A meno di ventiquattr’ore dall’apertura del Parco Massimo Battista, la Marina israeliana abbordava le barche della Flotilla a sud di Creta. Il concerto Uno Maggio Libero e Pensante di Taranto si ritrova così, alla sua tredicesima edizione, a fare quello che ha sempre fatto: raccogliere ciò che il mondo produce di urgente e restituirlo in musica e parole. Con Subsonica, Brunori Sas, la Relatrice Onu Francesca Albanese — e un collegamento in diretta dalla nave scampata al blocco.
Esistono appuntamenti che la storia si incarica di riempire prima ancora che il programma sia stampato. L’Uno Maggio Libero e Pensante di Taranto è uno di questi. Da tredici anni il Comitato Cittadini Liberi e Pensanti raduna sul palco delle Mura Greche artisti disposti a esibirsi gratis, raccolte fondi su Kickstarter per coprire i biglietti aerei, voci scomode e nomi celebri nella stessa scaletta. Quest’anno il titolo scelto era già un manifesto prima che accadesse qualcosa: «Restiamo umani». L’appello di Vittorio Arrigoni, lanciato da Gaza e interrotto da Gaza nel 2011, ripreso come bussola per un’edizione che voleva parlare di Palestina, Ucraina, Cuba, diritti del lavoro. Poi la notte tra il 29 e il 30 aprile ha aggiunto un capitolo non scritto: ventidue imbarcazioni della Global Sumud Flotilla abbordaté in acque internazionali, attivisti costretti in ginocchio, motori sabotati, comunicazioni interrotte. E un giornalista del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani, che ha forzato il motore della nave Vivi/Sabra «oltre i 2500 giri al minuto» per raggiungere le acque europee di Creta — e che adesso parlerà dal palco.
C’è qualcosa di emblematico nel fatto che un concerto di impegno civile si ritrovi, per il secondo anno consecutivo, a fare da camera di compensazione per notizie che le istituzioni faticano a metabolizzare. Il palco di Taranto non è un luogo di potere, eppure ci sarà Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi — una voce che i parlamenti di molti paesi si rifiutano di ascoltare in seduta ufficiale. Ci sarà Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena. Ci sarà Omar Barghouti, cofondatore del movimento BDS, che da anni porta avanti una forma di resistenza non violenta e sistematicamente delegittimata. È una lista che dice, senza bisogno di commenti, dove si colloca questo evento nel paesaggio civile italiano.
Taranto non è una città scelta a caso. È la città dell’Ilva, del negoziato perenne tra salario e salute, dell’operaio Claudio Salamida morto nell’acciaieria il 12 gennaio scorso — e la cui vedova, Maria Teresa Daprile, salirà sul palco. È il luogo in cui la contraddizione tra sviluppo e dignità non è una questione astratta ma una condizione di vita quotidiana. «Il lavoro non può mai diventare un ricatto tra salario e salute», scrive Valentina Petrini, che torna alla direzione artistica a tredici anni dal suo primo palco tarantino. È una frase che in bocca ad altri suonerebbe slogan; qui suona come referto.
La direzione artistica — firmata da Petrini insieme a Michele Riondino, Diodato e Roy Paci — ha costruito una scaletta dove la musica è il veicolo, non il fine. Subsonica, Brunori Sas, Margherita Vicario, Gemitaiz, Giorgio Poi: nomi capaci di portare pubblico, ma selezionati perché accettano la condizione fondativa dell’evento, quella di suonare gratuitamente e di condividere il palco con le voci di Amnesty, Emergency, No Tav, Recommon. In mezzo ci sarà anche il racconto dell’attivista iraniana Sadra Valizadeh e di Parisa Nazari. La pluralità non è decorativa: è la struttura stessa dello spettacolo.
E così, ancora una volta, Taranto finisce per essere più di Taranto. In un momento in cui il concerto del Primo Maggio romano arranca tra polemiche di cachet e ospiti controversi, il Parco Massimo Battista ospita qualcosa di più difficile da costruire e più difficile da ignorare: un tentativo ostinato di tenere insieme la musica come piacere e la politica come responsabilità, il lutto di un operaio morto in fabbrica e l’abbordaggio di una flotilla in alto mare. Non è detto che ci riesca. Ma il fatto che ci provi, alla tredicesima edizione, con la stessa ostinazione della prima, dice già qualcosa sul tempo che stiamo vivendo.
Tredici anni fa Taranto scelse di fare un concerto diverso. Ogni anno il mondo si incarica di spiegarle perché aveva ragione.
