Nel giro di pochi giorni due uomini hanno varcato la stessa soglia — quella che separa il carcere dal mondo — andando però in direzioni opposte del dubbio. A Rimini, nella notte del 10 giugno, Louis Dassilva è uscito tra gli applausi, assolto per l’omicidio di Pierina Paganelli «per non aver commesso il fatto». A Milano, due giorni dopo, Alberto Stasi ha lasciato Bollate da un’uscita secondaria, in silenzio, dopo oltre dieci anni di reclusione. Due porte, e in mezzo lo stesso, identico dubbio.

Nel giro di pochi giorni due uomini hanno varcato la stessa soglia — quella che separa il carcere dal mondo — andando però in direzioni opposte del dubbio. A Rimini, nella notte del 10 giugno, Louis Dassilva è uscito tra gli applausi, assolto per l’omicidio di Pierina Paganelli «per non aver commesso il fatto», cioè per quel ragionevole dubbio che il diritto chiama, con formula antica, insufficienza di prove. A Milano, due giorni dopo, Alberto Stasi ha lasciato Bollate da un’uscita secondaria, lontano dalle telecamere, dopo oltre dieci anni di reclusione: non assolto — resta condannato in via definitiva a sedici anni per il delitto di Garlasco — ma ammesso all’affidamento in prova ai servizi sociali, l’ultimo gradino prima della libertà piena.

Ecco la similitudine, ed è di quelle che fanno pensare. Due porte, un solo dubbio: ma per Dassilva il dubbio ha aperto la porta principale, mentre attorno a Stasi quello stesso dubbio è tornato a bussare proprio quando lui ne era già uscito da un’altra parte.

Per il senegalese il dubbio è arrivato in tempo, là dove serve: sulla soglia del giudizio. La Corte d’Assise non ha potuto dirsi certa, e nell’incertezza ha scelto la libertà, secondo il più scomodo e civile dei principi, in dubio pro reo. Il dubbio, qui, ha fatto il suo mestiere antico di guardiano dell’innocente. La procura ricorrerà, le motivazioni diranno; ma per ora la bilancia, non riuscendo a pesare la colpa oltre ogni ombra, si è fermata dalla parte dell’imputato.

Per Stasi la storia è all’incontrario. La certezza, nel suo caso, è arrivata undici anni fa, definitiva, cristallizzata dalla Cassazione. Lui non esce perché il dubbio lo abbia salvato, ma perché l’ordinamento penitenziario accompagna ogni detenuto, per gradi — il lavoro esterno, la semilibertà, l’affidamento — verso un reinserimento che non è premio né assoluzione, ma il modo in cui una pena, scontata con buona condotta, si avvia alla fine. A liberarlo, insomma, non è il dubbio: è il tempo. Eppure proprio mentre attraversa quel varco secondario, una nuova inchiesta della procura di Pavia rovista di nuovo nel delitto di Garlasco, con un altro nome iscritto nel registro degli indagati e l’ipotesi di una revisione del processo che la difesa annuncia di voler chiedere. Il dubbio che non l’ha salvato in aula gli ritorna addosso adesso, dalla porta di servizio.

Conviene tenere fermi i piani, perché la cronaca tende a mescolarli e il diritto no: l’affidamento in prova non ha nulla a che vedere con la revisione. Lo ripetono i giudici, lo precisano gli avvocati. Sono due binari paralleli che corrono senza toccarsi — la libertà nell’esecuzione della pena da una parte, il dubbio sulla colpa dall’altra. Ma è proprio questo parallelismo a inquietare: un uomo può tornare libero per via amministrativa mentre, sullo stesso caso, ricomincia a tremare la sua condanna. La legge sa muovere le due cose senza confonderle; l’opinione pubblica, e forse la coscienza, molto meno.

Restano, allora, le due uscite a fare da specchio. A Rimini, l’applauso, l’abbraccio, le parole sulla «rinascita della giustizia». A Milano, il silenzio, la riservatezza, un avvocato che rinuncia perfino a raccontare lo stato d’animo del suo assistito, e una nuova vita che comincia altrove, lontano dal paese del delitto. La medesima libertà recuperata, due liturgie opposte: una clamorosa, l’altra discreta come una fuga. Come se l’innocenza riconosciuta avesse diritto alla luce, e la colpa scontata dovesse uscire di spalle.

C’è infine, in entrambe le storie, ciò di cui quasi non si parla: due donne. Pierina Paganelli, settantotto anni, colpita ventinove volte in un garage, e oggi senza più un colpevole con un nome. Chiara Poggi, poco più che ventenne, un colpevole condannato e tuttavia un caso che non smette di riaprirsi. Due vuoti speculari: l’uno orfano di responsabile, l’altro affollato di sospetti che non trovano pace. A entrambe le famiglie la giustizia ha negato la sola cosa che quasi mai sa dare — la certezza — lasciando al loro posto, di nuovo, lui: il dubbio.

Perché è questo il vero protagonista, l’unico personaggio che ricorre in tutt’e due le vicende. Una volta arriva in tempo e assolve; un’altra arriva tardi e tormenta. È il segno, scomodo da accettare, che la giustizia umana non è la verità ma la sua approssimazione più onesta: libera chi non può condannare con sicurezza, e lascia andare, col tempo, anche chi ha condannato con certezza. Tra una porta principale e un varco secondario, resterebbe solo da chiedersi se qualcuno si ricordi ancora dei due nomi che da nessuna parte sono usciti: Pierina e Chiara.

 Nel giro di pochi giorni due uomini lasciano il carcere: a Rimini Louis Dassilva, assolto per l’omicidio di Pierina Paganelli grazie al ragionevole dubbio; a Milano Alberto Stasi, in affidamento dopo dieci anni per il delitto di Garlasco, mentre una nuova inchiesta riapre il dubbio. Lo stesso dubbio che a uno spalanca la porta principale, all’altro torna a bussare quando ne è già uscito da un varco secondario.