarle entro una settimana oppure l’Ucraina agirà autonomamente.

Una minaccia credibile?

Dal punto di vista militare, pochi analisti ritengono imminente un’invasione bielorussa. Gli esperti dell’Institute for the Study of War e dell’Hudson Institute continuano a considerare Minsk un attore subordinato a Mosca ma incapace di sostenere una campagna autonoma su larga scala.

L’esercito bielorusso dispone di forze relativamente limitate e, soprattutto, non ha mostrato alcuna volontà politica di entrare direttamente nel conflitto. Lukashenko sa bene che un coinvolgimento militare potrebbe destabilizzare il suo stesso regime, già provato dalle proteste interne e dalla crescente dipendenza economica e politica dalla Russia.

Eppure il problema per Kiev non è tanto la capacità offensiva della Bielorussia quanto il suo territorio. Anche senza sparare un colpo, Minsk offre alla Russia basi, infrastrutture, supporto logistico, produzione industriale e persino la presenza di armamenti nucleari tattici russi.

In altre parole, la Bielorussia è diventata una retrovia strategica del sistema militare del Cremlino.

La guerra psicologica

Le dichiarazioni degli ultimi giorni sembrano appartenere più alla categoria della deterrenza che a quella delle operazioni imminenti.

Da una parte Zelensky minaccia di colpire le infrastrutture utilizzate dai droni russi. Dall’altra Lukashenko alterna toni concilianti e avvertimenti, rassicurando di non voler entrare in guerra ma ricordando al tempo stesso di poter reagire contro obiettivi che definisce “molto seri”.

È una classica guerra dei nervi.

L’Ucraina vuole dissuadere Minsk dal concedere ulteriori vantaggi operativi alla Russia. La Bielorussia cerca di evitare di essere trascinata direttamente nel conflitto mantenendo però la fedeltà strategica a Vladimir Putin. Mosca, dal canto suo, beneficia dell’incertezza: costringere Kiev a mantenere fortificato il confine nord significa sottrarre uomini, mezzi e risorse ad altri settori del fronte.

Per questo lungo la frontiera si scavano fossati anticarro, si installano barriere e si rafforzano le difese. Non perché un’invasione sia inevitabile, ma perché la sola possibilità che accada produce già effetti militari concreti.

Il dilemma di Lukashenko

Da oltre quattro anni Aleksandr Lukashenko cammina su una sottile linea di equilibrio. Da una parte dipende sempre più dal sostegno politico ed economico del Cremlino. Dall’altra comprende che entrare apertamente in guerra significherebbe trasformare il suo Paese in un bersaglio diretto.

La sua strategia è stata finora quella di concedere molto a Mosca senza concedere tutto. Un gioco pericoloso che diventa ogni giorno più difficile da sostenere.

Se la Russia dovesse attraversare una fase critica sul campo di battaglia, la pressione su Minsk aumenterebbe inevitabilmente. E la capacità del leader bielorusso di mantenersi formalmente fuori dal conflitto verrebbe messa alla prova come mai prima d’ora.

Per ora nessun carro armato si muove verso Kyiv e nessuna nuova offensiva sembra imminente. Ma le guerre moderne si combattono anche con i droni, le infrastrutture, la propaganda e la paura. L’ultimatum di Zelensky non è soltanto una minaccia militare: è il segnale che l’Ucraina teme il ritorno dello spettro del 2022. E che sul confine bielorusso si sta giocando una partita decisiva, dove spesso conta più ciò che potrebbe accadere di ciò che accade davvero.